Intervento del Presidente del Consiglio dei ministri
Data: 
Mercoledì, 17 Febbraio, 2016
Nome: 
Matteo Renzi

Signora Presidente, onorevoli senatrici, onorevoli senatori. No, non è il jet lag, è che ho sbagliato, succede. Quindi, lo dico subito: onorevoli deputati, e mi fermo qui; un pensiero caloroso anche ai senatori, che, però, abbiamo già salutato. Ma questo meraviglioso ping-pong del bicameralismo paritario prima o poi terminerà (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico), in termini di appuntamento costante nel giro di due ore. 
Ma i dossier portati all'attenzione del prossimo Consiglio europeo sono molto diversi l'uno dall'altro e affrontano i temi più rilevanti. In particolar modo, possiamo evidenziarne due: il referendum inglese per l'uscita dall'Europa, l'uscita dall'Unione, e, contemporaneamente, la questione migratoria. Non sono gli unici, vorrei essere chiaro, perché, ormai da qualche mese, in tutte le riunioni europee è particolarmente forte il dibattito che si crea sulle questioni di politica economica, sull'idea stessa di Unione europea. Dal nostro punto di vista, vorremmo fare di questo appuntamento l'occasione per una riflessione che porti l'Europa a discutere se ciò che ci lega è soltanto un contratto con delle regole e con delle clausole o è un senso di comunità più ampio, che contenga al proprio interno il valore delle regole, il rispetto delle regole, ma che abbia anche un qualcosa in più, un qualcosa di più profondo. 
Si è aperto il semestre di Presidenza olandese: il Presidente Rutte, con il quale abbiamo avuto occasione di incontrarci all'Aja, ha sottolineato come nel suo disegno il percorso dei sei mesi dovrebbe terminare con un Consiglio, quello di giugno, incentrato profondamente sulle questioni della crescita. Se così fosse, non potremmo che esserne particolarmente soddisfatti per la rilevanza che avrebbe, essendo tradizionalmente proposta italiana e perché verrebbe da una Presidenza a guida olandese, tradizionalmente più ostica su queste tematiche. 
Egli ha, però, evidenziato anche – lo ha fatto in modo molto chiaro e io gliene sono grato – come in tutti i Paesi dell'Unione il sentimento della paura, il sentimento della preoccupazione, corra il rischio di giocare un ruolo da protagonista, non soltanto nel passaggio elettorale che riguarderà anche l'Olanda nel marzo del 2017, ma che, in quelle aree, ha appena riguardato la Danimarca, con una vittoria di misura proprio sui temi dell'immigrazione, e che riguarda, naturalmente, molti altri Paesi, a cominciare – è notizia della stampa, non soltanto dei colloqui bilaterali – dall'Austria, dai nostri vicini sloveni, dai Paesi dell'Est Europa. 
Dunque, la domanda per la quale oggi l'Italia prova a giocare un ruolo nel dibattito europeo è, a mio giudizio, essenzialmente questa: siamo semplicemente un insieme di persone legate da un contratto o abbiamo al nostro interno i valori fondativi di una comunità che a Roma trovarono un'espressione a partire dal 1957, con i Trattati di cui l'anno prossimo ricorderemo il sessantesimo anniversario, innanzitutto in questioni concrete, il carbone e l'acciaio, ma che erano messe assieme perché c'era un disegno strategico ? 
A nessuno interessava banalmente e semplicemente del carbone e dell'acciaio, non era soltanto un fatto economico. 
Il carbone e l'acciaio erano lo strumento attraverso il quale immaginare un percorso: il percorso verso un'Europa federale, verso un'Europa che fosse sempre di più valori e non soltanto parametri, come oggi rischia di essere; che fosse destino e non soltanto vincolo; che fosse idea e non soltanto fondi. Bene, credo che, se questo è il tema in discussione, noi dobbiamo essere molto chiari sui due punti immediati, ma poi aprire una riflessione anche tra di noi. Il primo: il referendum inglese. Può piacere o meno la scelta di un referendum; l'ha fatta il Governo inglese, il Governo inglese l'ha fatta consapevolmente, è una scelta che rischia di dividere l'Europa per la prima volta nella sua storia. 
È una scelta che rischia di far venir meno non soltanto uno dei Paesi dei 28, ma che rischia di far venire meno uno dei Paesi più rilevanti, più significativi, uno dei Paesi più importanti, uno dei Paesi del G7. Personalmente, ritengo che la prima vittima di un'eventuale sconfitta al referendum sarebbe il cittadino inglese. Penso, infatti, che non ci sia chi non veda che il primo sconfitto di un eventuale insuccesso referendario sarebbe il cittadino inglese, l'imprenditore inglese, ma, lasciatemelo dire, una sconfitta in sede di referendum sarebbe una sconfitta per l'intera Europa, perché segnerebbe un punto di svolta. 
Non soltanto ci renderebbe meno forti, da 28 a 27 e senza il Regno Unito, ma, soprattutto, ci vedrebbe interrompere il percorso di allargamento che nel corso degli anni è stato costruito. Sarebbe molto interessante aprire qui una discussione: non è la sede questo Consiglio europeo, non è la sede neanche la Camera dei Deputati, almeno in questa sede di comunicazioni del Presidente del Consiglio, per approfondire questo punto. Continuo a pensare che l'allargamento europeo, però, sia stato un processo perseguito con un eccesso di zelo e che l'Europa a 28 sia troppo o sia troppo poco. 
In particolar modo, l'Europa a 28 corre il rischio di non corrispondere, con i suoi strumenti, ai principi fondativi dell'Unione e, contemporaneamente, lascia un vuoto, che è il vuoto, innanzitutto, dei Paesi dei Balcani. È un fatto importante, e, per me, è anche simbolicamente un fatto storico, che, proprio in questi giorni, nei giorni in cui gli inglesi si accingono a chiudere un accordo per poter andare al compromesso, proprio in questi giorni la Bosnia Erzegovina abbia presentato la domanda formale di adesione per diventare Stato membro, Stato candidato. 
È un fatto importante per chi di noi è diventato grande vedendo le immagini del mercato di Sarajevo, ma anche per chi, amando la storia, sa che quella parte di Europa, quella parte di Balcani, è stata storicamente un esempio di convivenza multireligiosa; talvolta una convivenza complicata, talvolta, come nel caso della prima guerra mondiale, proprio Sarajevo fu l'epicentro del dramma, la scintilla che fece partire quel conflitto, quella cruenta strage, la più grande strage di morti mai avuta nel corso della storia. E, tuttavia, la Bosnia Erzegovina, che propone l'ingresso all'interno della Comunità – mi piace chiamarla così –, dell'Unione europea, ma mi piace chiamarla Comunità, per i motivi che ho appena esposto e che andrò a sviluppare nel corso dell'intervento, la Bosnia Erzegovina, che chiede l'ingresso nella Comunità, è un enorme e straordinario fatto, anche di valore simbolico. 
Non possiamo negare i problemi che attualmente la Bosnia Erzegovina presenta, né possiamo negare il fatto che Paesi come l'Albania o la Serbia abbiano assoluta necessità di implementare il proprio percorso di avvicinamento all'Unione europea, ma quello che suonerebbe particolarmente stridente è che, in questa fase di allargamento, un Paese, il Regno Unito, fosse messo nelle condizioni di lasciare la comune appartenenza. Dunque, il Governo inglese ha scelto la carta del referendum: è un rischio, qualcuno lo definisce un azzardo. Penso che non ci si possa permettere di giudicare un Governo che sceglie di fare un referendum su un tema qualificante, su un tema significativo, su un tema decisivo; del resto, anche noi avremo in quest'anno un passaggio simile, ma pensiamo che le prossime ore debbano essere cruciali e decisive per raggiungere un buon compromesso. 
A nostro avviso il compromesso non può ridimensionare il ruolo dell'euro, sarebbe un segnale pessimo per i mercati e per la filosofia stessa della moneta unica, non può violare la filosofia di fondo dell'Unione, al di là delle formule, per un'Europa sempre più unita, sempre più integrata, c’è un dato di fatto che il cammino dell'Unione deve andare in quella direzione, e non può neanche mettere in discussione i diritti sociali dei cittadini che non appartengono a quel Paese, ma tuttavia si può trovare, questa è la nostra opinione e questo il nostro auspicio, un'intesa nell'interesse di tutte le parti che stanno al tavolo. La posizione del Governo italiano è che, a questo punto, per come si sono messe le cose, prima si fa il referendum e meglio è, che quindi vanno colte tutte le occasioni nella discussione di domani (sia domani nel pomeriggio, che domani dopo cena) per arrivare al punto di accordo. Il Ministro degli esteri, che qui oggi è in Aula, ha scritto con il suo collega inglese un documento che va nella direzione di rafforzare il nostro dialogo, partendo probabilmente dalle posizioni antitetiche che ci sono all'interno della discussione europea. Ci sono dei punti su cui possiamo essere particolarmente d'accordo, come la semplificazione digitale che può ridurre il peso della burocrazia, come la semplificazione debba trovare casa e residenza anche a Bruxelles, cosa che non sempre accade. C’è un certo eccesso da parte della Commissione in alcuni settori, a mio giudizio. C’è un eccesso di interventismo in alcuni settori, ma trovo che sul punto inglese noi saremo nelle condizioni di fare un buon servizio all'Unione europea se raggiungeremo un compromesso che consentirà a David Cameron di presentarsi al referendum ragionevolmente nel mese di giugno e, io auspico, di poter vincere questo passaggio tutt'altro che scontato. 
Vi è un secondo elemento che è iscritto all'ordine del giorno, segnatamente all'ora di cena, che è quello dell'immigrazione. Sembrano lontani i tempi in cui i nostri colleghi in Europa impedivano ogni discussione sull'immigrazione, anzi consideravano pretestuose le richieste che venivano in particolar modo da parte italiana di poter affrontare a un tavolo comune e condiviso un fenomeno migratorio che allora sembrava riguardare soltanto l'Italia, ma che era molto più grande di come i media europei riuscivano a rappresentarlo. Soltanto negli ultimi dieci mesi, dal terribile evento nel Mediterraneo in poi, dal terribile evento di aprile in poi, si è creato un clima, a partire dalla richiesta di un Consiglio straordinario che noi abbiamo avanzato proprio in quella sede, di diversa sensibilità, che non significa assunzione di responsabilità. È stato un percorso complicato che procede ancora oggi e che paradossalmente va avanti in modo disallineato. Molti dei principali leader sui temi dell'immigrazione sembrano avanzare con una linea da zig-zag, piuttosto che con una linea unitaria e chiara. Noi siamo tra quelli che possono dire, nel bene e nel male, il dibattito di questa Aula, il dibattito della Camera dei deputati, più volte ha evidenziato le diverse posizioni, che però noi non abbiamo mai cambiato idea. Per noi c’è un punto centrale nella questione immigrazione e cioè che si tratta di un fenomeno di portata epocale. Di conseguenza, non può essere un singolo Paese a risolverlo da solo e quindi quel principio che stava dietro il Regolamento di Dublino, che continua formalmente ad essere in vigore, è un principio sbagliato; è un principio che non funziona. Si possono avere tutte le ideologie di questo mondo, ma quella realtà è più forte dell'ideologia, quel sistema non funziona e, siccome il sistema di Dublino non funziona, bisogna avere la consapevolezza di una strategia che non può essere quella semplicemente di donare un obolo a qualche Governo per cercare di risolvere il problema. Non è pagando un tot, un contributo a un singolo Stato, che risolveremo le questioni. Non si risolve la crisi di Aleppo senza che la vicenda siriana trovi finalmente almeno una sua tregua. Non si risolve la questione dell'immigrazione, se non si affronta nella sua complessità, dal Libano, dalla Giordania, non soltanto dalla Siria, se non si mette al centro la questione balcanica che sarà la questione del 2016 molto più che tutto il resto e se non si affronta finalmente la questione africana con uno sguardo strategico ampio e onnicomprensivo. Certo, tutti gli sforzi per portare finalmente al Governo libico, che hanno segnato un ulteriore passo in avanti in questa settimana, sono da incoraggiare, ancorché nessuno di questi appare risolutivo. 
Ma quand'anche noi arrivassimo ad avere la stabilità in Libia (obiettivo che non pare propriamente a portata di mano, noi ci stiamo lavorando perché si possa raggiungerlo e consideriamo un fatto davvero importante che il Governo si sia formato nuovamente), quand'anche si raggiungesse quel tipo di stabilità, o l'Europa affronta la questione africana con uno sguardo diverso da quello che la caratterizzava fino ad oggi, oppure dove pensiamo di andare a parare ? L'Italia negli ultimi diciotto mesi ha fatto tre missioni, a partire dal Presidente del Consiglio nell'Africa subsahariana, segnando un'inversione di tendenza evidente rispetto al passato e vi garantisco che dal Ghana, al Senegal, fino al Corno d'Africa, tutti i leader, tutti i vostri colleghi parlamentari, sono in prima fila nel chiedere che finalmente ci sia una strategia degna di questo nome, perché si torni a investire sull'agroalimentare in quelle terre così ricche di ogni bene, perché si torni a fare degli investimenti di cooperazione internazionale degni di questo nome, perché ci siano dei progetti di medio periodo che portino l'Africa ad essere finalmente se stessa, cioè un Paese capace di crescere, perché l'Africa sarà questo nei prossimi vent'anni. Ma se questo tipo di sforzo è lasciato soltanto alla buona volontà di alcuni Stati membri, tra cui il nostro, non riuscirà mai a esprimere la totalità della propria potenza e della propria forza, ecco perché noi diciamo ai nostri partner dell'Unione europea che se vogliamo affrontare la questione migrazione, il punto non è inseguire l'ultimo sondaggio, perché inseguendo l'ultimo sondaggio perdi comunque. Il punto è avere uno sguardo un pochino più ampio, che parta ovviamente dallo sforzo diplomatico, e laddove necessario dallo sforzo militare, che abbia la forza di tornare a investire sulla cooperazione internazionale, e lasciatemi una volta di più ringraziare questa legislatura, questa Camera dei deputati e il Senato per aver votato in questa legislatura una nuova legge sulla cooperazione internazionale che restituisce un protagonismo che si era smarrito negli ultimi anni al nostro Paese (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico), affinché, una volta che si è affrontata la questione diplomatica militare e di cooperazione internazionale, ci siano delle regole uguali per tutti. Per me, e finisco su questo punto, sarà cruciale nel 2016 ribadire ciò che noi abbiamo scritto sulla pietra e che abbiamo scritto anche nei nostri provvedimenti: chi non ha diritto ad essere accolto in Italia e in Europa deve essere – io dico a livello europeo – rimpatriato. Dico a livello europeo perché l'Italia è il Paese che ha fatto più rimpatri di tutti all'interno dei ventotto Stati membri, ma questi rimpatri non sono così significativi come potrebbero essere se vi fossero degli accordi fatti direttamente dall'Unione europea, con non soltanto un obbligo di rimpatrio, ma anche una prospettiva di cooperazione internazionale perché quelle persone possano costruire un proprio futuro. E accanto a questo, chi ha diritto all'accoglienza non può essere trattato in ventotto modi diversi, perché se tu tratti in ventotto modi diversi, confermi una volta di più che marciamo divisi per colpire divisi. Su questo bisogna però anche avere la chiarezza del buonsenso. I nostri sindaci ci hanno scritto in questi mesi e ci hanno detto «io li prendo i richiedenti asilo, io mi impegno in questo senso, ma tu non puoi permettere che nel mezzo della piazza del paese essi stiano dalla mattina alla sera a passare il tempo senza fare niente, tra una sigaretta e una puntata al bar, senza che vi sia un percorso, un progetto, un orizzonte da offrire loro». Allora, da questo punto di vista, ci rendiamo conto che c’è una grande questione esistenziale, ontologica, da mettere in atto, e da applicare nella fase che stiamo vivendo, ed è quella di un approccio diverso alla persona umana in quanto tale, ma contemporaneamente che sappia coinvolgere i cittadini a cui tu devi dire, puoi dire, hai diritto di dire, che è giusto accogliere, perché questo sta scritto nelle regole della nostra tradizione. 
Ma contemporaneamente vedi che questa accoglienza non è semplicemente un modo di accogliere senza alcun tipo di vincolo, senza alcun tipo di regola. Perché questo possa finalmente trovare una sua attuazione, diciamo la verità, l'Italia ha due alternative: se considera l'Europa un contratto, facciamo l'elenco degli hotspot, facciamo l'elenco dei rimpatri, diciamo tutte le determine e le delibere, le iniziative che abbiamo preso, i regolamenti, ma manchiamo rispetto alla nostra responsabilità storica; se siamo una comunità e non soltanto un contratto, allora c’è bisogno di rendersi conto che ci troviamo di fronte a un fenomeno di immigrazione che ha una potenza potenzialmente devastante e che deve essere inserito in un ragionamento più ampio. Perché scelgono l'Europa, queste donne e questi uomini ? Non soltanto, in alcuni casi, perché è più vicina – perché in alcuni casi non è neanche più vicina – ma perché è il continente che nella storia degli ultimi anni ha dimostrato di essere il più innovativo, il più forte, il più valoriale. È ancora così ? Se restiamo ad essere soltanto un contratto, no. Se immaginiamo che l'Europa sia soltanto un contratto, diciamo la verità, questo elemento si perde; se invece pensiamo che l'Europa debba essere comunità, allora la risposta al referendum inglese come alla questione dell'immigrazione è l'idea di un'Europa che sappia stare attenta non soltanto ai conti ma costruisca ponti, che non stia attenta soltanto ai decimali ma che abbia nel proprio DNA gli ideali, che sia in condizione finalmente di avere una visione e non soltanto una divisione al proprio interno. Questo tipo di Europa nasce se l'Italia ne è protagonista, e quando l'Italia porta la propria voce in queste discussioni soltanto chi è pregiudizialmente ostile può pensare che lo faccia per la richiesta di uno 0,1 in più o in meno sul proprio deficit o sul proprio debito.
Soltanto chi pensa oggi che noi siamo impegnati in una battaglia di retroguardia può non rendersi conto di quanto bisogno ci sia di un'Italia protagonista in questo settore. Però – e per me questo è un punto chiave, ne ho anche discusso oggi al Senato in sede di replica con un autorevole predecessore –, il punto centrale per me è il racconto che noi stessi facciamo di noi e che tipo di messaggio vogliamo immaginare per l'Italia, perché quando devo leggere che se diciamo nelle riunioni di Consiglio europeo ciò che nel corso del decennio precedente veniva soltanto sussurrato nei corridoi o magari scritto in brillanti libri, e lo diciamo dentro le riunioni del Consiglio europeo per cambiare la posizione del Consiglio europeo, per far sentire la voce dell'Italia al Consiglio europeo, quando tutto ciò viene considerato lesa maestà, siamo in presenza di un inghippo che è tutto italiano, che è solo italiano. Tutti i Paesi, quando vanno a Bruxelles, non hanno la sindrome del «Bruxelles lo vuole»; vanno a Bruxelles e vanno a portare il giusto compromesso tra gli interessi del Paese e l'ideale che offrono all'Europa. Noi abbiamo un ideale per il futuro dell'Europa, che si concretizza nel progetto che economicamente ha presentato il Ministro Padoan, che si concretizza nelle discussioni che i vari Ministri, a partire ovviamente dagli affari esteri, pongono ai propri colleghi, che si concretizza in dei sogni. Sono dei sogni, sì ! Il Servizio civile europeo per me ha un grandissimo valore ! L'idea di Ventotene come luogo non della memoria soltanto ma come grande foresteria del Mediterraneo per i giovani stranieri dell'Europa e quindi non stranieri, quindi con cittadini del mondo, che possa, dal 2017 (centenario della nascita di Spinelli), essere un luogo di accoglienza e di formazione per le nuove generazioni europee è un grande sogno (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico, Sinistra Italiana-Sinistra Ecologia Libertà e Scelta Civica per l'Italia) ! 
L'idea delle primarie perché i partiti europei non siano espressioni di tecnocrazie ma vedano i propri candidati scelti dalla gente e dalle persone è un grande sogno. Sì, noi abbiamo dei contributi da portare a questo dibattito, ma lo facciamo partendo dal presupposto che l'Italia ha sofferto di una subalternità e di una sudditanza psicologica per cui per anni si è pensato, talvolta anche per responsabilità della politica, anche nostra, di utilizzare le considerazioni fatte a Bruxelles in chiave interna e di considerare Bruxelles come il luogo dal quale prendere una serie di indicazioni e non nel quale portare e offrire una speranza e una condivisione. 
Questo non riguarda solo la politica, riguarda quei commentatori, quegli editorialisti, quella classe dirigente che è stata zitta quando tutta Europa salvava le banche e l'Italia no, che è stata zitta quando la parola «crescita» è stata cancellata dal vocabolario per un decennio e il Patto era solo un Patto di stabilità (c’è voluto il semestre europeo per tornare a dire che il Patto aveva un nome «di stabilità» è un cognome «di stabilità e di crescita» (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico), che è stata zitta di fronte a quel passaggio storico per cui il Parlamento ha votato, probabilmente per motivi contingenti, delle regole fiscali di straordinaria durezza che prendono il nome di fiscal compact, che sono regole talmente devastanti che nessun Paese può permettersi di rispettare senza correre il rischio di uccidere l'economia. La flessibilità che noi abbiamo ottenuto con il semestre europeo non è semplicemente una richiesta italiana per mettere in ordine i nostri conti. Delle regole messe in atto nel 2012, per alcuni aspetti assolutamente lontane dalla realtà, non sono le uniche di quel periodo, perché stiamo vedendo – e lo vediamo per le banche tedesche, più che per quelle italiane – che anche certe regole bancarie allora immaginate non funzionano come dovrebbero, ma noi le rispettiamo, vedremo se questo processo porterà a cambiare. Il punto è che la flessibilità, di conseguenza, non è per noi una richiesta, è la constatazione che è l'unico modo per poter affrontare la realtà. Lo dico partendo – perché è stato argomento di discussione anche molto accesa – da un'analisi oggettiva: negli ultimi otto anni la politica economica americana ha funzionato e quella europea no; la disoccupazione in un caso è andata giù e in un caso è andata su; la crescita in un caso ha raggiunto percentuali straordinarie, in un altro ha visto soltanto qualche Paese beneficiare delle regole europee. Quindi, detto questo, prima di ragionare di un superministro dell'economia, decidiamo qual è la direzione dell'economia e poi ragioniamo se fare il superministro o no. Quello che per noi è cruciale in questo momento è che l'Italia non viva il proprio contributo all'Unione europea come un disturbo al manovratore, come un fastidioso rumore di fondo di qualcuno che chiede spazio per sé o per gli altri. Il nostro Governo è il Governo che negli ultimi dieci anni ha toccato il deficit più basso della storia degli ultimi dieci anni. Noi diciamo che è il 2,4 nel 2016, era il 2,6 nel 2015; per l'Unione europea sarà 2,5 nel 2016, in ogni caso è il più basso a partire dal 2007. Quando mi viene detto, come è stato detto in Senato, che noi stiamo invitando a non rispettare le regole ho sottolineando come noi abbiamo 91 procedure di infrazione aperte, erano più di cento con i Governi presunti europeisti del passato. Quando mi viene detto che noi abbiamo invitato a non rispettare le regole, vorrei segnalarvi molto banalmente che la Francia sta intorno al 4 per cento del deficit, che la Spagna sta, negli ultimi tre anni, tra il 5 e il 6 per cento sul deficit e che il Regno Unito, per finanziare l'abbassamento di tasse – altro che spending, che è stata a un livello più basso di quella fatta dall'Italia; numeri alla mano si può verificare – ha fatto l'abbassamento di tasse semplicemente portando il deficit al 5 per cento. Perché noi non lo facciamo ? Uno, perché rispettiamo le regole; due, perché non ce lo possiamo permettere, non perché abbiamo una visione tecnocratica delle regole, come vorrebbe qualcuno che considera gli italiani un popolo che ha bisogno di un maestro dall'esterno che dice che cosa fare e che poi dà bacchettate sulle dita se non lo fa, ma perché pensiamo che girare la curva del debito sia una priorità per i nostri figli, non per i nostri partner. Io lo faccio per i nipoti che verranno, non per la Merkel o per Hollande, perché considero la diminuzione della curva del debito rispetto al PIL un valore. Ma devo anche considerare, allo stesso modo, che se noi non ripartiamo con la crescita non ci sarà alcuna possibilità di rimettere in piedi un sistema come quello europeo. Allora, i punti di cui abbiamo discusso riportano tutti a un unico elemento chiave: l'Europa è un contratto ? Se è un contratto, sediamoci, perché il negoziatore ha alcuni punti da chiarire; se è soltanto un contratto, noi portiamo con attenzione puntuale e tenace ciascuna delle nostre considerazioni all'attenzione dei nostri interlocutori. 
Ma non pensiamo che sia un contratto. Noi pensiamo che l'Europa sia innanzitutto una strepitosa occasione; è una gigantesca comunità. E se l'Italia non alza la voce, perché noi non alziamo la voce, e porta il proprio contributo in Europa, lo fa perché in questi due anni ha fatto un percorso di riforme che nessun Paese ha fatto in un arco di tempo così ristretto. 
Vorrei che tutti quelli che continuano a parlare di: «0 virgola», ricordassero che i 764.000 contratti di lavoro a tempo indeterminato in più siglati nel 2015, non solo... (Commenti dei deputati del gruppo Forza Italia – Il Popolo della Libertà – Berlusconi Presidente)... pensavo ci fosse entusiasmo per delle donne e degli uomini che trovano un posto di lavoro dopo decenni di precariato (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico e Scelta Civica per l'Italia), pensavo che ci fosse entusiasmo per donne e uomini che possono prendersi un mutuo, che possono fare un figlio, che possono considerare il futuro come un'opportunità e non soltanto come un problema (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico e Scelta Civica per l'Italia). Ma sui 764.000 posti di lavoro, la cosa più divertente son quelli che dicono: va bene, ma erano precari, sono soltanto trasformazioni. Vorrei vederli i volti di 764.000 precari che finalmente hanno un posto di lavoro a tempo indeterminato. Ammettiamo che i 764.000 posti di lavoro siano frutto del caso che, improvvisamente benevolo, guarda al nostro Paese. Ammettiamo che la riforma istituzionale ed elettorale che è stata fatta dia una stabilità che è soltanto casuale proprio nel momento in cui la Spagna, che all'inizio di questa legislatura era considerata il modello, è in una fase di impasse. Ammettiamo che la riduzione delle tasse, sulla quale la discussione è sempre la solita: 80 euro o non 80 euro, IMU no, TASI no, IMU agricola, però c’è l'IRAP, il costo del lavoro, però è un errore fare il super ammortamento... E il dato di fatto è che finalmente le tasse vanno giù (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico e Scelta Civica per l'Italia), con il livello di deficit più basso della storia – degli ultimi dieci anni, non della storia –; a fronte di questo, il dato di fatto è che l'Europa deve riconoscere che l'Italia vuole stare nella discussione continentale non come quella che va a Bruxelles a farsi dettare gli ordini o a scrivere le cose che deve fare a casa, ma con la consapevolezza e l'orgoglio di essere un grande Paese fondatore, un Paese contributore dell'Unione, che mette sul tavolo più soldi di quelli che recupera e noi non saremo mai nella logica di Margaret Thatcher: «voglio indietro i miei soldi». Noi mettiamo volentieri questi soldi (Commenti dei deputati del gruppo Lega Nord e Autonomie-Lega dei Popoli-Noi con Salvini), ma vogliamo indietro ideali, passione, energia, entusiasmo per l'Unione europea, quello che purtroppo in questi ultimi mesi non si è visto. E allora «Brexit», e allora immigrazione, e allora disegno politico europeo economico... Vorrei soltanto che quando si parla di Europa, chi rappresenta il Parlamento italiano accompagnasse gli sforzi delle varie delegazioni che vanno a Bruxelles non con lo spirito delle rivincite interne – lo dico pensando al passato anche alla mia parte politica, perché l'onestà intellettuale non mi manca – ma lo facesse con la consapevolezza che ciò a cui noi siamo chiamati oggi è un ruolo storico, perché se fallisce l'Europa e l'Europa rimane soltanto un contratto, non sarà l'Italia a perdere, ma sarà il disegno di un mondo più giusto e più libero(Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico). E allora andiamo in Europa a testa alta senza sudditanze psicologiche e senza polemiche di cortile che non servono a niente.