Discussione sulle linee generali
Data: 
Mercoledì, 8 Gennaio, 2020
Nome: 
Piero Fassino

Grazie, signor Presidente, come è già stato sottolineato dai colleghi che hanno preso la parola precedentemente stiamo discutendo di eventi che hanno suscitato una grande inquietudine nel mondo, eventi che in realtà abbiamo già anche avuto modo di conoscere nel passato perché - è stato anche questo ricordato - nel 2014 cioè sei anni fa circa, cinque anni e mezzo fa, ci fu una mobilitazione vasta a Hong Kong nota come la rivoluzione degli ombrelli che già anticipava un fermento democratico e un movimento democratico che poi ha trovato una espressione ancora più ampia nell'ultimo anno e mezzo. Dal marzo del 2019 ad oggi noi abbiamo avuto un vasto movimento democratico incardinato in primo luogo su una vastissima presenza di giovani ma non solo che via via si è ampliato sempre di più a una platea di cittadini di ogni ceto sociale e di ogni età e che ha dato voce ad un sentimento di grande malessere e di irritazione e di protesta nei confronti del tentativo delle autorità locali di Hong Kong di subordinare l'autonomia di Hong Kong alle scelte, alle decisioni, alle volontà di Pechino.

Come sappiamo quel movimento prese le mosse dal tentativo di modificare l'autonomia giudiziaria di Hong Kong e già questo rappresentò un passaggio critico particolarmente delicato perché la preoccupazione che mosse tanta gente a scendere in piazza era che attraverso la modifica dell'autonomia giudiziaria di Hong Kong si potesse mettere in discussione uno dei cardini dell'autonomia di Hong Kong nei confronti della Repubblica popolare cinese e in particolare, appunto, quello status che fu definito con l'Accordo “un Paese, due sistemi” che prevede che dal 1997 fino al 2047 Hong Kong goda di un'autonomia amministrativa e politica tale da non essere subordinata né sul piano legislativo né sul piano della vita economica e sociale del territorio alla Repubblica popolare cinese.

Il punto è che però questa protesta, che è nata su questo punto, si è scontrata immediatamente con una sordità, perché per mesi e mesi le autorità locali di Hong Kong si sono rifiutate di prendere in considerazione l'idea di ritirare quel provvedimento che modificava l'autonomia giudiziaria del territorio e di fronte a questa sordità il movimento è venuto ampliandosi ed è venuto ampliandosi non solo in termini di partecipazione quantitativa ma in termini anche di piattaforma politica e dalla contestazione di un provvedimento quel movimento è venuto via via assumendo una configurazione sempre più ampia, cioè di un movimento che difendeva l'autonomia di Hong Kong, rivendicava il rispetto dei diritti umani, della democrazia e dei principi di libertà irrinunciabili e il rifiuto dell'omologazione di Hong Kong al regime della Repubblica popolare cinese e, quindi, io penso che vada vista tutta la valenza politica di questo movimento.

Di fronte a un movimento, che ha preso quell'ampiezza, sappiamo bene che le autorità locali hanno risposto con politiche repressive particolarmente dure: oltre 6 mila persone sono state arrestate tra il marzo 2019 e oggi, 1.500 delle quali donne, e nel giro di qualche ora soltanto al politecnico di Hong Kong, qualche mese fa, sono stati arrestati 1.500 studenti. Ora tutto questo non poteva e non può che suscitare evidentemente inquietudine, preoccupazione e anche un giudizio particolarmente severo nei confronti sia delle autorità di Hong Kong sia nei confronti indirettamente dell'atteggiamento assunto dalla Repubblica popolare cinese nei confronti di questo movimento. È un movimento che ha radici profonde e lo si è visto nelle elezioni amministrative di qualche settimana fa, in cui il movimento democratico ha conquistato 278 seggi contro i 20 seggi conquistati dalle liste cosiddette “filo Pechino” e 20 personalità indipendenti. Ebbene, 278 vuol dire che appunto la stragrande maggioranza degli elettori, in un'elezione a cui ha partecipato il 71 per cento degli aventi diritto e, quindi, con un'affluenza molto alta, la stragrande maggioranza di quelli che sono andati a votare, dicevo, ha indicato, con il voto, una scelta chiara: ha votato per il movimento democratico e ha votato, quindi, riconoscendosi, identificandosi e sentendosi rappresentato da quel movimento che ha riempito per mesi e mesi le piazze di Hong Kong.

Il punto è come si esce da questa situazione. Dopo questo risultato elettorale la situazione è entrata in una situazione di stallo. Il potere di Hong Kong non può non tener conto di risultati elettorali così netti e, al tempo stesso, si ha paura di fare i conti con il movimento che ha raccolto quel consenso e si è entrati in una condizione di stallo. Ora da questa condizione di stallo bisogna uscire e, come è stato già qui ricordato da alcuni colleghi, c'è un punto di riferimento molto chiaro, cioè la risoluzione approvata dal Parlamento europeo che dice delle cose chiare e che io credo siano cose in cui si può riconoscere anche questo Parlamento e in cui ci riconosciamo certamente noi che abbiamo sottoscritto la mozione che io sto illustrando e, cioè, in primo luogo la richiesta, sia alle autorità di Hong Kong sia alle autorità di Pechino, di riconoscere pienamente i diritti umani, quei diritti umani che il regime della Repubblica popolare cinese si è impegnato formalmente a riconoscere sottoscrivendo una serie di convenzioni e di atti internazionali in materia di diritti umani ma che noi sappiamo poi non viene ottemperata.

Ecco, intanto si comincino a rispettare a Hong Kong pienamente i diritti umani dei cittadini, si conduca un'indagine chiara, imparziale e terza sulle violazioni che sono state fatte non solo dei diritti umani ma anche sulle azioni repressive che sono state messe in essere contro coloro che manifestavano, si liberino tutti coloro che sono stati arrestati perché delle 6 mila persone che nell'arco degli ultimi mesi sono stati arrestate ve ne sono ancora parecchie migliaia in condizione di detenzione e, quindi, c'è il problema di garantire a tutti costoro il ripristino della loro libertà individuale e si rispetti pienamente l'accordo che è stato sottoscritto e che prevede fino al 2047 un regime di autonomia per il territorio di Hong Kong, che non può essere né violato esplicitamente né messo in discussione surrettiziamente con provvedimenti che via via ne restringono l'esercizio concreto.

Termino, signor Presidente, evocando però anche un contesto più generale. Naturalmente il mondo è complesso e tutto ciò che avviene in ogni Paese ha delle ragioni specifiche e guai, come dire, a generalizzazioni troppo semplificatorie. Tuttavia, non può non essere visto che il 2019 è stato un anno che ha fatto registrare in molti Paesi di questo pianeta l'emergere di movimenti civici, civili e democratici di vasta portata. Penso a come in Sudan si sia superato un regime dittatoriale di trent'anni grazie a una grande mobilitazione popolare civica; penso all'Algeria, in cui da mesi e mesi ogni venerdì ci sono manifestazioni di piazza e di popolo; penso al Libano e a come un grande movimento civico abbia messo in discussione e metta in discussione le oligarchie che da più di trent'anni controllano quel Paese; penso all'America Latina, dove dal Venezuela alla Bolivia e al Cile abbiamo avuto l'espressione, sia pure con profili diversi, di grandi movimenti civici.

C'è un filo che tiene uniti questi movimenti pur nella specificità di ogni condizione - ripeto - ed è, appunto, la rivendicazione di una partecipazione democratica, la rivendicazione di un pieno rispetto dei diritti umani, la rivendicazione del rispetto di fondamentali regole di libertà e di democrazia e, badate, non paia questo banale, perché nel passaggio di questo secolo e negli ultimi anni del secolo scorso noi stiamo assistendo a un fenomeno nuovo. Noi siamo tutti abituati, quando guardiamo a un Paese e valutiamo qual è il regime politico, a valutare se c'è la democrazia o se c'è una dittatura (per un lungo periodo è stato così). Noi oggi siamo di fronte a una terza figura che si sta affermando in molti Paesi, dove le regole fondamentali dell'architettura democratica ci sono e sono rispettate e poi, però, c'è una gestione autocratica e autoritaria del potere pure in un involucro democratico. È quello che sta accadendo in India, è quello che accade in Turchia, è quello che accade nelle Filippine, è quello che accade in Ungheria e si potrebbe continuare. Allora, c'è un problema di fondo che anche discutendo di Hong Kong io credo noi dobbiamo avere presente e, cioè, che i valori fondamentali di democrazia, di libertà e di tutela dei diritti umani non possono essere messi in discussione.

È entrata nel nostro lessico negli ultimi decenni una parola che usiamo ormai quotidianamente che è “globalizzazione” e quando parliamo di globalizzazione noi facciamo riferimento alla globalizzazione economica in particolare. Ebbene, è tempo di dire che oltre alla globalizzazione delle monete, dei mercati, degli scambi e delle tecnologie c'è anche un grande tema di globalizzare i diritti umani e di garantire che i diritti umani e civili siano tutelati e rispettati sotto ogni cielo e in ogni territorio e liberandoci tutti, soprattutto noi europei, di un modo di leggere situazioni lontane da noi che spesso assume una forma di relativismo culturale inaccettabile. Quante volte, di fronte alla violazione dei diritti in un Paese africano o asiatico, ci è capitato di sentir dire: “Va be', ma sono Paesi fatti così”.

No, attenzione: la specificità delle identità e il loro riconoscimento è una cosa, ma, poi, ci sono diritti fondamentali, inalienabili per ogni persona, sotto qualsiasi cielo, in qualsiasi terra, qualsiasi sia l'origine culturale, il Dio che si prega, le condizioni sociali, che sono irrinunciabili. E io credo che la vicenda di Hong Kong ci richiami anche a questo tema: di come il nostro Paese, che è un Paese, appunto, democratico, che i diritti umani li ha iscritti nella sua Costituzione, assume la battaglia della globalizzazione dei diritti come una priorità per una governance mondiale di un mondo che sia più giusto e più sicuro.