Data: 
Mercoledì, 24 Giugno, 2015
Nome: 
Marietta Tidei

Grazie, Presidente. Onorevoli colleghi, signor Presidente del Consiglio, io credo che giovi ricordare, in primo luogo, alcuni significativi numeri che hanno il pregio di dare l'esatta portata della questione che dibattiamo. Il nuovo rapporto dell'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati riporta una forte escalation del numero di persone costrette a fuggire dalle loro case, con 59,5 milioni di migranti forzati alla fine del 2014, rispetto ai 51,2 milioni di un anno prima e ai 37,5 milioni di dieci anni fa. 
Più della metà dei rifugiati a livello mondiale sono bambini. Ma anche nel contesto di una forte crescita nel numero dei migranti forzati, la distribuzione globale dei rifugiati resta fortemente sbilanciata verso le nazioni più povere. Lei prima ne ricordava alcune, Presidente. L'86 per cento dei profughi si trovano in regioni e in Paesi considerati economicamente meno sviluppati e, solo per parlare della Siria, 4 milioni di rifugiati lottano per la sopravvivenza in Turchia, Libano, Egitto, Giordania. 
Le guerre nell'area subsahariana e la situazione di estrema instabilità nel Corno d'Africa hanno creato più di 3 milioni di rifugiati. Essi premono sulla frontiera meridionale dell'Europa. L'Italia, lo ricordava prima, ne ha accolti nel 2015 più di 60 mila. Ma dobbiamo comparare questa cifra con quella dello scorso anno per scoprire che il numero degli arrivi, ad oggi, è superiore allo stesso periodo dell'anno scorso di neanche 2 mila unità, numero ben lontano dall'invasione prospettata di chi gioca sulla paura della gente per conquistare consenso. 
Questo dato, però, non cancella le 1.850 vittime che abbiamo perso in quell'enorme cimitero che è diventato il mare Mediterraneo e la stima ovviamente è al ribasso, perché molte carrette del mare potrebbero essere affondate nel silenzio più assoluto. 
Ho avuto la fortuna di visitare diversi campi profughi e centri di accoglienza, e dico la fortuna perché guardare in faccia chi ha attraversato l'inferno del deserto, della Libia, della traversata in mare, chi ha percorso le strade del dolore, aiuta a capire che chi fugge dalle guerre, ma anche semplicemente dalla fame, che – voglio ricordare – non è una colpa, non può essere trattato come un criminale da punire. È troppo facile fare il pieno di consensi cavalcando le paure e le preoccupazioni dei cittadini, come stiamo guardando fare in questi giorni da molti. È facile ma falso proporre soluzioni veloci e dire: non facciamoli sbarcare, e fregarsene del fatto che questo sia inattuabile, oltre che inaccettabile. 
Dei campi che ho visitato, sono rimasta colpita in particolar modo da quello di Diyarbakir in Turchia, a 150 chilometri dalla Siria, che ospita quattromila yazidi, in fuga dalle barbarie dello Stato Islamico. I loro racconti parlano di violenze, di torture, di donne vendute come schiave, di bambini che non conoscono il destino dei loro padri o delle loro madri. La gente non si arrende e spera di rientrare prima possibile nella propria terra, perché gran parte di quelli che sono costretti ad abbandonare la propria casa sperano di poterci un giorno ritornare. E questo è uno dei tanti campi, forse anche uno tra quelli più fortunati, grazie anche alla straordinaria generosità del popolo curdo. Riesco solo ad immaginare con orrore quello che può accadere altrove, ai confini del Sahara, dove ogni minimo aiuto umanitario è sottoposto ai capricci dei signori della guerra locale. 
Ogni campo ha una cosa che lo accomuna a tutti gli altri: tutti lottano contro avversari enormi ed invisibili, gli interessi degli Stati, la complessità della geopolitica, la stupidità dei fondamentalismi e l'economia globale. Recentemente, in occasione della giornata internazionale del rifugiato, insieme alla Presidente della Commissione diritti umani dell'Assemblea dell'OSCE, abbiamo visitato diversi centri di accoglienza, tra cui Lampedusa. Con lei abbiamo visto anche un'altra Italia, quella di cui andare fieri, quella che non specula sulla pelle dei migranti, quella che salva le vite, quella dell'accoglienza, quella che ha risposto con rapidità ed efficienza alla situazione venutasi a creare davanti alla stazione Tiburtina di Roma. 
Lo sforzo congiunto del comune di Roma, della Croce Rossa italiana, di una miriade di associazioni e singoli volontari, ha prodotto pasti caldi, rifugio, assistenza, e si è trattato di un esempio importante non solo di civiltà, ma di contrasto al razzismo strisciante nel Paese. Le cifre dovrebbero parlare da sole, imponendoci una duplice spinta solidale dall'Europa verso i Paesi di frontiera, che ogni giorno devono affrontare emergenze – e lei lo ricordava prima, signor Presidente – e all'interno delle comunità nazionali, dove si dovrebbe fare a gara per accogliere meglio. L'Europa negli ultimi tempi è sembrata invece per noi italiani una madre strana, dai sentimenti decisamente freddi e per nulla unita sul tema dell'immigrazione, anche dal punto di vista prettamente giuridico. 
La disciplina dell'immigrazione non è definita in maniera generale dalla UE, ma regolamenti e direttive intervengono su alcuni temi specifici, seppure nel 1997 il Trattato di Amsterdam ha, per così dire, comunitarizzato il settore dell'immigrazione, così come quello dell'asilo. Ci auguriamo che, anche in tal senso, l'imminente vertice possa dare delle risposte. Va dato atto, però, al Governo di avere posto con forza la questione dell'immigrazione e delle frontiere in Europa, riuscendo a penetrare il muro di provincialismo e di piccolo interesse costruito da molti Paesi dell'Unione. 
Abbiamo anche raccolto dei frutti: la missione Triton non solo pattuglia il Mediterraneo, ma fa anche missioni di salvataggio, salva vite umane. La nuova operazione Eunavfor Med monitorerà le rotte del traffico illegale di esseri umani per neutralizzare le imbarcazioni degli scafisti, che – voglio ricordarlo – sono loro i nostri nemici, non i migranti. Inoltre il 27 maggio scorso è stata presentata una proposta di decisione che, per la prima volta, attiverebbe un meccanismo temporaneo per sostenere Italia e Grecia, in quanto Stati membri interessati da un afflusso improvviso di migranti. 
Il meccanismo prevedrebbe una distribuzione nella UE delle persone con evidente bisogno di protezione internazionale e potrebbe essere stabilizzato entro la fine del 2015 con la proposta di un sistema permanente dell'Unione europea di ricollocazione in situazioni emergenziali di afflusso massiccio. Questo sarà di fatto il nodo più difficile da sciogliere al tavolo del vertice di domani. La partita è dunque seria e cruciale per il nostro Paese ed è questo, quindi, il momento in cui tutti insieme dobbiamo sostenere l'azione diplomatica del Governo. 
Non c’è spazio per scontri istituzionali tra Stati e regioni, che hanno il solo effetto di depotenziare la nostra immagine internazionale. Come Maroni dovrebbe sapere, ma fa finta di non sapere forse, il piano di accoglienza del 2014 tiene conto sia del PIL sia della situazione della popolazione locale che del numero di rifugiati già presenti nelle regioni. Si è strumentalmente raschiato il fondo del barile della demagogia pur di raccattare un pugno di voti e un minuto nei TG, ma mi permetto di rivolgere un appello ai colleghi, anche dell'opposizione: i giorni che seguiranno saranno cruciali per sfondare il muro del NIMBY europeo. 
Essere coesi come comunità nazionale può fare la differenza, e non solo ci permetterà di ricevere finalmente un concreto aiuto da parte dell'Unione europea, ma segnerà, forse, anche una svolta nella politica europea di gestione delle migrazioni. Isolate, quindi, i fanatici e quelli che sono perennemente alla ricerca di visibilità mediatica, e lasciate venire avanti le persone che prediligono il ragionamento costruttivo. L'azione del Governo Renzi sulle migrazioni va sostenuta: non è un fatto di appartenenza politica, ma di oggettiva analisi del problema. Il nostro Governo ha saputo dare una lezione morale agli alfieri del not in my backyard, parlando non a nome del nostro Paese e dei suoi interessi, ma evidenziando come il problema delle frontiere sia comune a tutti. 
Lo ricordava il Presidente prima: il Mediterraneo non è una questione italiana, è il limes di tutta l'Unione europea. Mi permetto, però, di volgere lo sguardo al giorno dopo l'emergenza: le migrazioni sono figlie della situazione di instabilità della fascia di Paesi che va dalla Siria alla Libia, al Centrafrica. Se vogliamo fermare questo flusso incessante di migranti, è lì che occorre intervenire, direttamente su quei conflitti. L'azione diplomatica europea, negli anni, è risultata farraginosa, ma bisogna rafforzarla, ricercando la massima condivisione possibile e rafforzando al massimo la cooperazione internazionale. 
Intanto, se verranno ricollocati i profughi giunti in Grecia, sarà merito anche del Governo Renzi; quarantamila persone in due anni sono poche, certo, ma sono un inizio, che dobbiamo salutare con speranza. Come ogni primo passo, ha le sue incertezze, ma noi dobbiamo ribadire con forza che non è un problema italiano, francese o inglese, ma un problema europeo. Tutti gli Stati dell'Unione europea devono essere coinvolti – secondo la loro possibilità, certo – nella risoluzione dei problemi. Tutti devono accettare la loro quota di migranti, perché non saranno i muri, come ricordava il Presidente, a fermare i profughi. Neanche la Grande Muraglia cinese è riuscita a contenere i popoli in movimento ! 
Non ci riuscirà il Governo ungherese, che dà prova di grande insensibilità, alzando un muro al confine con la Serbia, e spero che ci ripensi. Quei migranti, cui è sbarrato il passo, non torneranno nei loro luoghi di origine, almeno non ora; gireranno intorno all'ostacolo, esattamente come la piena di un grande fiume, riversandosi altrove. Il nostro Paese, invece, ha dimostrato di essere sensibile e disponibile. Vi è ora da tenere alta la guardia sia contro il razzismo nostrano sia contro l'indifferenza, la sottigliezza e l'ostilità dei partner europei, perché una cosa deve essere chiara a tutti, soprattutto in Occidente dove in molti – concludo Presidente – in passato si sono arricchiti sulle spalle di quei popoli e hanno acceso anche diversi focolai: nessuno può essere condannato dal luogo in cui è nato ! Le regole e le leggi possono aiutarci a gestire meglio le cose, ma solo la solidarietà e il senso di responsabilità potranno davvero porre fine all'emergenza.