Data: 
Giovedì, 26 Novembre, 2015
Nome: 
Chiara Braga

Grazie, signora Presidente. Voglio ringraziarla, signor Ministro, e attraverso di lei il Governo, per aver fornito all'Aula un aggiornamento sullo stato dei negoziati per la conclusione dell'Accordo sui cambiamenti climatici e sulle prospettive della prossima Conferenza di Parigi. Fino a qualche anno fa c'era nel Parlamento qualcuno che negava la dimensione e gli effetti del cambiamento climatico, anche se non era certo tra le fila del Partito Democratico. Oggi si può dire che anche in questo senso il verso è cambiato. Affrontare i problemi e le opportunità legate ai cambiamenti climatici e, più in generale, all'ambiente, alla sostenibilità, alla gestione corretta delle risorse naturali del Paese, alle potenzialità di un modello di sviluppo che faccia della sostenibilità ambientale non un ostacolo, ma un fattore di competitività economica, è tema sempre più strategico ed assume una crescente centralità nel dibattito politico e nell'opinione pubblica del Paese. È in questo contesto che si colloca questa nostra importante discussione sull'appuntamento che tra meno di una settimana avrà inizio a Parigi. È grazie anche ad una nuova e più diffusa consapevolezza della centralità di questi temi, che qualche settimana fa la Presidenza della Camera ha organizzato un momento di discussione e di riflessione di grande rilevanza sul tema dei cambiamenti climatici e sulla prossima Conferenza delle Parti. Lo ha ricordato lei, gli scienziati dell'ONU e dell'IPCC nel 2014 hanno riconosciuto in maniera unanime che c’è una stretta interdipendenza tra i cambiamenti climatici e l'azione dell'uomo. È in particolare l'uso dei combustibili fossili a determinare fenomeni di riscaldamento globale che hanno effetti dannosi sulla qualità della vita delle popolazioni, sui sistemi economici e sulla sopravvivenza stessa degli ecosistemi naturali. Alla luce dell'innalzamento della temperatura media globale, dal 1880 al 2012, di 0,85 gradi, in assenza di politiche correttive, entro la fine del secolo si stima un aumento compreso tra i 3,8 e i 4,5 gradi, più del doppio della soglia limite del 2 per cento rispetto ai livelli preindustriali oltre la quale si avrebbero effetti non più stimabili, né controllabili. Esiste anche una relazione importante tra cambiamenti climatici e sicurezza globale dell'umanità. Questo è un tema molto sensibile in questo momento, ma è bene ricordare che di questo tema se ne è discusso già in occasione dei lavori del G7 di Lubecca, affermando nel documento finale che il cambiamento climatico è una potenziale minaccia non solo per l'ambiente, ma anche per la sicurezza globale. In assenza di sforzi adeguati i cambiamenti climatici porteranno ad un aumento preoccupante del rischio di conflitto e di stabilità e non faranno che accrescere il senso di precarietà di popolazioni, spingendole a cercare soluzioni violente o a emigrare. Molti dei conflitti che infiammano varie parti del globo, lo vediamo anche in questi giorni, hanno una qualche relazione con emergenze climatiche, ne sono aggravate o addirittura contribuiscono, a seguito dell'abbandono dei territori, a processi di deterioramento e di desertificazione. Le migrazioni per fuggire da guerre e povertà sono sempre più frequentemente legate anche ragioni ambientali. 
A Parigi dal 30 novembre all'11 dicembre si terrà la XXI sessione della Conferenza delle Parti. Il principale obiettivo della Conferenza è la definizione di un accordo per un protocollo vincolante a livello globale che sia, come lei ha ricordato, ambizioso, dinamico, trasparente, per affrontare la sfida posta dei cambiamenti climatici. I temi del negoziato si rivolgono alla riduzione dell'emissione di CO2, ma anche alle azioni di adattamento, agli obiettivi di indennizzo dei danni subiti dai cambiamenti climatici, a un sistema di monitoraggio di analisi dei dati e di valutazione, alla finanza per i Paesi in via di sviluppo, per contrastare gli effetti dei cambiamenti climatici.
Dopo le Conferenze delle Parti di Copenaghen e di Durban, vissute come parziali fallimenti rispetto alle grandi aspettative che già avevano generato, la natura stessa dei negoziati ha subito una trasformazione. Si è scelto di adottare una procedura diversa, basata essenzialmente su tre punti. Si è aperta una nuova fase di negoziati per sviluppare un regime vincolante entro l'autunno di quest'anno attraverso il lavoro di un gruppo creato ad hoc sulla piattaforma di azione rafforzata di Durban. Le Parti sono state chiamate a fornire contributi volontari nazionali, anziché impegni vincolanti calati dall'alto e si è definito un processo articolato in due fasi: entro il 31 marzo del 2015 vari Stati avrebbero chiarito l'entità dei propri contributi per poi lasciare il tempo ad una valutazione scientifica sulla congruità dei contributi stessi forniti. Attualmente i Paesi che hanno inviato delle proprie proposte sono 160 e rappresentano, come lei ha ricordato, il 96 per cento della produzione mondiale di gas serra. Gli impegni che sono finora assunti non arrivano ancora a centrare l'obiettivo che la Conferenza si pone, ma va rilevato che sulla base di questi contributi si arriverebbe comunque a stimare un aumento della temperatura media globale pari a 2,7 gradi inferiore rispetto alla stima in aumento prevista in assenza di politiche correttive. Soprattutto occorre sottolineare come l'attuale punto di partenza, se paragonato al Protocollo di Kyoto del 1997, pesa in termini di emissioni per il 96 per cento rispetto al 12 per cento del solo Protocollo di Kyoto. Ci sono allora delle condizioni nuove, inedite, nonostante le molte difficoltà che ancora permangono, e che spingono nella direzione di un risultato positivo raggiungibile a Parigi: lo storico Accordo per la riduzione di emissioni di gas serra raggiunto a novembre del 2014 tra Stati Uniti e Cina, che da solo rappresentano il 45 per cento delle emissioni globali; il forte impegno assunto dalla Presidenza Obama per contrastare i cambiamenti climatici; le conclusioni del vertice G7 di Elmau, in Germania, del giugno scorso, in cui gli Stati hanno ribadito la loro compattezza in vista di Parigi 2015, per un impegno volto a raggiungere una riduzione delle emissioni fino al 70 per cento al 2050 rispetto al 2010; l'obiettivo della decarbonizzazione a fine secolo; il contributo straordinario al dibattito democratico mondiale sul clima che viene dall'enciclica« Laudato sì» e il ruolo di leadership riconosciuto all'Europa su questo fronte specie in questo momento; la consapevolezza che una posizione unitaria ed autorevole europea, frutto anche dell'impegno del nostro Governo durante il periodo di presidenza dell'Unione, può contribuire a determinare un risultato positivo alla prossima Conferenza di Parigi. L'Unione Europea, fermo restando i propri obiettivi del Pacchetto al 2020 si è impegnata a ridurre, in vista di Parigi, di almeno il 40 per cento le proprie emissioni di Co2 al 2030, a raggiungere un target vincolante a livello europeo del 27 per cento per la produzione di energia da fonti rinnovabili e l'obiettivo del 27 per cento di efficientamento energetico. Questi impegni sono stati assunti nel Pacchetto clima-energia al 2030 che è stato adottato dal Consiglio europeo dei Capi di Stato durante l'ottobre del 2014 e sono poi stati tradotti negli impegni che gli Stati membri in termini collettivi europei hanno trasmesso al Segretariato della Convenzione quadro lo scorso 6 marzo. 
Ma c’è anche l'impegno dell'Europa sul fronte del finanziamento a sostegno Paesi poveri e vulnerabili il cui contributo di gas serra è poco rilevante, ma che purtroppo subiscono conseguenze disastrose degli stessi cambiamenti. Proprio per consentire la loro transizione verso economie resilienti a basse emissioni di gas a effetto serra, L'Europa, gli Stati membri, si sono impegnati ad aumentare gradualmente i finanziamenti per il clima attraverso il loro contributo al Fondo verde per il clima, attingendo anche a un'ampia varietà di fonti non solo pubbliche, ma anche private, bilaterali e multilaterali. Ad oggi le risorse effettive del Fondo sono pari a 10 miliardi di dollari, quindi va ancora rafforzata rispetto all'obiettivo dei 100 miliardi l'incremento e l'azione sulle politiche diclimate financing. C’è infine l'obiettivo che l'Unione europea più volte ha ribadito nelle conclusioni del Consiglio del 18 settembre 2015 con cui è stata definita la posizione negoziale che l'Europa porterà alla Conferenza di Parigi: fissare un obiettivo globale di mitigazione a lungo termine per mantenere l'aumento della temperatura sotto i due gradi e un Protocollo che sia giuridicamente vincolante, applicabile a tutte le parti che applichi, che indichi, impegni ambiziosi per tutti i Paesi e che contenga un meccanismo di monitoraggio dei risultati raggiunti e di revisione quinquennale in base alla quale le Parti sono tenute a presentare nuovi impegni, o aggiornati, che non siano inferiori ai precedenti livelli di impegno. 
Abbiamo assistito a varie fasi nel dibattito internazionale sui cambiamenti climatici in questi anni, siamo passati da una fase in cui ci si scontrava sull'esistenza stessa del problema, ad una in cui la possibilità di arrivare ad un accordo si è arenata di fronte a una diversa lettura del grado di responsabilità dei Paesi. Oggi siamo in una fase in cui ci si rende conto che il problema tocca e riguarda tutti e che la possibilità di arrivare ad una soluzione richiede uno sforzo certamente differenziato, ma comune e di ciascuno. Quando parliamo di affrontare i cambiamenti climatici ci misuriamo certamente con un problema che comporta obblighi e cambiamenti profondi anche nel nostro stile di vita, ma parliamo anche di un'occasione importante con cui misurarci per costruire una stagione di sviluppo nuova per il nostro Paese e per il futuro del mondo, perché un'efficace politica di contrasto passa attraverso politiche di mitigazione e di adattamento, ma anche attraverso politiche industriali che puntino sempre più ad un uso efficiente delle risorse naturali e dell'energia secondo i principi dell'economia circolare che saranno contenuti nella direttiva europea di prossima emanazione. 
Abbiamo davanti a noi una sfida contro il tempo – concludo, Presidente – che richiede capacità di visione ideale e insieme di concretezza politica. Per questo motivo le chiediamo di rappresentare, signor Ministro, nel prossimo vertice di Parigi, una posizione come Paese all'interno dell'Unione europea, che favorisca l'approvazione di un accordo globale vincolante ed inclusivo e che tenga conto del principio dell'equità intergenerazionale tra i principi fondanti del nuovo accordo. 
Qualche mese fa in occasione degli stati generali sui cambiamenti climatici organizzati qui alla Camera dal nostro Governo, la Ministra dell'ambiente della Francia, Ségolène Royal, chiuse il proprio intervento con queste parole, che oggi assumono un significato più profondo: «ogni essere umano ha due patrie, la propria il pianeta». Oggi ci si rende conto che essere al servizio della patria nazionale, ossia impegnare Paesi nella transizione energetica-ecologica, rende possibile al contempo servire gli interessi dell'intero pianeta. Ecco, noi le chiediamo, signor Ministro, che all'appuntamento di Parigi questa sia anche la posizione del nostro Paese e ancor più di quell'Europa che continuiamo a vedere oggi più che mai come soggetto promotore di pace e di speranza per il futuro del pianeta.