I sottoscritti chiedono di interpellare il Ministro dell'ambiente e della sicurezza energetica, il Ministro delle imprese e del made in Italy, per sapere – premesso che:
la vicenda dello stabilimento siderurgico ex Ilva di Taranto costituisce da anni una grave emergenza industriale, ambientale e sanitaria del Paese, simbolo di un modello produttivo che ha sacrificato la salute dei cittadini, la qualità dell'ambiente e del lavoro;
la popolazione tarantina continua a subire le conseguenze di un inquinamento e di un danno sanitario ampiamente documentati, mentre migliaia di lavoratori diretti e dell'indotto vivono da anni in una condizione di precarietà strutturale, segnata dal ricorso reiterato alla cassa integrazione;
il sito industriale risulta interessato da un disastro ambientale di proporzioni straordinarie, con obblighi di risanamento e bonifica che ad oggi non risultano né completati né adeguatamente programmati;
in questi giorni, attraverso dichiarazioni a mezzo stampa, è emersa la volontà del fondo statunitense Flacks Group di acquisire l'ex Ilva, annunciando un piano di investimenti pari a circa 5 miliardi di euro, una produzione di 4 milioni di tonnellate annue e un bacino occupazionale di 8.500 addetti, con prospettiva di crescita fino a 10.000 unità;
tuttavia, al momento, non risultano resi pubblici né il piano industriale nel dettaglio, né il cronoprogramma degli investimenti, né tantomeno un piano vincolante di eliminazione delle fonti fossili e abbattimento delle emissioni e bonifica ambientale;
il soggetto interessato all'acquisizione appare essere connotato prevalentemente come operatore finanziario e non come soggetto industriale dotato di comprovata esperienza nel settore siderurgico, circostanza che impone una verifica rigorosa circa l'affidabilità industriale, ambientale e occupazionale del progetto;
nelle stesse dichiarazioni viene evocata la possibilità di un ingresso dello Stato nella compagine societaria, con potenziali oneri a carico della finanza pubblica, senza che siano state chiarite le condizioni, i rischi e le garanzie per l'interesse nazionale;
nel frattempo, Acciaierie d'Italia S.p.A. ha richiesto la proroga della Cassa integrazione guadagni straordinaria per circa 4.450 lavoratori, di cui oltre 3.800 a Taranto, a decorrere dal 1° marzo 2026 per ulteriori 12 mesi, prolungando una situazione sociale già insostenibile;
in data 20 febbraio 2026 si è verificata l'ennesima emissione anomala di colore rossastro proveniente dall'altoforno 4, episodio grave e allarmante del quale non risultano ancora chiarite né la natura né le conseguenze sulla salute pubblica e sull'ambiente, così come risulta priva di adeguata valutazione sanitaria la riattivazione dell'altoforno 2 che, a soli due giorni dalla messa in marcia, in data 23 febbraio 2026, ha provocato un ulteriore e preoccupante evento emissivo;
in data 19 febbraio 2026 le principali associazioni industriali di categoria hanno formalmente richiesto chiarimenti ai commissari straordinari di Acciaierie d'Italia S.p.A. in merito all'esclusione dalla proposta transattiva di numerose imprese creditrici, tra cui aziende titolari di crediti anche assistiti da operazioni di reverse factoring e già ammessi al passivo con prededuzione ai sensi dell'articolo 2-quater del decreto-legge n. 4 del 2024;
tale situazione rischia di generare un grave squilibrio economico e una disparità di trattamento tra creditori;
in data 25 febbraio 2026 il Tribunale di Milano, sul procedimento per inibitoria proposto da residenti nel comune di Taranto, ha disapplicato parzialmente l'Aia 2025 ed ordinato la sospensione a decorrere dal 24 agosto 2026, dell'attività produttiva dell'area a caldo dello stabilimento di Taranto, in data 2 marzo 2026 all'interno dello stabilimento di Taranto, si è verificata l'ennesima morte sul lavoro, la seconda morte dall'inizio dell'anno di un operaio dell'indotto –:
quali iniziative urgenti il Governo intenda adottare, per quanto di competenza, a tutela della salute pubblica e dell'ambiente, con particolare riferimento all'episodio emissivo del 20 febbraio 2026, e se siano state attivate immediatamente tutte le verifiche tecniche, sanitarie e ambientali necessarie, rendendone pubblici gli esiti;
se non ritenga indispensabile sospendere o limitare le attività degli impianti maggiormente impattanti fino alla piena verifica delle condizioni di sicurezza ambientale, sanitaria e per l'incolumità dei lavoratori dello stabilimento;
se non ritenga necessario avviare con urgenza un confronto istituzionale strutturato e calendarizzato con il potenziale acquirente Flacks Group, al fine di acquisire e rendere pubblici:
a) il piano industriale dettagliato;
b) il piano occupazionale e le garanzie per i lavoratori diretti e dell'indotto;
c) il piano ambientale, il piano vincolante di eliminazione delle fonti fossili e di bonifica del sito;
d) il cronoprogramma degli investimenti e le relative coperture finanziarie;
quali valutazioni abbia effettuato circa l'affidabilità industriale, finanziaria e ambientale del soggetto acquirente, e quali condizioni stringenti intenda porre a tutela dell'interesse pubblico in caso di ingresso dello Stato nel capitale;
quali misure intenda adottare per garantire la piena tutela dei livelli occupazionali, riducendo il ricorso agli ammortizzatori sociali e assicurando prospettive di lavoro stabili e dignitose;
quali iniziative di competenza intenda assumere per tutelare le imprese creditrici e l'intero indotto, evitando disparità di trattamento tra crediti prededucibili e scongiurando il rischio che le risorse disponibili risultino insufficienti in sede di riparto finale;
se non ritenga necessario garantire la massima trasparenza sull'intera operazione di cessione dell'ex Ilva, assicurando il coinvolgimento delle istituzioni territoriali, delle parti sociali e delle comunità locali;
quali criteri, parametri e indirizzi strategici intenda adottare nella definizione delle modalità di cessione degli stabilimenti ex Ilva di Taranto, Genova, e Novi Ligure, con particolare riferimento alla salvaguardia dell'unitarietà industriale del gruppo, ora Acciaierie d'Italia, alla tutela dei livelli occupazionali lungo l'intera filiera e alla piena sostenibilità ambientale e sanitaria degli impianti, nonché quali strumenti di governance intenda attuare;
quali iniziative urgenti il Governo intenda adottare rispetto alle prescrizioni dell'Aia 2025 disapplicate dal decreto cautelare ad esempio: monitoraggio PM10 E PM2,5, regime wind days, installazione serbatoi contenenti sostanze pericolose, temperatura minima di combustione delle torce alle quali sono avviati i gas di affinazione dell'acciaio, completa intercettazione delle emissioni diffuse in fase di trasferimento del coke, in relazione alle quali non sono stati previsti termini di esame e di realizzazione dei relativi interventi di ambientalizzazione e dunque in funzione acceleratoria della loro esecuzione;
quali misure urgenti il Governo intenda adottare per scongiurare altre morti all'interno dello stabilimento determinate anche a causa dell'assenza di manutenzione degli impianti.
Seduta del 6 marzo 2026
Illustrazione e replica di Francesca Viggiano, risposta della Sottosegretaria di Stato per le Imprese e il made in Italy, Fausta Bergamotto.
FRANCESCA VIGGIANO. Grazie, signora Presidente. Signora Sottosegretario, colleghe e colleghi, mi si conceda oggi di parlare in quest'Aula non solo come parlamentare della Repubblica, ma come cittadina di Taranto. Io sono nata e cresciuta a Taranto, città che ho avuto anche l'onore e l'onere di amministrare, scontrandomi con la durezza dei suoi problemi e gloriandomi della sua bellezza e dell'enorme potenzialità che custodisce.
Taranto è una città meravigliosa ma ferita, una città che da decenni vive sospesa tra il diritto al lavoro e il diritto alla salute, tra un benessere economico apparente determinato dalla produzione industriale e il peso di un disastro ambientale che oggi nessuno può più fingere che non esista.
Mi si conceda oggi di parlare anche come avvocato, un avvocato che conosce bene il dilemma morale di quei lavoratori, padri di famiglia che ogni giorno entrano in quello stabilimento senza sapere cosa respirano e con la paura di non tornare più a casa. Parlo a nome di Luca, di Marco, di Francesco, di Antonio, di Oronzo e di tanti altri padri di famiglia che chiedono semplicemente due cose: lavorare con dignità e vivere con dignità. Due cose semplici, due cose quasi scontate in quanto giuste, due cose che però, in uno Stato di diritto, non dovrebbero mai entrare in conflitto. E invece a Taranto da tanti, troppi anni sono state messe una contro l'altra, come uno contro l'altro sono stati messi i suoi cittadini: da una da una parte gli ambientalisti e da una parte i lavoratori. Questa cosa non è più sostenibile, diciamolo con chiarezza: infatti, questa contrapposizione non è più tollerabile. È il risultato di scelte industriali e politiche che, per troppo tempo, hanno tollerato che un grande impianto produttivo operasse dentro un contesto di grave compromissione ambientale e sanitaria.
E parlo anche da concittadina di Loris Costantino, un altro padre di famiglia morto sul lavoro il 2 marzo scorso all'interno dello stabilimento ex Ilva; un uomo che non è tornato a casa dai suoi figli e da sua moglie, come altri 11 uomini solo negli ultimi 12 anni. A loro, prima di ogni altra cosa, dobbiamo rispetto e dobbiamo verità. La città di Taranto oggi è stanca, è stanca di aspettare, stanca di promesse, è stanca di essere trattata come un problema da gestire e non come una comunità da proteggere. Taranto ha paura, paura per la salute dei propri figli, paura per il lavoro dei propri genitori, paura per il futuro, e soprattutto ha perso fiducia anche nelle istituzioni. È dentro questo contesto umano e sociale che si colloca la vicenda dello stabilimento siderurgico ex Ilva di Taranto, una vicenda che da anni rappresenta una delle più gravi emergenze industriali, ambientali e sanitarie del nostro Paese, ma io oserei dire anche dell'intera Europa, perché ciò che è accaduto a Taranto non è soltanto una crisi industriale e non va trattata solo come tale: è il simbolo di un modello produttivo che, per troppo tempo, ha sacrificato la salute dei cittadini, la qualità dell'ambiente e la sicurezza del lavoro.
La popolazione tarantina continua a subire le conseguenze di un inquinamento e di un danno sanitario ampiamente documentati. Nel frattempo, migliaia di lavoratori diretti e dell'indotto vivono da anni in una condizione di precarietà strutturale segnata dal ricorso reiterato alla cassa integrazione. Il sito industriale è interessato da un disastro ambientale di proporzioni stratosferiche. Gli obblighi di risanamento e di bonifica, a distanza di anni, non risultano né completati né adeguatamente programmati. Nel frattempo, però, emergono nuove ipotesi di cessione dello stabilimento. In questi giorni, attraverso dichiarazioni a mezzo stampa, è emersa la conferma della volontà del fondo statunitense Flacks Group di acquisire l'ex Ilva annunciando un piano di investimenti pari a circa 5 miliardi di euro.
Si parla di una produzione di 4 milioni di tonnellate annue e di un bacino occupazionale di 8.500 addetti, con prospettive di crescita fino a 10.000 unità, ma, al momento, non risultano resi pubblici né il piano industriale nel dettaglio, né il cronoprogramma degli investimenti, né un piano vincolante di decarbonizzazione, né un piano credibile di bonifica ambientale: nulla.
Il soggetto interessato appare essere prevalentemente un operatore finanziario, e non un soggetto industriale con comprovata esperienza nel settore siderurgico, e questo impone una verifica rigorosa. Non possiamo permetterci un'altra operazione opaca. La trasparenza non è una concessione alla popolazione: è un dovere dello Stato.
Nel frattempo, Acciaierie d'Italia ha richiesto la proroga della cassa integrazione straordinaria per circa 4.450 lavoratori e altrettante famiglie (di questi, oltre 3.800 solo a Taranto): 12 mesi ancora, 12 mesi di sospensione della vita per migliaia di famiglie.
A tutto questo, si aggiungono episodi gravissimi che continuano a verificarsi all'interno dello stabilimento. Il 20 febbraio 2026 si è verificata l'ennesima emissione anomala di colore rossastro, proveniente dall'altoforno 4: un episodio allarmante, del quale non risultano ancora chiarite né la natura né le conseguenze sulla salute pubblica e sull'ambiente. Due giorni dopo, la riattivazione dell'altoforno 2 ha provocato un ulteriore evento emissivo. Mentre accade tutto questo, il 25 febbraio 2026 il tribunale di Milano ha disposto la sospensione delle attività produttive dell'area a caldo dello stabilimento a partire dal 24 agosto 2026, in ragione della persistente attuale pericolosità degli impianti, disapplicando l'AIA 2025, che consente ancora, nel 2026, l'uso del carbone e non rende immediatamente efficaci le prescrizioni a tutela della salute.
A questo quadro, già estremamente grave, si aggiunge un elemento che non può non destare ulteriore preoccupazione: in occasione della sua recente visita a Taranto, il Ministro della Giustizia, Carlo Nordio, ha dichiarato pubblicamente di non avere contezza del provvedimento adottato dal tribunale di Milano. Questo non è un fatto che può essere liquidato come una semplice mancanza di informazione e non è preoccupante soltanto perché si tratta del Ministro della Giustizia, che, evidentemente, non può conoscere tutti i provvedimenti adottati dai tribunali della Repubblica. È preoccupante perché il Ministro Nordio è il Ministro della Giustizia e, come tale, è anche membro del Consiglio dei ministri. E se un membro del Consiglio dei ministri non ha piena contezza di un provvedimento che potrebbe determinare la chiusura del più grande stabilimento siderurgico d'Europa per mancanze del Governo, significa che il Governo stesso non ha ancora una visione chiara delle azioni da intraprendere. Perché l'obiettivo non può più essere unicamente la continuità produttiva dello stabilimento: il punto è rendere quello stabilimento compatibile con la vita, compatibile con la vita dei lavoratori, compatibile con la vita dei cittadini.
Ed è per questo che destano ulteriore preoccupazione anche gli esiti del tavolo che si è tenuto ieri a Palazzo Chigi con le organizzazioni sindacali. Da quel confronto non sembra essere emersa una strategia industriale chiara; non è emerso un cronoprogramma attendibile degli interventi necessari, in quanto il Ministro Urso ha dichiarato che la cessione dell'azienda si verificherà entro 21 giorni - 3 settimane, un tempo quasi incredibile - senza esplicitarne le modalità e gli impegni verso la fabbrica, ma, soprattutto, verso la città.
L'unico orientamento che sembra emergere è la volontà del Governo di conferire mandato ai commissari straordinari affinché venga impugnato il provvedimento del tribunale di Milano. Ma impugnare un provvedimento giudiziario non può essere l'unica risposta dello Stato, non può più essere l'unica strategia davanti a una vicenda che riguarda migliaia di lavoratori e più territori (Taranto, Genova e Novi Ligure). È una delle più gravi emergenze ambientali del nostro Paese.
Per tutte queste ragioni, abbiamo presentato questa interpellanza al Governo. Con questa interpellanza, insieme ai colleghi di Genova e del Piemonte, chiediamo quali iniziative urgenti il Governo intenda adottare per tutelare la salute pubblica e l'ambiente, con particolare riferimento all'episodio emissivo del 20 febbraio 2026 e non solo, purtroppo. Chiediamo se siano state attivate immediatamente tutte le verifiche tecniche, sanitarie e ambientali necessarie e se i relativi esiti saranno resi pubblici. Chiediamo se non si ritenga indispensabile sospendere o limitare le attività degli impianti maggiormente impattanti fino alla piena verifica delle condizioni di sicurezza ambientale e sanitaria. Chiediamo se il Governo intenda acquisire e rendere pubblici il piano industriale, il piano occupazionale, il piano ambientale e il cronoprogramma degli investimenti del potenziale acquirente. Chiediamo quali valutazioni siano state effettuate circa l'affidabilità industriale, finanziaria e ambientale del soggetto interessato all'acquisizione. Chiediamo quali condizioni stringenti il Governo intenda porre a tutela dell'interesse pubblico nel caso di ingresso dello Stato nel capitale. Se lo Stato deve entrare, lo deve fare per difendere l'interesse pubblico e dei cittadini, non per socializzare i costi e privatizzare i profitti. Chiediamo quali misure si intendano adottare per tutelare i livelli occupazionali, ridurre il ricorso agli ammortizzatori sociali e garantire la sopravvivenza dell'indotto, perché anche dell'indotto non dobbiamo dimenticarci. Non esiste solo una realtà dei lavoratori diretti, ma i lavoratori dell'indotto sono colpiti esattamente - se non di più - rispetto a quelli che sono direttamente dipendenti da Acciaierie d'Italia.
In data 19 febbraio 2026, le principali associazioni industriali di categoria hanno formalmente richiesto chiarimenti ai commissari straordinari in merito all'esclusione dalla proposta transattiva di numerose imprese creditrici, tra cui aziende titolari di crediti anche assistiti da operazioni di reverse factoring e già ammessi al passivo con prededuzione, ai sensi dell'articolo 2-quater del decreto-legge n. 4 del 2024. Tale situazione rischia di generare un grave squilibrio economico e una disparità di trattamento tra creditori: la par condicio creditorum è un elemento che non può essere disatteso.
Chiediamo, infine, quali iniziative urgenti il Governo intenda assumere per evitare che all'interno di quello stabilimento si continui a morire di lavoro e che si continui a morire, fuori da quello stabilimento, per malattie correlate all'inquinamento ambientale, perché nessuna strategia industriale, nessun piano economico e nessun investimento potranno mai giustificare un'altra morte, né dentro, né fuori da quello stabilimento. E se il destino di quello stabilimento è la chiusura, allora è necessario creare immediatamente alternative economiche e nuovi insediamenti produttivi, che possano ridare dignità a quei lavoratori e a quei cittadini che, da anni, sono sacrificati sull'altare del PIL, a partire dalle bonifiche, non più procrastinabili.
Io domani festeggerò i 10 anni di mia figlia e oggi non vi parlo soltanto da parlamentare: vi parlo anche da madre, una madre che ha conosciuto le corsie d'ospedale e ha visto altre madri ed altri padri preoccuparsi per il destino dei propri figli, colpiti dalla brutalità e dal dolore di patologie tumorali gravi, potenzialmente correlate all'inquinamento ambientale. Lo studio SENTIERI dell'Istituto superiore di sanità ha evidenziato a Taranto un eccesso significativo di malattie infantili, legato all'inquinamento ambientale.
Il mio augurio più grande, che faccio a mia figlia, è che lei e tutti i bambini di Taranto, di Genova, di Novi Ligure possano crescere in una città in cui respirare non sia un rischio e che sulle loro tavole possa arrivare pane guadagnato non a discapito di altre vite; una città in cui lavorare non significhi morire, una città in cui il futuro non sia una promessa fragile, ma una certezza.
Questo è ciò che dobbiamo a Taranto, a Genova, a Novi Ligure. Questo è ciò che dobbiamo ai loro lavoratori ed è ciò che dobbiamo ai nostri bambini (Applausi del deputato Casu).
FAUSTA BERGAMOTTO, Sottosegretaria di Stato per le Imprese e il made in Italy. Grazie, Presidente. Grazie, onorevole. Consentitemi, in primis, di rivolgere un pensiero di vicinanza alla famiglia di Loris Costantino, operaio di 36 anni, sposato e padre di due bambini, morto pochi giorni fa a seguito di un incidente nello stabilimento siderurgico di Taranto. Il dolore per il suo sacrificio deve essere al contempo un monito per profondere ogni energia per la sicurezza sul lavoro e per garantire il massimo supporto nell'accertamento delle responsabilità.
Quanto ai temi trattati dall'interpellanza: il decreto del tribunale di Milano profila la possibile inibitoria, a partire dal 23 agosto 2026, di tutta l'area a caldo dello stabilimento siderurgico.
Questo, nonostante Ilva abbia ottenuto lo scorso luglio un'AIA integrata con le valutazioni sanitarie oltre che ambientali. Primo stabilimento siderurgico in Europa ad averlo fatto, in attuazione della sentenza della Corte di giustizia del 25 giugno 2024.
La sentenza si inserisce in un quadro già condizionato da 2 sequestri, frutto di reiterate decisioni giudiziarie che lasciano un po' un senso di impotenza: il sequestro dell'area a caldo, disposto dalla magistratura di Taranto e rinnovato dal GIP di Potenza nell'ottobre 2024; l'ulteriore sequestro probatorio dell'altoforno 1, operato dalla procura di Taranto senza facoltà d'uso quasi 10 mesi fa. Un prolungato sequestro, quest'ultimo, disposto senza seguire le corrette procedure di spegnimento, che ha impattato per oltre 1,5 miliardi, facendo saltare l'equilibrio economico finanziario del piano industriale. Danni che si sommano ai circa 7 miliardi di danni lasciati in eredità dalla scellerata gestione Mittal.
È evidente che questo quadro scoraggi gli investitori.
Nonostante tutto questo oggi la procedura di vendita è in una fase di trattativa avanzata con il gruppo statunitense Flacks, unico soggetto ad aver presentato una proposta senza particolari condizioni di sostegno finanziario a carico del Governo, impegnandosi a mettere in campo fin da subito con 250 milioni di equity iniziali.
Il decreto del tribunale di Milano è giunto nel momento più delicato del negoziato con Flacks e, purtroppo, ha già generato un impatto notevole.
Nella comunicazione formale dello scorso 26 febbraio e nella riunione fiume svolta con i commissari l'altro ieri, Flacks, pur mostrando interesse per la finalizzazione della trattativa, ha manifestato i suoi dubbi, richiedendo certezze e garanzie nei confronti degli effetti dell'azione giudiziaria che ovviamente il Governo non può dare stante l'indipendenza e l'autonomia della magistratura.
Questo giocoforza si tradurrà in un allungamento dei tempi, sia per una necessaria riformulazione del Piano industriale e degli investimenti, sia per l'impatto sulle trattative che Flacks sta svolgendo con i soggetti industriali del settore siderurgico per l'ingresso nella compagine acquirente, precondizione per l'accettazione dell'offerta.
Ieri si è tenuto un incontro a Palazzo Chigi con le organizzazioni sindacali, proprio per cercare di condurre questa fase delicatissima verso un esito positivo, riconciliando sostenibilità ambientale e il giusto diritto al lavoro per le migliaia di donne e di uomini che ogni giorno consentono al sistema produttivo nazionale di fruire dell'acciaio pregiato di Taranto.
I commissari hanno in quella sede documentato l'utilizzo del miliardo e 200 milioni sino ad ora ottenuti dallo Stato, prevalentemente impegnati in opere di manutenzione ordinaria e straordinaria a tutela dell'ambiente e della sicurezza sul lavoro. Hanno annunciato che proporranno reclamo avverso il decreto del tribunale e hanno comunicato di avere, su indicazione del Ministro Urso, dato un termine ultimativo di 3 settimane a Flacks per dettagliare il piano industriale, per comprovare la propria solidità finanziaria e, soprattutto, per individuare partner industriali che possano garantire il know-how siderurgico che a Flacks manca. Appena arriverà la risposta, potranno trarsi le conclusioni.
Per quello che attiene, invece, alle iniziative a tutela delle imprese creditrici e dell'indotto, si evidenzia che Acciaierie d'Italia ha già pagato i debiti anteriori alle dichiarazioni dello stato di insolvenza vantati dalle imprese facenti parte dell'indotto. Una quota molto minoritaria di imprese ancora attende il pagamento perché ritenuta non idonea a ricevere anticipazione da SACE ovvero perché insinuatasi tardivamente al passivo, ovvero ancora perché avevano ceduto i crediti pro solvendo ad altri operatori finanziari. I commissari rassicurano, in ogni caso, che non vi sarà alcuna lesione della par condicio creditorum, poiché tali imprese verranno pagate, anche nel caso di mancata cessione dei complessi aziendali, tramite il ricavato della cessione dei beni in magazzino, il cui valore ammonta attualmente a circa 650 milioni di euro, ampiamente capiente per coprire la quota di debiti ancora non pagati. Inoltre, nei due anni di gestione commissariale le imprese dell'indotto hanno continuato a lavorare, ottenendo regolarmente i pagamenti relativi alle prestazioni effettuate.
Sempre con riferimento alle imprese dell'indotto, si richiama anche il Fondo indotto Ilva, con una dotazione finanziaria pari a un milione di euro per ciascuno degli anni 2026, '27 e '28. Questa misura intende sostenere, attraverso la concessione di un contributo a fondo perduto in regime de minimis, la continuità operativa delle piccole e medie imprese che hanno subito impatti economici rilevanti a causa della situazione aziendale degli impianti siderurgici ex Ilva. Le domande possono ancora essere presentate dal 23 marzo al 23 maggio 2026, secondo le modalità indicate nel decreto del 23 febbraio '26.
FRANCESCA VIGGIANO Grazie, Presidente. Come faccio io a ritenermi soddisfatta? Signora Sottosegretario, io non ce l'ho con lei, non ce l'ho assolutamente con lei, perché lei ha letto una velina che ovviamente proviene dagli uffici. Ma una parola sulla salute l'abbiamo spesa? Io mi sento offesa, io sono oltraggiata oggi, perché non c'è un riferimento. Abbiamo parlato di aziende, abbiamo parlato di indotto, abbiamo parlato di lavoratori. Non abbiamo un orizzonte temporale assicurato. Abbiamo sentito parlare di know-how siderurgico inadeguato.
Ma secondo lei io oggi, che torno a Taranto, cosa devo dire ai miei concittadini? Che in quest'Aula si è parlato di tutto tranne che di loro? Perché di loro stiamo parlando, signora Sottosegretario. E io oggi devo ringraziare assolutamente la magistratura, che è l'unico organo di questo Stato che è ancora accanto a noi cittadini. Ma sa che cosa vuol dire, che lei ha sciorinato tutti i provvedimenti giudiziari senza comprendere che sono esclusivamente il precipitato pratico di un'assenza di decisioni giuste. Perché i giudici non ce l'hanno col Governo, i giudici decidono sulla base delle mancanze di questo Governo. E sono quattro anni che questo Governo continua a menare il can per l'aia. Non è così, noi sono anni che soffriamo e voi siete venuti in quest'Aula per l'ennesima volta in quattro anni senza nessuna risposta. A noi la dovete (Applausi del deputato Casu), a noi, non solo alle imprese: non esiste solo il profitto. Noi non siamo un'industria, siamo una città e lo dovete comprendere. Non ho sentito una parola. Dove sono le garanzie sanitarie? Dove sono le garanzie ambientali? Dove diamine abbiamo fatto andare via la dignità di quelle persone?
Scusate se sono così infervorata, ma io mi aspettavo che sugli episodi emissivi ci fosse quantomeno una presa di coscienza e si dicesse: sì, ok, quell'industria inquina, ma noi stiamo facendo di tutto affinché quell'industria non sia più incompatibile con la vita. Lo dovete capire: non potete venire a produrre a Taranto, se non ci assicurate di poter vivere. Non è una città fatta soltanto di tubiere o di altro, noi siamo una città fatta di persone che vivono, amano e non vogliono morire per quell'industria. Non me ne frega niente di sentire tutte queste risposte da un punto di vista tecnico. La ringrazio - ripeto, non ce l'ho con lei. Devo soltanto veramente ribadire solo ed esclusivamente la mia ammirazione nei confronti di quei giudici che non si sono piegati ad altri poteri ed hanno deciso per noi. Solo a loro può andare il mio ringraziamento, e mi ritengo assolutamente insoddisfatta. E spero che questa presa di coscienza… Perché qui non ci doveva essere lei, che giustamente ci mette la faccia, ma il Ministro Urso e tutti gli altri ministri, come Nordio, che non sa neanche di che cosa stiamo parlando ed è parte di quel Consiglio dei ministri. Aprite gli occhi, Taranto non è solo Ilva. E noi pretendiamo quelle risposte.