Data: 
Mercoledì, 24 Giugno, 2015
Nome: 
Matteo Renzi

Signora Presidente, onorevoli deputate e onorevoli deputati, il Consiglio europeo di domani e dopodomani si colloca in un momento particolarmente rilevante della vita politica, economica, civile e culturale dell'Europa. Non è un caso che qualche giorno fa si sia tenuto un summit straordinario, convocato d'urgenza dal Presidente Tusk, dei Paesi appartenenti all'area dell'euro per discutere del futuro della Grecia e non è un caso che questo tema, pur non essendo formalmente iscritto all'ordine del giorno del dibattito delle prossime ore, sarà il convitato di pietra, il vero elemento di riflessione sul futuro delle istituzioni economiche e finanziarie del continente. Tuttavia, per quello che riguarda noi, comunità italiana, il valore principale della discussione non può essere limitato soltanto al fattore economico e finanziario, ma deve allargarsi in particolar modo alle questioni collegate e connesse ai flussi migratori e a ciò che sta avvenendo nel Mediterraneo. 
Dunque, con il vostro consenso e con il vostro accordo individuerei soprattutto due temi di riflessione nell'esposizione della presentazione dei lavori di domani e dopodomani: crisi economico-finanziaria e mantenimento della Grecia all'interno dell'area dell'euro, anche collegandomi alle prospettive del rapporto dei quattro Presidenti – noi diciamo dei quattro Presidenti e quattro più uno se vogliamo considerare anche l'apporto del Presidente del Parlamento europeo – e la questione immigrazione. Parto dal primo. Per la prima volta dopo quattro anni una crisi economica e finanziaria non ha l'Italia sul banco degli imputati; non ha l'Italia sul banco degli studenti che devono mostrare di aver fatto il loro compito; non ha l'Italia nel nucleo degli osservati speciali. Questo è un dato di fatto. Può piacere o meno il giudizio su questi anni e si possono avere e si hanno in questo Parlamento opinioni profondamente diverse su ciò che è accaduto, non soltanto all'interno dei vertici europei, ma all'interno dei grandi incontri internazionali, direi da Cannes in poi, dal 2011 in poi. Su questo specifico punto, il Parlamento presenta opinioni profondamente divergenti e diametralmente opposte rispetto al giudizio su ciò che è accaduto e alle cause che ne hanno suscitato gli effetti. Ma il dato di fatto oggettivo è che per la prima volta non è l'Italia oggetto di una particolare attenzione perché l'Italia è considerata e a mio giudizio oggi impegnata in un pacchetto di riforme strutturali, sul quale una volta di più le opinioni possono essere le più variegate, ma che nessuno può ignorare. Il vero fondo salva-Stati per l'Italia è il fatto che il Parlamento, più che il Governo, stia facendo delle riforme strutturali. 
La vera clausola di salvaguardia è che quel pacchetto di riforme atteso da molti anni e che spazia dalle questioni legate al lavoro alle questioni legate al mondo del credito alle questioni legate alla legge elettorale a quelle che ancora invece sono in itinere – penso alla riforma della pubblica amministrazione, alla riforma costituzionale e alla complessa opera di riforma della giustizia – questo pacchetto di riforme è un pacchetto sul quale il Parlamento, prima ancora che il Governo, sta mostrando di voler decidere. Poi naturalmente, come è ovvio che sia, vi sono opinioni diverse anche all'interno del Parlamento sul grado di efficacia, di condivisione dei singoli provvedimenti ma l'Italia è percepita come una realtà che non sta più dalla parte del problema ma è parte della soluzione in considerazione del fatto che la politica è tornata a fare il suo mestiere che è quello di decidere sul futuro delle comunità e dei figli di coloro i quali si impegnano e ovviamente credono che l'Italia abbia non soltanto un glorioso passato da raccontare ma un presente da vivere e un futuro da costruire. Vorrei che questo fosse chiaro perché è il punto di partenza di tutto per me. Noi ci avviciniamo alla questione greca uscendo dalla tradizionale vicinanza che per anni ha accompagnato il nostro Paese: l'Italia non deve fare la fine della Grecia, Italia e Grecia sono gli osservati speciali. Non è più così. Questo però paradossalmente ci impone di avere uno sguardo ancora più attento sulla situazione greca. Non è che il fatto di essere meno interessati direttamente dalle possibili conseguenze della crisi economico-finanziaria ci porta a dire che possiamo far finta di niente perché ciò che sta avvenendo è particolarmente grave. Mai come in questo momento storico esiste una parte dell'opinione pubblica di alcuni Paesi europei e non mi riferisco soltanto alla Germania che desidera con molta veemenza e forza che le prossime siano le ultime settimane della Grecia all'interno dell'area dell'euro. È un dato di fatto nel dibattito politico. È un dato di fatto che credo noi dobbiamo combattere perché, a mio giudizio, la presenza della Grecia all'interno dell'area dell'euro è un valore non soltanto per i greci e la stabilità e, in prospettiva, lo sviluppo dei 19 Paesi che compongono l'Eurozona costituisce un quadro di riferimento importante per tutti. Dunque la posizione italiana è quella di un lavoro faticoso, tenace: in queste ore il Ministro Padoan sta raggiungendo Bruxelles per l'ennesimo Eurogruppo, domani è possibile che all'interno delle riunioni del vertice vi sia spazio per un'ulteriore riunione dei Capi di Stato e di Governo dei Paesi dell'euro per arrivare a raggiungere un traguardo che sia positivo per tutti in vista della scadenza del 30 giugno. È chiaro che la franchezza vuole che da parte nostra vi siano parole altrettanto nette nei confronti dei nostri amici greci a cui va ricordato, come vale per molti Paesi e vale in particolar modo per l'Italia, vale a dire che la prima condizione per rimettere in moto il Paese è scegliere al proprio interno di fare le riforme strutturali, così vale per il Governo greco che ha la necessità di sentire la solidarietà e la vicinanza anzitutto nostra ma anche di altri Paesi ma deve avere consapevolezza che il passaggio davanti al quale ci troviamo è un passaggio tutt'altro che banale e il cui sviluppo è particolarmente complicato da un clima di paura all'interno dell'Unione europea che costituisce anche la chiave di lettura del secondo capitolo del mio intervento che riguarda l'immigrazione a cui arriverò tra un attimo. Finisco sul primo punto: noi siamo in un momento nel quale in Europa si fatica a volare alto. Permettetemi di dirlo con grande franchezza: anche il rapporto dei quattro Presidenti, dei quattro più uno, non brilla per ambizione. Ripeto: non brilla per ambizione. 
Non c’è un grande disegno strategico. Ieri eravamo a inaugurare – tra l'altro, con alcuni di voi – la funivia sul Monte Bianco, in un luogo straordinario, un'opera che è simbolo dell'ingegneria italiana, esempio di grandezza e di capacità di innovazione, una cosa che, credo, indipendentemente dalle idee politiche, faccia contenti tutti gli italiani, perché legata all'idea di poter avere uno degli strumenti di massima qualità architettonica e ingegneristica proprio sul tetto d'Europa, e all'inaugurazione è stata citata la frase di un alpinista che mi ha colpito molto, perché dice: «Quando sali in alto vedi più lontano e quando vedi più lontano sogni più a lungo». Dal tetto dell'Europa voglio dire che non stiamo sognando molto a lungo, perché in questo momento anche l'operazione fatta dai quattro Presidenti, dai «quattro più uno», è un'operazione, a mio giudizio, che non si preoccupa di reimpostare una riflessione sul futuro delle istituzioni europee, ma si limita a una sostanziale manutenzione dell'esistente. Chiarito questo, chiarito dunque che emerge la necessità di discutere e approfondire in modo più compiuto le grandi questioni di natura economica, diciamo anche che quello di cui c’è bisogno da parte delle istituzioni italiane, non soltanto da parte del Governo e dei rappresentanti o dei Ministri, ma anche dei membri delle Commissioni parlamentari, anche da parte degli opinion leaders, anche da parte della classe dirigente italiana, è uno sforzo maggiore per fare dell'Europa quello che Lisbona aveva disegnato per questo nostro continente e che non è stato realizzato negli ultimi anni. Lisbona ci aveva raccontato che l'Europa sarebbe dovuta essere il grande luogo dell'innovazione dal 2000 al 2020; l'Europa doveva essere il luogo nel quale si andavano a creare più posti di lavoro, più speranza, più idealità, il continente nel quale si sarebbe toccato con mano un'idea di sviluppo diversa da quella alla quale oggi siamo abituati. Se ciò non è accaduto, forse è il momento di una verifica, non soltanto del presupposto troppo basato sull’austerity e poco sulla crescita, ma anche degli strumenti che sono stati percepiti – direi presentati prima e percepiti poi – più come meccanismi sanzionatori per chi non fa le cose che non come obiettivi sfidanti per chi invece ci vuole provare. Anche di questo – possiamo dirlo – il rapporto dei quattro Presidenti più uno non è in condizioni di dare parole di speranza. Primo tema, dunque: sì, contenti per il fatto che l'Italia non è più sul banco degli imputati, ma la situazione economico-finanziaria del nostro continente richiede uno sforzo in più, un colpo d'ala; richiede anche – lasciatemelo dire con molta franchezza – che l'Italia tutta intera, quando si presenta negli ambiti di discussione di politica internazionale e comunitaria, abbia un po’ più di orgoglio per quello che è, perché negli ultimi anni le discussioni interne e anche la presentazione esterna, con i problemi che tutti noi conosciamo, che hanno visto l'Italia troppo spesso essere considerata il grande malato d'Europa, ha in qualche misura impedito alla nostra classe dirigente, alla classe universitaria, alla classe accademica, alla classe politica con la «P» maiuscola, di provare ad immaginare un percorso per l'Europa del futuro. L'Italia è rimasta sempre fuori da questo dibattito, anche filosofico e politico con la «P» maiuscola: i risultati si vedono. Dovremmo abituarci a pensare che, senza di noi e senza il nostro contributo, l'Europa è meno forte. Per chi ha visitato l'Expo, nel padiglione Italia c’è una stanza, una sala particolarmente intrigante, che è – lo sa bene il Ministro Martina – una sala in cui la cartina geografica del mondo viene rappresentata in modo tridimensionale senza l'Italia e accanto una serie di schermi presentano video e commenti di alcune personalità non italiane che raccontano che cosa è stata per loro l'Italia e come sarebbe il mondo senza l'Italia. Se ci pensate, questa è una provocazione che, naturalmente all'interno dell'Expo, questo grande evento che, a dispetto di tante previsioni, sta funzionando e sta funzionando molto bene, fa riflettere. Ma al di là delle riflessioni sulle discussioni legate all'Expo, questo è ciò che sta accadendo in Europa o che è accaduto in questi ultimi anni, perché l'Italia si era preoccupata soprattutto di difendersi anziché di raccontare un'idea diversa dell'economia e del mondo. È il primo tema, dicevo, che è, in qualche misura, profondamente messo in discussione dal clima di paura che viviamo, che vive l'uomo di oggi sicuramente ma che vive in particolar modo la comunità delle donne e degli uomini europei di fronte, in particolar modo, alle questioni legate all'immigrazione. 
Io credo che l'appuntamento di domani e dopodomani sia un appuntamento rilevante perché per la prima volta si mette in discussione un principio che sta alla base degli accordi di Dublino e che è perfettamente legittimo dal punto di vista legale, regolamentare e normativo, perché il nostro Governo e il nostro Parlamento lo ha approvato, ma che è profondamente incapace di rispondere alla situazione di oggi, non soltanto dei flussi migratori ma dell'idea stessa di Mediterraneo. 
Io non voglio su questo utilizzare il passato per rinfacciarcelo reciprocamente. C’è un tempo per discutere e litigare, in particolar modo durante le campagne elettorali, e c’è un tempo per provare a lavorare insieme, questo è il luogo in cui l'Italia si presenta a livello internazionale. Io credo che quando si va in Europa nelle sedi istituzionali, compito di chi ha responsabilità di Governo sia quello di cercare di coinvolgere quanto più possibile tutte le opposizioni oltre che la propria maggioranza e, contemporaneamente, quando si rappresenta con diverse funzioni, anche stando all'opposizione, un Paese, se si va all'interno delle istituzioni europee si cerca di far prevalere il bene comune. In particolar modo questo vale in una cornice come quella dell'immigrazione e dei flussi migratori in cui i numeri ci dicono che la situazione problematica – che c’è, è evidente e nessuno si può permettere di negare – non ha un grado di differenza rispetto allo scorso anno particolarmente elevato. Se guardo i numeri devo ricordare che il 24 giugno dello scorso anno eravamo qui alla Camera a presentare il Consiglio europeo esattamente come oggi, lo stesso giorno, allora gli sbarchi erano stati 59.600, un numero molto significativo, questo anno sono 61.400, vi è quindi un aumento di 1.800 unità, circa il 3 per cento. Un aumento che va considerato come tale, ma non è oggi, quella che viene raccontata, una presenza profondamente diversa da quello dello scorso anno. 
Cosa è accaduto di diverso ? Due elementi. Il primo riguarda il nostro interno. C’è una costante attenzione, del tutto positiva a mio giudizio, poi si può discutere sulle modalità talvolta ansiogene, ma del tutto positiva dei mezzi della comunicazione. Un anno fa la discussione non era su questo, oggi sì ! A parità di numeri c’è un profondo cambiamento di approccio. Un anno fa la discussione era esclusivamente su altri temi, stavolta c’è una priorità che viene stabilita, come è giusto che sia, dagli organi di comunicazione. Vorrei essere chiaro, se guardiamo i sondaggi, i dati di rilevamento e il rapporto con i cittadini che ciascuno di noi ha, sappiamo che allora come quest'anno la priorità numero uno degli italiani rimane sempre la stessa: il lavoro, nettamente il lavoro ! Se guardiamo i dati vediamo che c’è un rapporto incredibile tra la priorità numero uno degli italiani – sia quest'anno che lo scorso anno – e la priorità numero due. Perché è normale che la prima preoccupazione in una Repubblica che all'articolo 1 della sua Costituzione stabilisce che essa è fondata sul lavoro non possa che vivere con grande tensione, con grande preoccupazione e talvolta con ansia e angoscia, il fatto che il lavoro non è ancora tornato ai livelli di quattro o cinque anni fa ! I segni incoraggianti che si sono registrati in questo anno – più 250 mila posti di lavoro – ancora non sono sufficienti per recuperare il milione di posti di lavoro che abbiamo perso.
Ho premesso che non ho voglia di stare qui a rinfacciare reciprocamente il passato o i piccoli e grandi successi degli uni o i piccoli e grandi insuccessi degli altri. Voglio fare un passo indietro e dire che da un lato c’è una questione comunicativa enorme e dall'altro c’è oggettivamente, per la prima volta dopo anni, la consapevolezza che quello del Mediterraneo non è un problema soltanto italiano. Voi sapete che dire che esiste questa consapevolezza è insufficiente senza risultati concreti, anche se i meccanismi europei ci insegnano che occorrono piccoli passi per arrivare a raggiungere dei grandi risultati. 
Fatto sta che quando lo scorso anno, prima visita ufficiale, scegliemmo con il mio Governo di andare a Tunisi, in molti storsero il naso e guardarono con la faccia un po’ stupita di chi dice «ma con tutti i paesi scegli di partire da Tunisi ?». Perché allora, dicemmo – e lo confermo oggi, come lo confermano i fatti, prima ancora di me – che era il Mediterraneo l'ambito naturale dell'azione politica di diplomazia europea e continentale che doveva essere riaffermato. Oggi, mi permetto di dire che questa priorità è finalmente affermata anche a livello europeo. 
Che cosa stiamo discutendo ? Stiamo discutendo una strategia europea che sia meno miope di quella che è stata fino ad oggi. Per farlo c’è bisogno che anche l'Italia cambi passo in alcuni settori. Il primo, la cooperazione internazionale. Parlavamo di riforme strutturali e rendevo e rendo grazie, al Parlamento per l'attività di questi mesi. Tra le tante riforme strutturali, mi piace ricordare come tale la legge sulla cooperazione internazionale perché segna finalmente un cambio di passo nella politica estera del nostro paese e dopo 27 anni torna a individuare nel settore della cooperazione e degli aiuti allo sviluppo una priorità che farà si che, da qui al G7 che si terrà in Italia nel 2017, l'Italia smetterà di essere il fanalino di coda nei ranking internazionali sulla cooperazione dei sette paesi più industrializzati, per recuperare almeno due o tre posizioni. 
Tuttavia, insieme alla cooperazione internazionale, non possiamo che affermare la necessità degli accordi sul rimpatrio. Un pezzo della nostra politica estera deve essere collegata anche al presupposto che, per primo, in Italia, ha sancito un governo di centrosinistra, peraltro, come ricordava quest'oggi il Presidente Napolitano, nel dibattito al Senato – Presidente che allora era il Ministro degli interni proponente di quella legge – e cioè che c’è uno spazio di accoglienza che l'Italia conferma, mantiene e valorizza, ma c’è anche la necessità (questo vale, in particolar modo, per alcuni ambienti all'interno del mio partito e del mio schieramento) di dover riconoscere che il rimpatrio non può essere un tabù, non può essere una parola da considerare come una parolaccia. Ci sono degli strumenti di azione politica e diplomatica che sono più forti se collegati alla cooperazione internazionale e agli accordi di rimpatrio e di ritorno a casa. Questo è un primo elemento che, a mio giudizio, deve costituire la stella polare per l'Italia, ma che costituisce la stella polare della proposta europea. 
Accanto a questo, ovviamente, c’è l'elemento dell'accoglienza e dell'asilo, dell'accoglienza dei richiedenti protezione e dei richiedenti asilo, che poi diventano rifugiati quando le procedure permettono di verificare la correttezza dell’iter. Su questo tema Dublino 2 dice che è tutta soltanto responsabilità del Paese di primo approdo. È questo un principio giusto ? Per me, no. Vogliamo stare a discuterne insieme ? Certo, oggi non ci sono le condizioni per modificare questo approccio. Perché ? Lo vediamo dai giornali internazionali e non necessariamente dalle cancellerie. Siamo in un tempo nel quale l'identità europea, che per la mia generazione è nata con il crollo del muro di Berlino, viene messa profondamente in discussione da chi un muro lo vorrebbe fisicamente ricostruire tra l'Ungheria e la Serbia (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico, Scelta Civica per l'Italia e per L'italia – Centro Democratico). Siamo in un tempo nel quale la paura sta creando le condizioni di considerare il diverso, quello che è lontano da me, come un potenziale pericolo, dove torna a farsi spazio il concetto di frontiera, anziché il concetto di piazza. Di fronte a questo fatto, che è un fatto culturale, che dovrebbe far riflettere tutte e tutti indipendentemente dal proprio colore e dalla propria idea politica, pensate voi che siamo in condizione di dire che l'accordo di Dublino, negoziato in passato nelle forme e nei modi che sapete, possa essere improvvisamente modificato ? Chi lo dice assume su di sé la responsabilità di fare una politica estera, o presunta tale, basata sulla superficialità e la demagogia. Si può fare, lo dico perché io ero al G7 nel momento in cui alcune forze politiche hanno lanciato il tema dell'emergenza sanitaria in Italia in nome della scabbia. Vorrei essere chiaro: guai a sottovalutare qualsiasi cosa. 
Ma esattamente in quel momento in cui è arrivato l'sms con questo drammatico messaggio di emergenza, i leader dei Paesi del G7 stavano discutendo delle misure e contromisure da adottare in caso di un'epidemia mondiale che è una preoccupazione vera della comunità internazionale, che è una preoccupazione vera, perché quando abbiamo reagito all'Ebola nelle forme e nelle modalità in cui ricordate lo abbiamo fatto, con un coordinamento internazionale pazzesco perché tutti i santi giorni ci sono nostre donne e nostri uomini che stanno lavorando sul rischio di un'emergenza mondiale che avrebbe dei danni notevolissimi ma che non viene immaginata come la scabbia alla stazione di Milano, che viene immaginata attraverso la diffusione non nelle forme banali di un tweet ma attraverso le linee aeree che vengono da Paesi in cui certe cose si possono verificare. Di fronte a questo, se voi volete raccontare un'Italia che è un'Italia piena di emergenze sanitarie, fatelo, io difendo e rivendico l'Italia dello Spallanzani, degli infermieri, dei dottori, di coloro i quali stanno dimostrando di essere un'eccellenza mondiale e che non cedono alla paura e alla cultura del pericolo (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico, Area Popolare (NCD-UDC) e Scelta Civica per l'Italia). Di fronte a questo lavoro, che cosa possiamo fare noi al Consiglio europeo ? Possiamo affermare il principio che la questione dell'immigrazione e dei richiedenti asilo deve essere affrontata su base internazionale e continentale. Riusciremo a farlo ? È evidente che a me piacerebbe potermi presentare al tavolo europeo con una convinta partecipazione del sistema Italia, per questo domani mattina, con il Ministro dell'interno, accoglieremo a palazzo Chigi i rappresentanti delle regioni e dei comuni, per questo saremo nelle condizioni di poter ascoltare le voci anche di chi ha espresso dei dubbi, delle contraddizioni, degli elementi di critica, ma quello che deve essere per me chiaro è che noi non possiamo continuare a giocare su questi temi senza considerare la profonda ampiezza del problema di cui stiamo discutendo, perché noi guardiamo uno scoglio di Ventimiglia – è giusto così –, perché noi guardiamo una stazione – è giusto così –, ma nel mondo in questo istante non alziamo gli occhi – forse perché siamo abituati a pensare soltanto ai nostri piccoli talk show di tutti i giorni – e non pensiamo a quello che sta succedendo a Calais fra Francia e Inghilterra, non pensiamo a quello che sta succedendo in Arizona, in Texas in questo momento, non pensiamo a quello che sta succedendo in Birmania in questo momento, non pensiamo a quello che sta succedendo in Turchia in questo momento, in Libano, nel nostro amato Libano in questo momento, in Kurdistan. Chi di voi ha visitato un campo profughi a Erbil – come ricorderete a me è capitato nello scorso agosto – si rende conto che la dimensione dei flussi migratori non sono dimensioni di qualche decina o centinaia di unità come quello delle realtà che quotidianamente sono presentate nella nostra televisione, ma sono realtà mondiali che hanno un impatto devastante nella storia dell'uomo e che noi dobbiamo avere la forza e il coraggio di gestire con la capacità di avere una visione, perché non è che domani mattina improvvisamente si mette tutto a posto. Ecco perché la posizione italiana è molto chiara, noi quando troviamo qualcuno in mare gli salviamo la vita, perché secoli di civiltà valgono più di un sondaggio o di un punto di opinione (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico, Area Popolare (NCD-UDC), Scelta Civica per l'Italia e Sinistra Ecologia e Libertà), noi abbiamo sulle nostre spalle secoli di civiltà ai quali non rinunciamo. 
Secondo, abbiamo un diritto d'asilo che non è stato purtroppo disciplinato a livello nazionale, combattiamo per una politica europea sul diritto d'asilo, che vuol dire che i rimpatri vanno fatti a livello europeo, che vuol dire che la politica europea deve dialogare con più forza con i Paesi, in particolar modo del nord Africa e che vuol dire che non è pensabile né l'isteria né l'egoismo a cui abbiamo assistito in queste settimane. Dall'altro lato però, chiarezza per chiarezza, noi siamo in prima linea, non soltanto nel rispetto delle regole e della legalità ma anche nella sfida per un diverso modello di sviluppo e di sostenibilità, partendo dal presupposto che per primi dobbiamo cambiare noi e che per cambiare noi in una prospettiva di medio-termine occorre la cooperazione internazionale, occorre pensare che l'Africa sia una delle più grandi risorse dei prossimi trent'anni, occorre avere il coraggio di dire che chi lavora in questo settore deve essere aiutato, chi delinque e chi non rispetta le regole deve essere rimandato a casa immediatamente, e che chi ha l'ambizione di guidare un Paese deve cercare in sede europea di portare il consenso più ampio possibile senza preoccuparsi di utilizzare questo settore come il settore dello scontro e della divisione. 
È chiaro che sarebbe molto facile farlo per noi, sarebbe molto facile farlo per noi, ma sarebbe anche molto miope farlo per noi; rinfacciare agli altri il passato non serve a costruire il futuro, men che mai a vivere il presente. 
Allora, questi sono i due punti chiave: da un lato, la Grecia e, dall'altro, l'Italia non più osservata speciale, ma l'Italia che vuole dare una mano perché grande Paese che sta realizzando le riforme strutturali. Voi, con il vostro lavoro, signori del Parlamento, state consentendo all'Italia di sedersi in una posizione di forza in modo profondamente diverso rispetto al passato. In Italia è chiaro il messaggio che la politica è tornata a fare il suo mestiere e che le riforme hanno preso residenza e cittadinanza in questo Paese non semplicemente sulla spinta dell'azione del Presidente del Consiglio o del Governo, ma per condivisione ampia, molto ampia dell'intero arco parlamentare. 
In secondo luogo, sull'immigrazione, noi facciamo la nostra parte, non rinunciamo ai nostri valori, ma contemporaneamente siamo pronti ad affrontare anche le difficoltà che questa vicenda apre, perché, quando noi diciamo al Consiglio europeo che l'immigrazione è una questione europea, non lo facciamo perché pensiamo che l'Europa possa sostituirsi a noi. Noi siamo persino in grado di permetterci di fare da soli, se serve. È l'Europa che non si può permettere che l'Italia faccia da sola, perché quella frontiera è la frontiera di un continente, non la frontiera di un Paese (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico, Area Popolare (NCD-UDC) Scelta Civica per l'Italia e Per l'Italia – Centro Democratico). 
Accanto a questo – e ho finito – ci sono tre ulteriori elementi che lascio sullo sfondo, ma che sono particolarmente importanti. Il primo: discuteremo della politica di sicurezza e difesa comune alla presenza del segretario generale della NATO. La posizione italiana – mi pare anche in questo caso una posizione non solo della maggioranza di Governo ma più ampia – è quella di un Paese che crede a degli ideali comuni, che crede nei valori occidentali e che crede nella NATO come in una grande famiglia che è nelle condizioni di difendere e lottare per un ideale forte, bello e positivo. Ma questo non può essere oggi immaginato da una parte dei nostri partner amici come una riedizione 2.0 di una guerra fredda che è finita, morta e sepolta e che nessuno di noi vuole riprendere. 
Lo dico perché è chiara la posizione che ha utilizzato l'Italia in questo anno, in questo anno e mezzo e – devo dire – anche in passato. Noi vogliamo, esigiamo e chiediamo che ci sia un rispetto totale degli accordi di Minsk da tutte le parti impegnate e non possiamo immaginare che si utilizzi la discussione attualmente in corso sugli accordi di Minsk per tentare di aprire una pagina nuova nella dinamica dei rapporti tra Europa e Russia. Noi crediamo nel rispetto della comunità internazionale, nell'integrità dell'Ucraina, nella sovranità dell'Ucraina, crediamo che sia giusto il percorso sanzionatorio che è stato effettuato, ma diciamo anche che non è immaginabile per nessuno poter pensare oggi di utilizzare la NATO in una funzione che sarebbe stata antistorica 20 anni fa e che è, a maggior ragione, antistorica oggi. 
Secondo punto: discuteremo di mercato unico digitale, di innovazione, di competitività. Su questi punti c’è un lasciato del lavoro del semestre italiano. L'Europa non è più soltanto il luogo nel quale si parla di austerity. L'Europa non è più soltanto il luogo nel quale uniamo i nostri vincoli e i nostri parametri come un grande club di esperti di bilancio che però si dimenticano di valorizzare i valori profondi e l'anima comune che caratterizza il nostro continente. 
Per questo, sul tema della competitività, dell'innovazione digitale e dell'apertura alla crescita, l'Europa può giocare un ruolo analogo a quello che vuole giocare sul clima, che pure non sarà oggetto di discussione, su cui abbiamo visto, non soltanto qualche consiglio europeo fa, un buon dibattito con protagonismo italiano, ma anche lunedì scorso un'iniziativa importante, proprio nella sede della Camera dei deputati, perché l'intero Paese sia protagonista in vista di Europa 2015. 
Ebbene, su questi temi noi abbiamo bisogno di un'Italia che sia guida e non soltanto fanalino di coda. 
Veniamo, poi, al terzo e ultimo punto che, però, è il punto chiave. Noi possiamo fare tutti i discorsi che immaginiamo, però c’è un punto: oggi sempre di più l'Europa sta diventando coraggio contro paura. La paura è la paura che porta a dubitare delle scelte dei mercati finanziari, economici e internazionali in alcuni Paesi; la paura è il sentimento che attraversa strisciante intere popolazioni quando si rendono conto di essere sotto una minaccia che non è ben definita, i cui contorni non sono molto chiari, ma che prende, appunto, le sembianze di un fantasma, il fantasma della preoccupazione, il fantasma della diversità. 
Io credo che oggi la vera sfida che ha di fronte a sé l'Europa sia sicuramente quella di trovare le soluzioni tecniche ai flussi migratori, sapendo che è un percorso lungo, che richiederà mesi, anni; è sicuramente quella di riuscire a trovare dei meccanismi economici diversi da quelli che abbiamo visto sino ad oggi, sapendo che anche in questo caso ci sarà da lavorare molto. Ma il punto chiave, che noi dobbiamo caratterizzare e sul quale dobbiamo caratterizzarci, è raccontare un'idea di Europa in positivo, basata sul coraggio di ciò che siamo e non soltanto sulla paura di quello che gli altri ci dipingono. 
E, allora, da questo punto di vista vorrei evidenziare, concludendo, il ruolo che l'Italia può giocare, tornata finalmente dall'altra parte del tavolo e non più nel banco di fronte ai professori, che è quello di recuperare un'identità, che non è una parolaccia ma è una parola positiva, tutta giocata sulla bellezza di ciò che siamo e di ciò che possiamo essere. 
Ecco perché continuiamo a insistere su degli elementi, insieme al Ministro competente, di diplomazia culturale; ecco perché l'Expo avrà come evento principale non la visita di un leader straniero ma la visita dei 154 Ministri della cultura, che si terrà il 31 luglio; ed ecco perché, nel chiedere il consenso del Parlamento al lavoro che svolgeremo nei prossimi due giorni, vorrei invitarvi, sul punto specifico, non a sottolineare le tante cose che ci vedono divisi, ma tentare di rafforzare il senso profondo di ciò che siamo. Se l'Europa è impaurita, ha bisogno dell'Italia, del coraggio dell'Italia e di tutti gli italiani. Proviamo a farlo insieme.