Data: 
Mercoledì, 29 Aprile, 2026
Nome: 
Silvia Roggiani

Grazie, Presidente. Quegli anni a Milano, e non solo, sono anni orribili. Milano è l'epicentro della strategia della tensione: la morte dell'agente Annarumma nel 1969, piazza Fontana, Pinelli e Calabresi, lo studente ventitreenne di sinistra Saverio Saltarelli, Roberto Franceschi, l'agente Marino, morto per mano di bombe gettate da due neofascisti contro la Polizia. Walter Veltroni, sulle colonne del Corriere della Sera, nel 2020 parla di una Antologia di Spoon River, di quegli anni balordi e bastardi.

Il destino di Sergio Ramelli, ragazzo di 18 anni, capelli lunghi e un Ciao per andare all'Istituto “Molinari”, viene segnato da un tema che scrive. La traccia chiede di descrivere un episodio che li abbia impressionati.

Sergio Ramelli, studente del Fronte della Gioventù, scrive dell'assassinio avvenuto a Padova nel 1974, dove i terroristi delle Brigate rosse entrarono nella sede dell'MSI e uccisero a sangue freddo Graziano Giralucci e Giuseppe Mazzola. È l'inizio della sua fine, con vessazioni che culminano il 13 marzo del 1975. Sergio Ramelli viene aggredito e lasciato a terra esangue, picchiato con una chiave inglese. Morirà dopo 47 giorni di agonia.

La violenza nei confronti di Sergio Ramelli e della sua famiglia, senza pace, è continuata dopo. Storie uguali le potrebbero raccontare i familiari dei ragazzi di sinistra, uccisi in quegli anni. Erano anni in cui esistevano luoghi in cui i ragazzi di destra non potevano entrare, altri dove non potevano entrare quelli di sinistra. Sono stati anni di violenza, che ciascun democratico non può che condannare in modo fermo e responsabile.

I responsabili dell'omicidio di Sergio Ramelli scriveranno dieci anni dopo alla madre. Cito: “Non avevamo nulla di personale contro suo figlio, non lo avevamo conosciuto né visto mai; ma, come troppo spesso accadeva in quel periodo, il fatto di pensare in modi diversi automaticamente diventava causa di violenza gratuita e ingiustificabile (...). Oggi riteniamo profondamente sbagliato, anzi inconcepibile il dirimere le differenze tra i diversi modi di pensare con la pratica della violenza”.

Io voglio dire qui oggi che rivendicare i morti di quegli anni e usarli per procrastinare odio e divisione è profondamente sbagliato. Sono state tutte morti di innocenti. Non si può morire per le proprie idee. Quelle violenze furono indegne, hanno rovinato anni del nostro Paese e il futuro di ragazzi, a destra e a sinistra, che magari quelle idee le avrebbero cambiate. Lo ha detto anche il sindaco di centro-sinistra Giuliano Pisapia, quando, nel 2014, ha inaugurato il giardino intitolandolo a Sergio Ramelli. Cito: “Iniziamo un percorso di pacificazione nazionale. Perché questi fatti non accadano mai più”.

E per questo vi dico qui oggi che io alle commemorazioni di Sergio Ramelli ci sono andata molto spesso. Mi spiace, però - e spero che in futuro questa cosa cambi -, che alle commemorazioni dell'agente Marino e degli altri morti non vi ho visto. Spero di potervi incontrare nei prossimi anni.

Sto concludendo. Spero anche di sentire parole di condanna - le ho sentite un po' blande dal collega De Corato, che non vedo qui in Aula - per quello che è successo oggi a Milano, dove un uomo di 33 anni è stato picchiato da un branco di neofascisti e lasciato a terra; ora è in ospedale. È stato aggredito perché strappava i manifesti non della commemorazione ufficiale di Sergio Ramelli, ma di quell'indegna rievocazione fascista che ogni anno centinaia di persone col braccio alzato inscenano a Milano, città medaglia d'oro della Resistenza . Manifestazione fascista, non autorizzata, che non vi ho mai sentito condannare con abbastanza forza. Abbiamo noi e avete anche voi una grande responsabilità quando ricordiamo i morti di quegli anni. Non dimentichiamolo