Discussione generale
Data: 
Martedì, 12 Dicembre, 2017
Nome: 
Giuseppe Fioroni

Doc. XXIII, n. 29

. Presidente, colleghi, illustrerò brevemente la terza relazione sull'attività svolta che la Commissione d'inchiesta sul rapimento e sulla morte di Aldo Moro ha approvato a larghissima maggioranza nella seduta del 6 dicembre 2017. Questa larga condivisione, analoga a quella evidenziatasi nelle due precedenti relazioni, evidenzia la serietà dell'approccio che ha caratterizzato lo svolgimento dell'inchiesta. Comunque se ne valutino i risultati, l'inchiesta non è risultata condizionata da quelle logiche di contrapposizione politica che hanno caratterizzato, ad esempio, i lavori delle vecchie Commissioni stragi. Al contrario, il lavoro di ricerca e di indagine ha potuto giovarsi degli spunti e delle indicazioni provenienti da tutte le forze politiche, senza alcuna chiusura preconcetta.

Se si ha a mente l'esperienza delle precedenti inchieste svoltesi sul tema del terrorismo e delle stragi, già questo può essere considerato un risultato importante. Il mandato che la legge istitutiva ha assegnato alla Commissione è quello di accertare: a) eventuali nuovi elementi che possono integrare le conoscenze acquisite dalle precedenti Commissioni parlamentari d'inchiesta sulla strage di via Fani, sul sequestro e sull'assassinio di Aldo Moro; b) eventuali responsabilità sui fatti di cui alla lettera a) riconducibili ad apparati, strutture e organizzazioni comunque denominati ovvero a persone a esse appartenenti o appartenute. Questo era il mandato della Commissione.

Il presupposto dell'inchiesta è dunque che permanga una mancanza di verità, e io condivido le parole che oggi il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha detto in occasione dell'anniversario per piazza Fontana. Una mancanza di verità rispetto ad aspetti importanti della vicenda del rapimento e dell'omicidio di Aldo Moro e dell'uccisione degli uomini della sua scorta, Oreste Leonardi, Domenico Ricci, Salvatore Iozzino, Giulio Rivera e Francesco Zizzi. Ciò naturalmente non implica di sottoporre a una revisione critica il complesso dei giudicati penali definitisi in quasi un ventennio, ma di approfondire gli elementi di incongruità e le numerose lacune, anche al di là dell'accertamento di responsabilità penale attualmente perseguibile. Del resto, proprio il lento e faticoso accumularsi di dati investigativi, anche a causa del progressivo e non sempre coerente rilascio di informazioni da parte dei brigatisti pentiti e dissociati, ha fatto sì che persone inizialmente assolte per la vicenda Moro siano state poi riconosciute con assoluta certezza come partecipanti al sequestro. È questo, ad esempio, il caso di Rita Algranati, che svolse una funzione di appoggio in via Fani, ma anche di terroristi come Germano Maccari o Raimondo Etro, che emersero nelle indagini solo nel corso degli anni Novanta.

All'inizio dei lavori della Commissione, il presupposto dell'inchiesta è stato criticato da alcuni dei protagonisti della stagione del terrorismo brigatista, ma è stato criticato anche da magistrati, da giornalisti e personalità politiche, sulla base dell'assunto che sul caso Moro tutto fosse conosciuto e che quanto non noto fosse residuale e minimale. Le tre relazioni dimostrano abbondantemente che così non era. In realtà, proprio la rilettura sistematica dei cinque processi e dell'attività delle precedenti Commissioni che si sono occupate, in tutto o in parte, della vicenda Moro, la prima Commissione Moro, la Commissione P2, la stragi, la Mitrokhin, ha fatto emergere un elemento di sicuro rilievo: il fatto, cioè, che la ricostruzione storico-politica e giudiziaria della vicenda Moro è risultata fortemente condizionata da una verità affermatasi tra gli anni Ottanta e i primi anni Novanta.

Tale verità era fortemente legata alle interazioni tra le culture politiche all'epoca prevalenti e ad una diffusa volontà di voltare rapidamente pagina rispetto alla stagione del terrorismo.

Ciò, peraltro, è ampiamente evidenziato nelle pagine che questa relazione dedica all'analisi del percorso dissociativo di Valerio Morucci e Adriana Faranda, partendo dal loro arresto, o presunto tale, alle interazioni dei due brigatisti con il SISDE, e alle influenze che le loro dichiarazioni esercitarono sul processo Moro-ter e non solo.

Il lavoro della Commissione è stato, dunque, innanzitutto, lavoro di analisi della ingente quantità di documentazione acquisita. In questo, come in altri ambiti, la Commissione ha potuto compiere passi in avanti, forse in maniera determinante, in quanto ha potuto disporre, grazie alla declassificazione, di documenti, seguita alla “direttiva Renzi” del 2014. E colgo l'occasione per ringraziare, a nome di tutta la Commissione, il Presidente Renzi che ha aperto come non mai i nostri archivi e i nostri cassetti, consapevoli che il futuro del nuovo Paese ed il suo rinnovamento passa sempre e comunque per la capacità di fare piena luce sull'Italia dei misteri. Quindi, questo ci ha consentito di ottenere materiali precedentemente non disponibili e di individuare fonti dimenticate o occultate che sono state analizzate alla luce delle audizioni e delle attività di indagine delegate ai collaboratori e alle forze di polizia. Ricordo, solo per dare un elemento concreto, che la Commissione ha acquisito un totale di 2.250 unità documentali, per un totale di 700.000 pagine, ha delegato oltre 440 attività ai collaboratori, tra cui 256 escussioni. Tutte attività che hanno potuto essere realizzate grazie al grande impegno dei collaboratori della Commissione: magistrati, forze di polizia ed esperti che hanno operato ad esclusivo titolo gratuito e fuori dall'orario di servizio, tenendo presente che la Commissione ha speso in tutti e cinque gli anni complessivamente poche decine di migliaia di euro; credo sia l'unica Commissione d'inchiesta che ha speso queste cifre e non ha utilizzato minimamente ciò che erano spese di rappresentanza.

Seguendo la logica della legge istitutiva, la Commissione non ha inteso proporre una lettura complessiva del caso Moro, quasi dedicandosi a una sorta di storiografia parlamentare. Non è infatti sembrato opportuno tornare sugli elementi già acquisiti con sufficiente certezza e riscontrati con elementi di prova. La Commissione ha invece focalizzato la sua attenzione sugli aspetti che più di altri fanno emergere elementi nuovi o non sufficientemente indagati e specifiche responsabilità. In tutti i casi in cui tali elementi possono integrare notizia di reato, la Commissione ha trasmesso i relativi atti alla procura di Roma, alla procura generale presso la Corte di appello di Roma, a secondo delle rispettive competenze a seguito della avocazione. Mi sembra giusto a tale proposito sottolineare che, durante tutto il corso dell'inchiesta, la Commissione ha proceduto con queste autorità giudiziarie in un'ottica di leale e reciproca collaborazione. Analoga collaborazione è stata riscontrata anche nel rapporto con le Agenzie del sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica, nonché nel rapporto con i Ministeri interessati, in particolare quello degli esteri, della giustizia e dell'interno, e con la polizia di Stato, l'Arma dei carabinieri e la Guardia di finanza. Numerosi aspetti della vicenda Moro sono specificatamente trattati in questa e nelle precedenti relazioni e dal complesso degli elementi acquisiti emerge un'analisi significativamente nuova di molti degli snodi centrali di questo drammatico evento. Per questo, per quanto attiene specificatamente a questa terza relazione, la Commissione ha approfondito in particolare quattro aspetti. Il primo è il complessivo riesame della vicenda di Valerio Morucci e Adriana Faranda che la Commissione ha compiuto allo scopo di rivalutare nella sua interezza il profilo dei due brigatisti che hanno svolto un ruolo importante sia nella vicenda del sequestro, sia nella costruzione dei giudicati penali sul caso Moro. Sulla base di numerose acquisizioni documentali e testimoniali, la Commissione ha realizzato una completa e inedita ricostruzione della vicenda dell'arresto di Morucci e Faranda, che furono catturati il 29 maggio del Settantanove in una casa di viale Giulio Cesare a Roma, dove erano ospiti di Giuliana Conforto, figlia di “Dario”, già agente dell'Unione Sovietica, peraltro ben noto ai servizi italiani e non solo. Le indagini compiute hanno consentito di accertare che l'individuazione del rifugio fu resa possibile dalle confidenze rilasciate da una fonte della squadra mobile di polizia di Roma. Diversi elementi rendono tuttavia probabile, io direi certa, l'esistenza di una sorta di doppio livello nell'arresto di Morucci e Faranda e l'esistenza di una parallela attività anche negoziale svolta per il tramite di Giorgio Conforto. La Commissione ha poi approfondito il percorso dissociativo di Morucci e Faranda, attraverso documentazioni recentemente acquisite dall'AISI, l'analisi su base documentale della vicenda, il cosiddetto memoriale Morucci, che fondò una parte importante della verità giudiziaria sulla vicenda Moro.

Questo ha consentito di individuare con più precisione gli attori politici e giudiziari che nel corso degli anni Ottanta realizzarono la stabilizzazione di una verità parziale sul caso Moro, funzionale a un'operazione di chiusura della stagione del terrorismo, e ne comprendo perfettamente i motivi, che ne ha espunto però alcuni aspetti controversi e forse fastidiosi.

Un secondo tema che trova spazio nella relazione è l'analisi del ruolo della dimensione mediterranea e mediorientale nella vicenda Moro. In questo ambito, la Commissione per la prima volta è riuscita a ricostruire una precisa scansione del rapporto di collaborazione tra Brigate Rosse e formazioni palestinesi maggiormente orientate in senso marxista e ha approfondito le iniziative assunte da servizi italiani per favorire la liberazione di Moro con l'aiuto dell'Olp e del Fronte popolare per la liberazione della Palestina, nel quadro dei controversi accordi di intelligence che l'Italia definì con i vari movimenti palestinesi. Allo stato si può ormai affermare che la vicenda Moro è intimamente connessa col più vasto contesto internazionale del rapporto tra l'Italia e il Medio Oriente in tutti i suoi aspetti, da quello dei traffici d'armi, a quello del rapporto tra terrorismo interno e terrorismo mediorientale.

Una serie di approfondimenti tecnici e di indagine hanno portato poi a valorizzare un terzo tema, quello della latitanza di Alessio Casimirri che continua indisturbato a vivere in Nicaragua. A partire dal reperimento tra la documentazione che la Commissione ha acquisito dall'Arma dei carabinieri di un cartellino fotosegnaletico di Casimirri che appare assolutamente incongruo allo stato degli atti, perché non è mai risultato che Casimirri sia stato tanto meno arrestato, tanto meno fotosegnalato e noi abbiamo accertato che fino a luglio dell'Ottantatré era presente nel nostro territorio nazionale. La Commissione ha riscontrato numerosi elementi di criticità nella vicenda di Casimirri, più volte segnalato e denunciato. È emerso nelle confessioni dei pentiti già nel 1982 che Casimirri poté espatriare verosimilmente con un passaporto grossolanamente contraffatto, sul quale la Commissione ha acquisito elementi mai prima emersi in questi lunghi trentanove anni. A ciò si aggiunge la tardiva emersione delle responsabilità di Casimirri in sede giudiziaria, legato essenzialmente alle omissioni comprese nella testimonianza di Morucci e il fallimentare tentativo compiuto nel Novantatré di ottenerne l'estradizione. In questo quadro, le evidenti protezioni godute da Casimirri per i suoi rapporti con ambienti governativi sandinisti, non sembrano l'unico elemento che ha favorito la latitanza del terrorista. Sono emerse in maniera chiara situazioni di protezione che riguardano i nostri apparati e il nostro il sistema di protezione interno.

Un altro tema importante è stato l'individuazione nella zona della Balduina di un complesso immobiliare di proprietà dello IOR che ospitò nella seconda metà del Settantotto Prospero Gallinari e che era caratterizzato dalla presenza di alti prelati (che è normale nelle palazzine dello IOR), ma insieme con questi, di società statunitensi, una di queste con funzioni di intelligence americana, di esponenti tedeschi dell'autonomia, di finanzieri libici e di due persone contigue alla Brigate Rosse. Tale complesso, anche alla luce delle posizioni e delle indagini svolte, fa pensare che è quello che è stato utilizzato per spostare Aldo Moro dalle auto utilizzate in via Fani a quelle cui fu successivamente trasferito. Data la ristrettezza del tempo. mi limito a evocare altri tre temi affrontati nella relazione: l'esistenza in ambiente lombardo, principalmente milanese, di un filone legato ad ambienti socialisti che fanno riferimento direttamente all'onorevole Craxi che nel corso del sequestro Moro ebbe un ruolo sia nei tentativi di stabilire un contatto con i brigatisti, sia anche nella circolazione di scritti riconducibili a Moro; gli approfondimenti condotti sulla vicenda dalla scoperta del covo brigatista di via Fracchia a Genova e sulla possibile presenza di scritti di Moro; gli accertamenti tecnici delegati al Ris dei Carabinieri di Roma sulle modalità di uccisione di Moro. Gli elementi esposti nella presente relazione integrano, in qualche modo modificano, quelli già oggetto di esposizione nei due precedenti. Del resto compito alla Commissione non è stato solo quello di evidenziare nuovi elementi, ma quello di sgomberare il campo di una serie di false piste che spesso trovano ancora ecco in sede giornalistica e pubblicistica.

La lettura complessiva delle tre Relazioni porta a una revisione di importanti aspetti del sequestro Moro, che, ove opportuno, sono stati oggetto di comunicazione all'Autorità giudiziaria. Ne deriva una riconsiderazione complessiva della vicenda, che la Commissione sottopone al Parlamento e all'opinione pubblica.

Data la natura della Relazione e in linea con quanto espresso nella legge istitutiva, non sembra opportuno trarre delle conclusioni di tipo generale. Può essere però utile sottolineare alcuni elementi che emergono dal lavoro compiuto.

In primo luogo che emerge con chiarezza è che una semplice lettura combinata dei documenti programmatici delle Brigate rosse e delle informative che provenivano dal Medio Oriente avrebbe consentito di individuare una specifica necessità di tutelare la persona di Moro con le massime misure di sicurezza. Ove queste fossero state attuate, forse l'intera vicenda del terrorismo brigatista avrebbe assunto una piega ben diversa da quella che si realizzò.

In secondo luogo, l'analisi del "memoriale Morucci" e delle sue vicende e le attività tecniche delegate evidenziano il carattere "parziale" delle tradizionali ricostruzioni e la necessità quanto meno di integrarle con una valutazione della probabile esistenza di ulteriori appoggi e complicità, anche su un piano logistico.

Emerge poi, al di là delle responsabilità accertate dei brigatisti, la presenza di attori interni e internazionali che operarono nella vicenda. Molti elementi, emersi per la prima volta, indicano che sull'operazione militare delle Brigate rosse si innestò l'azione di una pluralità di soggetti, che per ragioni diverse, influirono sulla gestione e tragica conclusione del sequestro. In questo ambito può collocarsi certo la — già nota - presenza di persone legate alla P2 in diversi ambiti istituzionali, ma anche la presenza, in diversi snodi del sequestro Moro, di personaggi legati alle organizzazioni criminali, o perché interessati direttamente da esponenti politici, o in quanto fornitori di supporto logistico e armi, o semplicemente come "spettatori" della vicenda. Ancora più importante è però il riconoscimento del ruolo di quell'area grigia e invisibile costituita dai rapporti fra Servizi di intelligence. In questo ambito una delle principali acquisizioni è giunta proprio dagli approfondimenti sulla dimensione "mediterranea" della vicenda Moro, con particolare riferimento agli accordi che fondavano la politica estera e di sicurezza italiana, in particolare nei riguardi del Medio Oriente. Analizzando l'esistenza di forme di cooperazione tra entità terroristiche è stato inoltre possibile inquadrare l'azione delle Brigate rosse all'interno di un più vasto "partito armato", composto da diverse formazioni terroristiche italiane, che faceva parte a pieno titolo del terrorismo internazionale di sinistra e non si riduceva a una dimensione puramente nazionale. Anche le nuove acquisizioni relative a una possibile circolazione di scritti di Moro e alle iniziative di trattativa tentate da più attori per garantire la salvezza dello statista arricchiscono di molto il quadro delle conoscenze e confermano la complessità della dimensione politica della vicenda Moro, al di là della schematica divisione in "partito della fermezza" e "partito della trattativa".

Infine, proprio a partire dalla ricostruzione della vicenda dell'arresto di Morucci e Faranda in casa di Giuliana Conforto è emerso uno scenario complesso, che chiama in causa la possibilità che l'arresto di Morucci e Faranda sia stato negoziato e evidenzia le molteplici interrelazioni che, nel corso degli anni '80, definirono il perimetro giudiziario e politico della vicenda Moro.

Sin dall'inizio della sua attività, la Commissione si è data come obiettivo quello di acquisire elementi documentalmente fondati, eventualmente apprezzabili anche in sede giudiziaria. Alla luce delle acquisizioni che ho sommariamente enunciato, la Commissione ritiene di aver fatto significativi passi in direzione della verità e utilizzerà il tempo residuo per portare a termine tutte le possibili indagini.

La Commissione consegna dunque al Parlamento un lavoro che non è esaustivo, ma che rende molto più chiaro uno degli eventi più drammatici della storia della Repubblica italiana.

Nel 2018 ricorre il quarantesimo anniversario dell'uccisione di Moro e degli uomini della sua scorta. L'auspicio è che le acquisizioni dell'inchiesta parlamentare favoriscano una riflessione condivisa su una vicenda che non è solo emblematica della stagione, ormai chiusa, del terrorismo brigatista, ma che ha prodotto effetti di lungo periodo sulla storia del nostro Paese, anche perché non si è stati capaci di affrontare tempestivamente zone d'ombra e responsabilità. Credo che vada riconosciuta a questo Parlamento una più matura capacità di guardare senza riserve e omissioni agli eventi del 1978, che è stata alla base del lavoro di inchiesta che la Commissione ha cercato di compiere.