Discussione sulle linee generali
Data: 
Lunedì, 8 Aprile, 2019
Nome: 
Stefano Lepri

Grazie, Presidente. Il Partito Democratico sta per depositare una mozione sul tema oggetto del dibattito parlamentare che adesso illustro per sommi capi. Anzitutto, partiamo da alcune premesse che sono note e che i colleghi hanno già molto chiaramente illustrato su cui, quindi, mi soffermo solo citando i concetti fondamentali. Anzitutto, in Italia facciamo pochi figli, davvero molto pochi: 1,32 figli per donna. Siamo il Paese che fa meno figli anche tra i diversi Paesi europei, sapendo che l'Europa è il continente dove si mettono al mondo meno figli a confronto con gli altri continenti. Il dato del 2016 ci dice che in Italia nel 2016 abbiamo registrato 7,8 nati ogni mille abitanti, quando la media dell'Unione europea è di 10 per mille abitanti. All'interno di questo inverno demografico le regioni del Sud, le regioni del Mezzogiorno, sono quelle dove è ancora più basso il tasso di natalità.

Un'altra premessa è che, paradossalmente rispetto a questo dato, la Costituzione italiana riconosce il valore della famiglia e il valore della natalità, riconosce la stabilità affettiva e genitoriale come un valore e, tuttavia, proprio questi dati ci fanno riflettere sull'assenza di un quadro legislativo coerente con il dettato costituzionale e, al di là delle scelte affettive e genitoriali legittimamente diverse da parte di ciascuno, credo che tutte le parti politiche e tutte le posizioni su questi temi concordano su un fatto molto evidente: la natalità va sostenuta e la genitorialità va sostenuta più di quanto oggi si faccia e tra l'altro - ora ci tornerò - non è che non si faccia nulla: si fa, ma si fa in modo molto confuso e in modo tale per cui questa azione non produce effetti come questi dati dimostrano in modo inequivocabile.

Allora, quali sono, al di là dei dati, le cause e le situazioni collegate a questo fenomeno? Ce ne sono tante e non ce n'è una in particolare e, vorrei dire, non sono neanche tutte attribuibili alle scelte della politica. Infatti, molte decisioni in termini di genitorialità e natalità sono squisitamente personali, attengono alla cultura, attengono all'idea di tenore di vita che le famiglie e i singoli ritengono di avere e anche, di conseguenza, la disponibilità di risorse da dedicare ai figli. Però, ci sono certamente delle ragioni attribuibili alla politica che qui sommariamente ricordiamo (non in ordine di importanza ma certamente tutte concorrono). Una prima ragione, è il fatto che vi è indubitabilmente una discriminazione, un quadro magari inconsapevolmente discriminatorio nei confronti delle donne lavoratrici che mettono al mondo dei figli, soprattutto se ne mettono al mondo più di uno. Un dato per tutti che citiamo nella nostra mozione: se prima della gravidanza lavorano 59 donne su cento dopo il parto continuano a lavorare solo 43. Quindi, il fatto di avere messo al mondo il primo figlio porta le donne ad abbandonare in non pochi casi il lavoro e, tra queste, che abbandonano il lavoro nel 90 per cento dei casi la causa della motivazione è proprio legata alla necessità di doversi, più che potersi, dedicare alla cura dei figli in assenza di altri servizi o, comunque, è una scelta sicuramente non presa a cuor leggero.

Infatti, in non pochi casi sappiamo come si sia di fronte a fenomeni striscianti di mobbing che costringono in qualche modo le donne ad abbandonare il lavoro. Una seconda ragione è l'assenza, proprio correlato a ciò che ho detto prima, di un sistema di sostegno alle famiglie e alle donne in particolare nei primi anni di vita del bambino. Noi abbiamo, soprattutto nel caso degli asili nido, dei servizi per la prima infanzia, una carenza abbastanza evidente, molto evidente di nuovo, soprattutto e purtroppo, nelle regioni meridionali, ma l'obiettivo è di arrivare al 33 per cento di bambini che possano beneficiare dei servizi per la prima infanzia. È ancora un obiettivo molto di là da venire, nonostante che cresca indubitabilmente nel nostro Paese, seppur molto lentamente, questa percentuale. Un'altra ragione della difficoltà a mettere al mondo figli, e soprattutto più figli, è la disponibilità abitativa, cioè, nella misura in cui i figli sono due o più di due, gli spazi non ci sono, e quindi la limitata disponibilità di abitazioni soprattutto adeguate a poter ospitare famiglie numerose può essere sicuramente un elemento che frena soprattutto la messa al mondo di più figli nello stesso nucleo familiare.

A queste cause vanno affiancati dei fenomeni che non sono cause, ma che vanno comunque evidenziati proprio per tener conto del fatto che non solo è importante favorire la natalità, ma anche aiutare le famiglie e i figli che vivono condizioni di particolare disagio quando messi al mondo. Pensiamo alle difficoltà di tanti bambini di famiglie povere: Save the children ci ricorda che oggi in Italia abbiamo un milione e 300 mila tra bambini e ragazzi, cioè sostanzialmente un bambino su dieci, un adolescente su dieci, che non raggiunge una condizione di vita accettabile e non riesce ad emanciparsi dal disagio familiare in cui si trova. Un altro fenomeno che meriterebbe e che merita sicuramente un'attenzione particolare, nella misura in cui ci occupiamo di genitorialità in particolare, non solo di natalità, è la questione che riguarda la povertà educativa, e quindi le condizioni di abbandono e di grave trascuratezza dei minori.

Noi abbiamo una rete straordinaria di famiglie affidatarie e adottive in Italia, che, però, occorre valorizzare e sostenere meglio, perché noi sappiamo che occorre dare casa e affetti a tanti minori sia in stato di abbandono morale e materiale, e qui evidentemente attraverso procedure adottive, ma anche, comunque, in condizioni di disagio, e quindi attraverso le soluzioni diverse che le famiglie affidatarie e i servizi sociali, con una straordinaria rete, oggi in Italia riescono ad assicurare. Bisogna fare, da questo punto di vista, molto di più. Noi, però, come dicevo prima, non partiamo dall'anno zero, perché - anche qui, talvolta siamo anche eccessivamente autolesionisti - quello che possiamo dire, in sostanza, è che le misure ci sono, anche se complessivamente il monte di risorse che destiniamo è inferiore a quello degli altri Paesi europei, almeno di quelli con cui possiamo fare un confronto significativo in quanto economie avanzate, ma che spendiamo in modo molto frammentato. Questo è davvero il limite più grande delle misure oggi in campo, perché, se noi facciamo il conto di quante misure oggi abbiamo a favore della natalità, non parlo della genitorialità, se mettiamo anche quelle a favore della genitorialità andiamo ancora più su, abbiamo una decina di misure, dodici, se teniamo conto anche di quelle che riguardano, in modo particolare, la genitorialità.

Misure in denaro e in servizi che, in qualche modo, costituiscono una sorta di giungla; queste misure sono state pensate e poi approvate come una sorta di stratificazione successiva, per cui il legislatore si è sempre ben guardato dal razionalizzare queste misure, così che oggi noi abbiamo, ripeto, una somma di misure tra loro anche in parte contraddittorie rispetto ai criteri di accesso e alle forme di contribuzione. Noi abbiamo, come centrosinistra, nella scorsa legislatura aumentato le risorse allo scopo di sostenere natalità e genitorialità, penso al bonus bebè, al bonus mamma, al bonus nido, al bonus baby sitter, ma anche a misure che sostengono la donna lavoratrice, l'estensione dell'indennità di maternità alle lavoratrici iscritte alla gestione separata dell'INPS, l'aumento dei giorni di congedo obbligatorio per i padri, l'emanazione del decreto legislativo per la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro e altri. Quindi, ci sono stati sforzi importanti in questa direzione, la tutela delle atlete non professioniste per garantire anche per loro la copertura della maternità. Bene, queste misure sono tutte importanti, ma almeno alcune, quelle di tipo economico e relative all'incentivo per la fruizione di servizi, dovrebbero essere, a nostro parere, oggetto di una profonda rivisitazione, e ora ci arriverò, non prima di avere evidenziato cosa ha fatto in quest'anno il Governo Lega-5 Stelle.

Noi non possiamo che prendere atto - ma, ripeto, in questo caso non c'è nessuna polemica - di come al momento - ma ci auguriamo, e nella conclusione lo dirò, che questo momento possa essere superato - si tratti di misure di poco significato, sostanzialmente di conferma di ciò che finora era stato fatto anche nella scorsa legislatura. Tra le cose che vogliamo sottolineare, in difformità dagli annunci roboanti che sia il Vicepremier Salvini sia il Vicepremier Di Maio avevano annunciato, perché l'uno aveva detto “riempiremo le culle”, l'altro aveva detto “introdurremo il quoziente familiare”, eccetera, eccetera, ma sappiamo che, in campagna elettorale, chi ne ha di sparate più ne mette, al di là delle promesse, ripeto, noi abbiamo visto molto poco. Non sono state ridotte le risorse, ma non sono certamente state aggiunte e, soprattutto, abbiamo anche visto una certa insensibilità su alcuni provvedimenti.

Tra tutti, il provvedimento più importante che avete approvato è il reddito di cittadinanza e lì dentro vi è una misura paradossale, ossia la scala di equivalenza, che misura il grado di sensibilità del Governo e del Parlamento in riferimento alle famiglie numerose, addirittura si ferma laddove un nucleo familiare abbia tre figli; se ne ha quattro, cinque o sei la cifra è la stessa. Questo la dice lunga, secondo noi, finora - ripeto, saremo ben contenti di essere smentiti - sulla sensibilità che questo Governo e questa maggioranza hanno dedicato al tema. E, allora, arriviamo alle nostre proposte: ce n'è una, in particolare, che abbiamo depositato a luglio dello scorso anno, firmata alla Camera e al Senato in un testo identico dalla gran parte dei colleghi, che propone l'istituzione dell'assegno unico e della dote unica per i figli.

Questa proposta parte dalla consapevolezza che prima ho illustrato: vi sono troppe misure, non solo quelle introdotte nell'ultima legislatura, ma quelle più significative anche dal punto di vista delle dotazioni, assegni familiari, detrazioni per figli a carico, assegni per il terzo figlio in particolare. Sono misure, almeno le prime due, che determinano un effetto paradossalmente orientato a favorire chi sta meglio e a penalizzare chi sta peggio; quindi, un effetto non progressivo, ma esattamente al contrario, regressivo, che va a danno dei nuclei poveri, perché noi sappiamo che i nuclei familiari poveri spesso non arrivano ad avere le detrazioni per figli a carico e, se ottengono redditi diversi dal lavoro dipendente, non hanno neanche la possibilità di avere l'assegno familiare.

Vi sono tante altre contraddizioni, ma bastano queste due contraddizioni per rendersi conto di quanto sia assurdo il sistema oggi messo in campo e di come sia necessario mettervi mano. Un altro limite assolutamente evidente è il fatto che non vi è una continuità nell'erogazione di queste misure, che possono essere perse se, per esempio, si perde il lavoro o si ha una caduta nel reddito che poi viene dichiarato. Per cui, una famiglia che vuole mettere al mondo più figli o, magari, anche una madre che si domanda rispetto a una maternità indesiderata certamente non è incentivata dal fatto che non possa contare su una continuità nell'erogazione di sostegni da parte dello Stato.

Ecco, allora, che occorre – questa è la proposta – una misura in denaro e una in servizi che, almeno quella in denaro, abbia tre caratteristiche: quella della semplicità e che quindi assorba tutte le misure oggi in campo e comunichi una cifra, che naturalmente dovrà essere ridotta nel caso di redditi alti in particolare, ma che abbia il pregio appunto della semplicità, una cifra uguale per ogni figlio, con un importo certo che venga dato ogni mese; una seconda caratteristica è quella dell'equità, per cui non potranno più esservi, come oggi, situazioni paradossali, dove chi è più povero beneficia di meno risorse rispetto a chi, invece, sta meglio e, quindi, la stessa cifra per tutti, salvo quelli che stanno molto bene e che possono anche farne a meno; il terzo principio è quello della continuità, una misura che possa essere data con continuità dalla nascita, noi diciamo dal settimo mese di gravidanza, fino alla maggiore età e, poi, una cifra inferiore qualora ancora il figlio sia a carico fino ai 26 anni.

La dote unica ha la stessa caratteristica, cioè l'assorbimento delle tante misure oggi in campo per nidi, piuttosto che per baby sitter, che possa consentire, soprattutto nel periodo 0-3 anni di avere una disponibilità certa su carta servizi da poter spendere o per l'acquisto di servizi o per servizi offerti sul territorio, oppure offerti al domicilio, con un meccanismo di controllo e anche di emersione del tanto nero che in queste attività, in questo settore viene ancora, purtroppo, registrato.

Ecco, quindi, questo è il nostro impegno più importante, che consegniamo al Parlamento e consegniamo al Ministro, che ringrazio per l'attenzione che vuole dedicare, che vorrà dedicare alla nostra proposta, ma ci sono almeno altri quattro assi su cui dobbiamo lavorare. C'è l'asse del potenziamento dei servizi per la prima infanzia e per l'infanzia, perché anche i servizi per l'infanzia, purtroppo, pur essendo un diritto per tutti i bambini, non sempre onestamente sono garantiti o sono garantiti soprattutto con una continuità che, invece, è necessaria, con continuità e anche con equità, penso alle polemiche, assurde, che sono state fatte con riferimento al diritto di tutti i bambini di poter fruire della mensa presso le scuole materne. Quindi, occorre garantire l'accesso alle mense scolastiche a tutti i bambini e rafforzare la lotta alla povertà educativa; e questo è il secondo asse su cui occorre lavorare; naturalmente, la dote unica per servizi, di cui prima vi ho parlato, darebbe un contributo fondamentale per lo sviluppo di questa rete. Un terzo asse di azione riguarda l'occupazione femminile; ci sono molte misure, che prima ho citato, che vanno esattamente in questa direzione, ma c'è da lavorare soprattutto, l'ho già detto, sulle sfide che riguardano le donne che mettono al mondo un figlio e che vogliono tornare a lavorare; occorre quindi, in modo particolare, garantire che, dopo il congedo di maternità, vi siano misure, pensiamo a detassazioni, per sostenere il reddito delle donne al rientro dopo il congedo parentale o incentivi fiscali, perché le imprese, come purtroppo talvolta succede, non adottino uno strisciante atteggiamento di mobbing verso le donne. Una quarta misura riguarda le politiche per la casa, perché queste debbono tener conto dei carichi familiari e, quindi, è una sfida tutta nuova quella che abbiamo di fronte: politiche per la casa, fatte anche in modo diverso, ma con questo sguardo particolare ai nuclei familiari e ai carichi familiari numerosi. E una quinta misura, non meno importante, riguarda la conciliazione tra tempi di vita e tempi di lavoro, perché sia il padre che la madre possano, più di quanto oggi sia possibile, e non solo nei primi anni di vita, poter tenere insieme le esigenze professionali con quelle di cura e di educazione dei figli.

Ecco, concludo con un appello, perché al di là delle posizioni diverse che su molte questioni, in questo Parlamento, registriamo, noi pensiamo che ci possa essere un unanime e corale sforzo per fare in modo che questa sfida della natalità possa unire il Parlamento, possa unire le forze politiche, perché questo è un tema prioritario, ed è un tema condiviso. Facciamo in modo che, almeno su questo tema, ci sia una responsabilità comune.