Dichiarazione di voto
Data: 
Mercoledì, 3 Febbraio, 2016
Nome: 
Roberta Agostini

A.C. 3297

Signora Presidente, fin dal suo insediamento, il nostro Parlamento ha affrontato molti temi legati all'obiettivo della democrazia paritaria, io la chiamo così, Presidente. Non quote rosa, non riserva... ma democrazia paritaria, appunto. Lo abbiamo fatto consapevoli che i diritti delle donne nella sfera pubblica, dal lavoro al welfare, sono ancora molto lontani dall'essere affermati compiutamente. Siamo stati convinti che non solo di diritti delle donne si tratti, ma che si vi sia una correlazione molto stretta tra sviluppo del Paese e gender gap, quel gender gapche colloca il nostro Paese in fondo alla graduatoria mondiale per tasso di discriminazione di genere e che la presenza delle donne nelle assemblee elettive riguardi non semplicemente le donne ma la natura della democrazia, la sua capacità di includere, di accogliere punti di vista diversi, di rappresentare e governare una società complessa come la nostra.  Il cammino della democrazia paritaria assegnato in questa legislatura ha alcune tappe molto importanti: sia la riforma costituzionale, sia la legge elettorale contengono norme precise per promuovere la presenza di entrambi i sessi nelle assemblee elettive. La legge n. 56 di riforma delle province introduce una norma antidiscriminatoria per quanto riguarda le giunte, mentre con la modifica della legge elettorale per il Parlamento europeo abbiamo raddoppiato il numero di donne italiane elette in quella istituzione, che arrivano per la prima volta a quasi il 40 per cento. È il filo di un lavoro che non nasce oggi, ma affonda le sue radici ad esempio nella scorsa legislatura, con la legge n. 125 e l'introduzione della doppia preferenza di genere che ha consentito, secondo uno studio che ha analizzato i sedici comuni capoluogo che sono andati al voto subito dopo la nuova legge, di raddoppiare il numero delle elette in termini percentuali e la loro presenza è passata dall'11 al 29 per cento. È un lavoro trasversale questo, di cui io debbo ringraziare molte donne, anche di altre forze politiche, e complessivamente le forze di Governo, ma in primo luogo l'impegno del mio partito, del Partito Democratico, e delle donne del mio partito. Questo lavoro non può arrestarsi sulla soglia dei consigli regionali. Pur rispettosi dell'autonomia regionale, non si può non vedere che lì c’è un problema. Nonostante l'articolo 117 della Costituzione, nonostante previsioni già contenute in diverse leggi, dalla n. 165 alla n. 125, la presenza femminile nei consigli regionali si attesta al 18 per cento ed indica che un problema esiste. Esiste un problema di discriminazione, di non riconoscimento di una forza politica femminile. Si va da regioni dove le elette sono il 34 per cento, oppure come la Campania dove sono il 22 per cento, e si tratta di regioni – Toscana, Campania, Emilia Romagna – che hanno risultati positivi anche perché hanno introdotto alcune norme specifiche, fino a regioni, come veniva ricordato, come la Basilicata, dove le elette sono pari a zero, all'Abruzzo dove è una su trenta, in Puglia cinque su cinquanta. Rispetto a questo esito, pesano le scelte della politica, pesano le scelte dei partiti, pesano i diversi sistemi elettorali regionali e questo esito ci preoccupa anche alla luce della riforma costituzionale e del ruolo del nuovo Senato di rappresentanza delle assemblee delle istituzioni locali. Per questo la legge che ci accingiamo ad approvare fissa alcuni paletti molto precisi che, rispettando l'autonomia regionale, nello stesso tempo vincolano le regioni a stabilire nei diversi sistemi elettorali possibili delle regole cogenti. Noi siamo consapevoli, Presidente, che non bastano le leggi, non bastano tantomeno le leggi elettorali. In tante regioni ci sono state mobilitazioni, appelli, iniziative per promuovere norme rispettose della parità tra uomini e donne ed è a questa crescente sensibilità e consapevolezza a cui noi ci rivolgiamo, approvando questa legge, e facciamo appello a questa stessa consapevolezza affinché la legge, questa legge, sia applicata ed impiegata davvero come un'opportunità per aprire nuovi spazi per includere nelle politiche pubbliche un punto di vista diverso. Comunque facciamo appello a una mobilitazione civile e politica, facciamo appello perché le norme vivono solo se la politica e le forze politiche le alimentano quotidianamente. Presidente e colleghi, ricorre quest'anno il settantesimo anniversario del voto alle donne, le donne votano per la prima volta il 10 marzo del 1946 in più di 400 comuni e sempre del 10 marzo del 1946 è il decreto che le rende eleggibili e non solo elettrici. Il 2 giugno le donne si recano in massa a votare per scegliere tra monarchia e repubblica ed eleggono la Costituente, che vede per la prima volta sedere in Parlamento 21 donne su 556. Quelle 21 costituenti hanno aperto la strada a tante conquiste che sono state raggiunte dopo, che sono state conquiste ottenute anche grazie alle aperture che erano state inserite dentro la nostra Costituzione. Il divorzio, l'aborto, il diritto di famiglia, la legge sulla violenza, i diritti delle lavoratrici sono riforme che sono state conquiste e non concessioni. Così come è stata una conquista il voto alle donne e non una semplice concessione da parte delle forze politiche. Ce lo ricordava Marisa Rodano, durante una bella iniziativa che si è tenuta qui lo scorso anno, nel suo intervento alla Camera: è stata la partecipazione delle donne alla Resistenza che ha rappresentato il fondamento per la conquista dei diritti civili, sociali e politici. 
Presidente, mi spiace che, anche in quest'Aula, oggi sia risuonato un po’ il ventaglio delle banalità maschiliste, perché in realtà noi non stiamo chiedendo una «quota panda», non stiamo chiedendo dei diritti per una piccola parte, dei privilegi per una parte della popolazione o per le donne che fanno politica. Io penso che mettere in discussione il modello maschile del mondo parte anche da qui, parte anche dall'approvazione di questa legge. C’è una visione nella quale la democrazia paritaria è condivisione, è responsabilità comune dello spazio pubblico. 
Eppure, lo sappiamo, è un cammino ancora incompiuto. Ce lo ricordano i dati sulla disoccupazione femminile, le violenze, i femminicidi, che purtroppo, quasi quotidianamente, fanno notizie sulle pagine dei giornali. Io penso che spetta a tutti noi la responsabilità di cambiare, di rendere effettiva e piena la cittadinanza femminile, quella cittadinanza femminile per la quale, prima di noi, tante donne, in modo trasversale, si sono impegnate e hanno costruito le battaglie e hanno aperto la strada a chi veniva dopo. Oggi tocca a noi far compiere qualche passo ancora in avanti al nostro Paese, verso un Paese effettivamente di donne e di uomini. Per questo esprimo, a nome del Partito Democratico, il nostro voto favorevole (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).