Data: 
Mercoledì, 16 Dicembre, 2015
Nome: 
Matteo Renzi, Presidente del Consiglio dei ministri

Signora Presidente, onorevoli deputati, il Consiglio europeo di domani e dopodomani si colloca come primo appuntamento ufficiale dopo i terribili fatti di Parigi del 13 novembre scorso. È il primo ufficiale, o meglio il primo tradizionale, il primo d'ufficio, dopo il 13 novembre, anche se, in realtà, in questo periodo ci siamo più volte incontrati con i colleghi, i Capi di Stato e di Governo, a cominciare dall'appuntamento informale del 29 a Bruxelles e poi in altre sedi a partire da quella di Parigi per la COP 21. Ma credo che possiamo essere seri con noi stessi e soprattutto seri con l'Europa se, al di là dell'ordine del giorno del Consiglio europeo su cui tra breve mi intratterrò, saremo in condizioni di cogliere l'occasione del Consiglio europeo per riflettere su cosa lega l'evento del 13 novembre alla risposta più o meno corretta da parte dell'Europa. 
Detta in un altro modo, nelle ore immediatamente successive agli attentati, una reazione – che definisco umana, comprensibile, ragionevole – ha portato a sottolineare con forza la necessità di una implementazione dell'azione militare, e non vi è dubbio che tutte e tutti noi siamo impegnati a contrastare con sempre maggiore vigore Daesch e la terribile azione di morte che esso persegue un po’ in tutto il mondo. Ma credo che, se vogliamo essere davvero fino in fondo leali con la nostra coscienza, dobbiamo avere il coraggio di dirci che gli attentati del 13 novembre pongono una sfida al cuore dell'Europa. Gli attentati del 13 novembre sono, innanzitutto, un atto di morte, che ha suscitato e seminato morte, e vorrei qui che tutte e tutti insieme tributassimo un affettuoso omaggio a Valeria Soresin e alla sua famiglia, che ci ha dato una straordinaria lezione in queste ore e nelle ore immediatamente successive (Applausi – L'Assemblea e i membri del Governo si levano in piedi). Il fatto che tutto il Parlamento, tutto insieme, possa ringraziare quella famiglia e ricordare quella nostra concittadina è, io credo, un valore condiviso del nostro Paese. 
Ma non basta ricordare, occorre costruire. E occorre costruire una strategia che sia una strategia a tutto campo europea, che non sia soltanto una strategia di singoli Paesi: di fronte alle sfide del villaggio globale non ci si rinchiude nei propri confini, immaginando di trovare soluzioni estemporanee. È per questo che io propongo al Parlamento – alla Camera dei deputati questa mattina e al Senato nel pomeriggio – un approccio, che è l'approccio italiano, che noi vogliamo mettere a disposizione dei nostri colleghi europei, per riuscire finalmente ad avere non soltanto una reazione a ciò che è accaduto, ma anche una visione per i prossimi mesi e per i prossimi anni. Non è un caso che l'Italia abbia scelto di presentare le proprie proposte dopo gli eventi del 13 novembre in una sala simbolica dei tanti e bei palazzi delle nostre città. Abbiamo scelto di andare nella sala Orazi e Curiazi del Campidoglio, cioè nel luogo dove i trattati istitutivi delle Comunità europee furono firmati nel 1957, e abbiamo altresì individuato nel 2017 non soltanto l'anno in cui guideremo il G7, non soltanto l'anno in cui speriamo di poter far parte, con il supporto e il sostegno di tutti, del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, ma anche – non dico soprattutto, dico anche – l'anno in cui poter fare una riflessione sull'Europa, nei sessant'anni che ci dividono proprio dal quel momento in cui i sei Paesi fondatori scelsero la casa comune europea. 
L'Italia ha proposto nella sala degli Orazi e Curiazi una strategia che credo debba essere presa in seria considerazione a livello europeo. Innanzitutto, la questione della sicurezza, non c’è ombra di dubbio: la percezione della sicurezza è un elemento cruciale nella vita quotidiana e, dunque, la percezione della sicurezza deve essere accompagnata da un investimento di mezzi di comunicazione, di sostegno, da parte di tutte e tutti nei confronti in particolar modo dei più deboli. Ecco perché abbiamo individuato, come Paese, una serie di risposte che sono state inserite nella legge di stabilità, nella discussione che la Commissione ha terminato ieri sera e che quest'Aula vedrà nelle prossime ore e che spero, almeno su alcuni punti, possano incrociare un consenso più ampio rispetto a quello della maggioranza. Mi è parso di vedere che su almeno alcuni punti ci sia una condivisione e questo lo considero positivo. Mi riferisco essenzialmente a un investimento maggiore in cyber security, senza naturalmente far venir meno i principi sacrosanti della privacy, ma sapendo che, attraverso la tecnologia, oggi si può fare molto di più di quello che si è fatto in passato per individuare i potenziali terroristi e soprattutto perseguirli. Mi riferisco all'investimento sui mezzi delle nostre forze dell'ordine; mi riferisco a un incremento delle disponibilità della difesa, non già della gestione del quotidiano in Italia, ma nella possibilità di intervento all'estero; e mi riferisco a un sostegno, che abbiamo individuato nella misura degli 80 euro, anche per coloro i quali non rientravano nella categoria di coloro che avevano un reddito sotto i 1.500 euro netti al mese ma che fanno parte delle forze dell'ordine. Su queste misure abbiamo detto: diamo un segnale immediato alla nostra gente e diamo un segnale immediato alle donne e agli uomini che vestono un'uniforme insieme a noi. Credo che sia un passo in avanti. Mai nessuno aveva investito così tanto nel settore della sicurezza, tuttavia diciamo che non basta, che non è sufficiente, non semplicemente perché comunque possiamo andare a individuare, voce per voce, tutti i capitoli nei quali abbiamo fatto un passo in avanti, ma perché la realtà delle cose ci porta a dire che non c’è nessuna garanzia di sicurezza senza un grande investimento diplomatico. In questo senso l'Italia ha fatto la propria parte rientrando a un tavolo nel quale non era più, al quale non partecipava più. Non voglio fare polemiche sulle ragioni dell'esclusione o della mancata inclusione, fatto sta che, al tavolo dell'Iran che si teneva a Vienna, l'Italia non faceva parte, di quel tavolo non faceva parte; al tavolo di Vienna che si occupa della Siria, l'Italia è tornata protagonista. Il Ministro degli esteri ha lavorato in piena sintonia con tutti i suoi colleghi, a cominciare dal Segretario di Stato americano, John Kerry, cui va la nostra gratitudine e siamo tornati ai tavoli che contano. Dall'altro lato, abbiamo scelto di ospitare a Roma, com’è naturale e fisiologico, un appuntamento che giudichiamo rilevante per il futuro della Libia, e, allo stesso tempo, continuiamo a svolgere la nostra incessante azione diplomatica perché laddove è possibile tutte le parti in causa dialoghino. Se ci pensate, è la stessa cosa che in quest'Aula avevamo detto presentando un Consiglio europeo primaverile, quando dicevamo, dopo il viaggio al Cremlino del marzo scorso, che era fondamentale riportare al tavolo della comunità internazionale la Russia, allo scopo di fare la più ampia discussione e la più ampia alleanza immaginabile sui temi della gestione della sicurezza internazionale e della geopolitica globale. Dunque, sicurezza e diplomazia e, dall'altro lato, ovviamente, l'investimento militare, che nessuno di noi pensa possa essere un investimento secondario, ma che dobbiamo anche avere la forza di trattare per quello che è, fuori dalle ricostruzioni – permettetemi di dirlo – talvolta pressappochistiche e superficiali che anche una parte della stampa specializzata, oltre che dell'opinione pubblica e degli addetti ai lavori, cerca di farci passare. Lo dico in modo molto chiaro: non è se ci sono quattro Tornado in più o in meno che cambia la politica militare di un Paese, perché questo racconto che è stato fatto in queste settimane è un racconto davvero al limite del superficiale. L'Italia è il Paese che insieme alla Francia e dopo gli Stati Uniti è il più impegnato nei teatri di guerra del mondo. Dobbiamo averne consapevolezza e dobbiamo esprimere la gratitudine verso le donne e gli uomini che, rappresentando il tricolore, ci rendono orgogliosi di ciò che fanno, onorano la nostra Costituzione e onorano la nostra identità nazionale. È bene che questo sia chiaro. È bene che sia chiaro in Afghanistan, dove noi guidiamo a Herat una parte importante della missione; è bene che sia chiaro in Libano, dove guidiamo la missione UNIFIL; è bene che sia chiaro in Iraq, dove abbiamo il training delle forze di polizia irachene; è bene che sia chiaro in Libia, dove un nostro generale è il consigliere di Ban Ki Moon per la parte militare; è bene che sia chiaro in Kosovo; è bene che sia chiaro in Somalia; è bene che sia chiaro in tanti scenari nei quali noi ci siamo con la nostra professionalità e con la nostra umanità. 
Non è strategia militare quella di chi pensa di inseguire le ultime dichiarazioni del giorno. La politica estera e la politica militare non si fanno sulla base delle emozioni del momento ma con un disegno strategico che abbia il respiro del medio-lungo periodo, non la necessità di far vedere qualcosa perché sennò domani i giornali cosa scrivono ? Lo dico perché questo atteggiamento a mio avviso ha provocato in passato dei problemi, non tanto in Italia e non tanto per colpa dell'Italia. Avere questa consapevolezza (sicurezza, diplomazia militare, e la consapevolezza di essere un grande Paese sul settore della sicurezza, sul settore della diplomazia e sul settore militare) deve essere una caratteristica di qualsiasi Governo, di qualsiasi Parlamento ! L'Italia è questo. Domani dopodomani, dopodomani ancora ci saranno altri Governi: in questo naturale e fisiologico esercizio della democrazia deve restare forte la consapevolezza che l'Italia è l'Italia, non è il Paese dei balocchi che talvolta qualcuno vuol far passare per un obiettivo di strumentalizzazione interna. Siccome credo che questo sia il punto chiave, dobbiamo anche avere il coraggio di dire a livello europeo che sicurezza, diplomazia e azione militare debbono avere le stesse caratteristiche che ho indicato per l'Italia anche a livello continentale. Non è immaginabile che nascano dal niente le missioni, senza un disegno, senza una strategia. Non è immaginabile che si possa dire dopo un attentato: condividiamo le informazioni dei servizi di intelligence e poi però si rimane fermi aspettando l'attentato successivo. Non voglio neanche qui banalizzare una discussione che è molto ampia. Chi si intende di storia, sicuramente molto più di me, sa che la discussione sulla difesa comune, dal 1954 in poi, vide proprio i francesi protagonisti su una posizione che non è propriamente la posizione della più ampia condivisione. La posizione dei francesi di allora era di sostanziale preoccupazione verso un sistema unitario europeo. Potremmo discuterne a lungo, non è questa la sede. 
Io vorrei che al Consiglio europeo il Parlamento autorizzasse il Governo ad andare con questo spirito, quello di chi dice che ci vuole un pacchetto comprensivo e globale, un approccio unitario, non un atteggiamento di reazione emotiva di fronte a fenomeni che dureranno anni, non che durano giorni (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico e Scelta Civica per l'Italia) ! Questo è il primo punto di discussione. Accanto a questo naturalmente c’è tutto il tema italiano – ma vorrei dire europeo – di chi sta dicendo da un mese: smettiamo di far credere al mondo che ciò che è avvenuto è avvenuto perché c’è stata semplicemente una regia internazionale. Mi paiono fuori di discussione le valutazioni su ciò che sta avvenendo a livello internazionale sui rischi e sui problemi – tutto assolutamente comprensibile –, però il 13 novembre cittadini europei hanno ucciso altri cittadini europei. Era avvenuto così anche Charlie Hebdo, era avvenuto così anche a Bruxelles, era venuto così anche a Copenaghen. Sono cittadini europei coloro i quali uccidono altri cittadini europei. Sono intrisi di un radicalismo selvaggio e terribile che va combattuto alla radice e che non si combatte soltanto annunciando bombardamenti dall'alto in Siria, ma si combatte anche lavorando pancia a terra nelle nostre periferie. Quando vedi un imam estremista che invita a odiare la musica i propri bambini delle scuole in Francia, dove insegna, che invita a considerare la musica come il nemico, devi avere la forza e il coraggio di spiegare che la musica è un pezzo della tua identità, che l'educazione è la frontiera dove si gioca paradossalmente, più di ogni altro, la politica estera, che la cultura è un valore irrinunciabile per la nostra esperienza, che per ogni euro che noi investiamo in sicurezza occorre prevedere un euro investito in cultura; per ogni euro investito in una telecamera, in una videocamera con cui andare a riprendere i movimenti dei potenziali terroristi e a tracciarli attraverso strumenti innovativi di cyber security, occorre investire su un sipario da tirare su, occorre investire su un videomaker, occorre investire su un attore. 
Non è il tentativo di un'arma di distrazione di massa a tenere insieme la sicurezza e la cultura, è l'idea stessa di ciò che noi siamo, se noi non accettiamo questo principio e ci facciamo blindare chiusi a chiave nelle porte della nostra paura è finita l'idea stessa di identità europea. L'Europa e attrattiva nel momento in cui esprime dei valori, nel momento in cui chiama innovazione, nel momento in cui produce dialogo, nel momento in cui si apre a tenere insieme le radici e le ali, avrebbero detto quelli dotati di un minimo di sguardo poetico: e allora educazione, e allora, nella misura che abbiamo proposto nella legge di stabilità, diritto allo studio e allora sport. Alcune delle periferie delle città europee non hanno più un'anima, non hanno più un luogo di condivisione, non soltanto non hanno la piazza, che è il luogo per eccellenza della dignità dell'uomo, perché è il luogo in cui la cultura greca e la cultura romana hanno aiutato a creare un momento di confronto e di incontro, non soltanto non c’è più la piazza ma non c’è neanche un luogo dove poter far sport ! Ieri con il presidente del CONI abbiamo annunciato i primi interventi, che sono a Scampia, al Corviale, allo Zen, che sono nei quartieri periferici delle nostre città. 
Ci sono poi anche misure che sono più contestate, che io voglio portare alla discussione europea. Per esempio il tema – poi si può discutere nel merito e il Parlamento lo farà – di agevolare per i giovani la possibilità di fruire di iniziative musicali, iniziative teatrali. Si può discutere ! si può discutere della proposta che ha fatto il Governo, bonus o non bonus, certo chi sostiene che sia una mancia elettorale ignora che non ci sono le elezioni – e questo è un primo tema – ma ignora anche che i diciottenni sono una cosa diversa da ciò che qualcuno pensa. I diciottenni non sono in vendita i diciottenni non si fanno lavare il cervello con un piccolo bonus. E allora bisogna avere il coraggio di ricordarsi che l'identità culturale di un Paese, caro ex ministro di Governi precedenti, sta nel fatto che non si taglia sulla cultura, che non si taglia sulla scuola, che non si taglia sull'educazione, che non si taglia su ciò che è più forte per un Paese civile, che sono l'idea stessa della identità europea (Applausi dei deputati dei gruppi del Partito Democratico e Scelta Civica per l'Italia). 
Non serve a niente, non serve a niente continuare a dire dappertutto che dobbiamo farci valere in Europa se quando siamo andati in Europa ci siamo dimenticati di dire chi eravamo e cosa potevamo portare al dibattito europeo, caro ex Ministro della funzione pubblica (Applausi dei deputati dei gruppi del Partito Democratico e Scelta Civica per l'Italia), che ha pensato di interrompere un discorso e un dibattito, ma che non si rende conto che su questi temi occorrerebbe avere la pazienza dell'ascoltarsi ! Nessuno la interrompe quando parla lei e nessuno pensa che sia giusto interrompersi quando si parla di politica estera, avendo noi cercato dal giorno dopo l'attentato di avere tutti i capigruppo insieme a discutere, non avendo le stesse idee ma ascoltandosi, che è una delle caratteristiche più belle che può avere la politica. Vado rapidamente a chiudere: questo è il primo tema che noi portiamo in Europa ! 
Un mese di discussioni e cosa fa l'Italia ? L'Italia fa questo ! Con alcune specificità che sono le nostre. Il ministro della difesa presenterà nelle prossime settimane alle Commissioni competenti, immagino insieme al ministro degli esteri, una ipotesi molto avanzata di ulteriore impegno da parte dell'Italia e degli italiani, ma un impegno serio, non un impegno estemporaneo. In Iraq, nelle vicinanze di Mosul, c’è una diga che è lesionata, se quella diga crolla, Baghdad compresa, l'Iraq vedrà una situazione di disastro che coinvolgerà bambini, donne e anziani. È italiana l'azienda che può rimettere a posto quella diga, perché nel racconto costante del fatto che in Italia va tutto male ci dimentichiamo spesso di valorizzare il fatto che a livello di ingegneria siamo tra i migliori al mondo, che le nostre maestranze sono tra le più apprezzate e stimate.
Ci è stato chiesto dalla comunità internazionale, in particolar modo in asse con gli Stati Uniti d'America – il rapporto di vicinanza con gli Stati Uniti non è mai stato così forte in questi due anni di Governo – di preoccuparsi di intervenire insieme perché quella diga sia riparata. Non è propriamente nella zona ovviamente dello Stato islamico, ma è in una zona irachena molto vicina al fronte. Lo faremo se il Parlamento sarà d'accordo in sede di Commissione. Perché ? Perché l'Italia non si tira indietro di fronte alle proprie responsabilità, non accetta di voltarsi dall'altra parte di fronte al dolore del mondo. È presente, forte, autorevole, solida e solidale, ma non annuncia gli interventi militari bombardando a destra e a manca semplicemente perché ha bisogno di apparire più forte di quello che pensano gli altri (Applausi dei deputati del gruppo del Partito Democratico), non abbiamo un problema di autostima, ma abbiamo un problema di andare a risolvere le questioni vere che riguardano le donne e gli uomini del nostro mondo. 
Naturalmente al Consiglio europeo diremo questo, chiedendo all'Europa di fare un salto di qualità, staccando una volta per tutti il dibattito sulla sicurezza del terrorismo dalla questione immigrazione. Trovo davvero strabiliante che in Europa qualcuno abbia pensato di aprire una procedura di infrazione perché non tutte le persone che abbiamo salvato in mare sono state identificate con le impronte digitali (Applausi dei deputati del gruppo del Partito Democratico) ! Non tutte le persone che sono arrivate in Germania nel mese di agosto sono state identificate e la cancelliera Merkel disse allora queste parole: prima la solidarietà poi la burocrazia. Quello che vale per la Germania evidentemente sembra non valere per l'Italia, ma noi replichiamo in modo molto semplice su questo. Cara Europa, qual è il tuo ruolo da qui ai prossimi anni ? Quello di affermare regolamenti, norme burocratiche, linee di indirizzo o quello di risolvere i problemi ? 
Noi pensiamo che ci sia bisogno di identificare tutte e tutti, le nostre sorelle e i nostri fratelli che arrivano in Europa, e devo dire che negli ultimi mesi siamo – mi diceva il ministro dell'interno – sostanzialmente al 100 per cento della identificazione. Non solo, noi vogliamo fare un passo in più ! Proprio collegandoci all'investimento sulla cyber security che stiamo portando avanti, noi vogliamo arrivare al riconoscimento facciale, all'identificazione, perché questo è un principio di serietà nei confronti della stragrande maggioranza di persone oneste che hanno tutto da guadagnare dalla identificazione, dunque noi non siamo titubanti su questo tema ! Quello che vogliamo dire è che l'Europa non può avere il consueto approccio di reazione senza strategia anche sul tema dell'immigrazione. Abbiamo fatto quattro consigli europei su tali questioni, possiamo finalmente dirci che la questione immigrazione va affrontata con un respiro profondo ? 
Si è fatto un passo in avanti con il vertice di Malta, si è deciso di dare un contributo importante Paesi africani. Se n’è fatto un altro, l'incontro con la Turchia. Lo dico qui in questo Parlamento, io sono intervenuto in quel consesso e siccome io rappresento un Paese e non una parte politica, quando sono in Consiglio europeo, ho rivendicato che in quell'assise l'Italia non aveva da farsi perdonare un cambio di linea politica ! Ho detto espressamente all'autorevole leader che stava parlando, senza interromperla, perché noi siamo educati, che rappresentavo un Paese che con i due Presidenti del consiglio di maggiore longevità istituzionale, l'onorevole Berlusconi e l'onorevole Prodi, aveva avuto nei confronti della Turchia una linea politica esattamente identica di coinvolgimento e di valorizzazione, e che altri furono negli anni passati coloro i quali scelsero una strategia a nostro giudizio sbagliata, che possiamo immaginare una delle cause del processo negativo che si è poi creato nel dibattito fra Turchia ed Europa. Io difendo la linea del Paese tutto intero e difendo una continuità istituzionale sulla politica estera della quale non mi vergogno, perché quando rappresento il Paese rappresento l'Italia ! 
Poi, quando ci sono le campagne elettorali, quello che ho da dire lo dico, e anche a voce alta; ma siccome questa è stata la nostra posizione, lasciatemi dire, qui, adesso, che la questione della Turchia non può mettere in secondo piano ciò che sta accadendo in Giordania. È merito del Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale un importante appuntamento a cui ha partecipato il re: è una grande figura del Medioriente, e direi del mondo intero, il re giordano. Non può mettere in secondo piano ciò che accade in Libano; e io sono assolutamente certo che il processo di cambiamento in corso in questo momento a livello internazionale, con il coinvolgimento dell'Iran, debba aiutarci, insieme ai nostri amici storici, ai partner storici del Golfo e non soltanto del Golfo, finalmente a portare anche a conclusione la difficile e delicata transizione libanese, con l'individuazione finalmente di un Presidente della Repubblica. 
Questo è lo scenario ! Poi ci sono gli hotspot e l'identificazione delle impronte ? Benissimo: l'Italia ha aperto il primo hotspot; domani si aprirà il secondo, a Trapani. Siamo pronti su Taranto, su Pozzallo, città di persone straordinarie; siamo pronti ad intervenire tenendo fede ai nostri impegni, che sono quelli che abbiamo sancito in Europa. Chiederemo agli europei se sono in grado di tener fede ai loro impegni. Noi avevamo parlato di hotspot, rimpatri e riallocazioni: per il momento sta andando avanti soltanto ciò che segue l'Italia. Segno evidente che prima di aprire una procedura di infrazione bisognerebbe collegare la realtà con le proprie idee, e mi pare che non sempre accada; in quel luogo straordinario che è l'Europa, del quale noi non parliamo male: noi parliamo sempre bene dell'Europa da europeisti convinti, ma che talvolta fa di tutto per dimenticare ciò che è o che dovrebbe essere. 
Infine, il Consiglio europeo affronterà la questione della «Brexit» del Regno Unito: il Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale ha appena firmato un documento, un articolo insieme al Ministro degli esteri inglese. Credo che non ci siano Paesi più distanti, UK e Italia, dal punto di vista della storia e della visione identitaria europea; ma contemporaneamente noi sappiamo che è fondamentale fare di tutto perché il Regno Unito resti nella grande famiglia europea – senza concedere a nessuno, meno che mai agli inglesi, un diritto di veto che sarebbe inspiegabile ed inapplicabile, negando le ragioni stesse dell'identità comunitaria. 
C’è il tema dell'unione economica e monetaria, c’è una resistenza tedesca al terzo pilastro dell'unione bancaria. Credo che sia una resistenza che dovrà venire meno in prospettiva, se si vuole completare il percorso. È inimmaginabile che non si arrivi fino in fondo con una sempre più forte integrazione a livello di economie: altrimenti saremo soltanto governati da norme astratte e astruse, e non dalla realtà delle cose. 
C’è il grande tema del digital market, che è una questione strategica sulla quale l'Italia sta portando alcune buone pratiche di livello straordinario, e che comunque il Parlamento avrà modo di seguire nel corso dell'attuazione della delega dei decreti legislativi legati alla riforma della pubblica amministrazione. 
E c’è infine – o meglio non c’è, ma vorrei che ce lo mettessimo noi come punto all'ordine del giorno in Consiglio – la consapevolezza del grande ruolo che l'Europa può avere e che dovrà avere nelle prossime settimane, nei prossimi mesi e probabilmente nei prossimi anni per attuare l'impegnativo Accordo di Parigi sul clima. Lo dico perché ritengo quell'Accordo un passaggio di portata davvero rilevante. 
L'Italia ha concorso e contribuito da protagonista a quell'Accordo. Lo ha fatto con i propri diplomatici, ma l'ha fatto anche – lasciatemelo dire – con le proprie aziende: è una cosa di cui dobbiamo essere fieri e orgogliosi. Non soltanto la politica, non soltanto la diplomazia, non soltanto l'associazionismo hanno lavorato perché in nome della sostenibilità si arrivasse ad un accordo vero: ma anche le aziende, e in particolar modo le aziende che lavorano nei settori energetici, sono state in prima fila a indicare la strada di un accordo. 
Dunque un Consiglio europeo che si annuncia importante e impegnativo. A mio giudizio dobbiamo fare uno sforzo, anche a livello europeo, per evitare toni superficiali. Ho letto il giorno dopo gli attentati: chiudiamo Schengen ! Qualcuno potrebbe dire: per far che ? Per tenerli chiusi dentro ? Perché coloro i quali sono stati considerati gli attentatori avevano un passaporto anche europeo.
La chiusura di Schengen a che cosa serve ? A dare in pasto all'opinione pubblica un elemento di tranquillità psicologica, o ad affrontare i problemi ? Io credo che se vogliamo affrontare i problemi dobbiamo andare in serietà, alla radice: e affrontare i problemi in serietà alla radice significa prendere atto che ci dev'essere un'alternativa al nichilismo. L'alternativa al nichilismo che porta generazioni di giovani a farsi saltare in aria di fronte a un ristorante, dentro un teatro, durante un concerto, fuori da uno stadio non può venire soltanto dalla politica: viene dalla risposta del senso di vita che ciascuno di noi può avere, ponendosi degli interrogativi e dandosi delle risposte. Ma la politica può agevolare questo valorizzando ciò che di più prezioso noi abbiamo: l'educazione, la cultura, il senso del bello. 
È questo il motivo per cui credo che l'Italia debba vivere da protagonista la fase che si apre: non semplicemente perché va a salvare vite umane dappertutto, e pure è una cosa enorme; non soltanto perché va ad evitare uno dei più grandi disastri ambientali che potrebbe crearsi nella zona terribile del Medioriente; non soltanto perché lavora giorno dopo giorno per trovare una soluzione in Libia; ma anche perché prova a risvegliare la vera domanda di senso su che cosa significhi oggi essere cittadini europei. Che non può essere inseguire un limite e un regolamento, ma dev'essere innanzitutto dare una risposta forte alle grandi domande del nostro tempo.