Data: 
Mercoledì, 17 Febbraio, 2016
Nome: 
Michele Bordo

Signora Presidente, signor Presidente del Consiglio, colleghi, la discussione di oggi è importante, anche perché si svolge in un momento difficile per l'Europa. In questi anni abbiamo fatto i conti con una crisi devastante, con la concorrenza delle cosiddette economie emergenti, a partire dalla Cina, con la destabilizzazione con la destabilizzazione di molti Paesi prossimi all'Europa, che in alcuni casi hanno prodotto guerre civili, che hanno determinato una recrudescenza del terrorismo internazionale e l'esplosione del fenomeno dell'immigrazione. La risposta a queste emergenze non doveva essere affidata ai singoli Stati. Sarebbe stata necessaria una reazione dell'Europa che al contrario è stata lenta e talvolta inesistente o non all'altezza. Dobbiamo agire in fretta, intanto per uscire da questa lunga e pesante crisi economica. E la via è quella che noi abbiamo indicato, visto che quella scelta, in questi anni, basata essenzialmente sulla stabilità finanziaria e il rigore ha prodotto recessione, nuove povertà e crescita e delle diseguaglianze. L'Europa ha accumulato ritardi enormi, è mancata una vera politica di sostegno alla domanda. La competitività dell'Europa è stata interamente affidata alle esportazioni e agli interventi per stimolare l'offerta e come abbiamo visto i risultati non sono stati molto positivi. 
C’è allora la necessità di rivedere la strategia. A questo proposito mi convince quanto da lei scritto, signor Presidente, nella lettera a Repubblica e anche quanto da lei detto poc'anzi circa l'invito fatto all'Unione a dedicarsi più alle politiche per la crescita che non a discussioni sull'opportunità di istituire nuovi ministri. Credo infatti che oggi il rischio maggiore per l'Europa, come per i singoli Stati membri, sia quello di dover a breve interrogarsi su come mantenere e far funzionare una democrazia senza crescita. La crisi economica ci ha dimostrato come la mancanza di misure efficaci per rilanciare l'economia alimenti inevitabilmente i populismi, i nazionalismi, l'antieuropeismo. Se l'Europa non riprende innanzitutto a crescere, ad essere posta in discussione sarà non soltanto l'integrazione europea, ma forse il concetto stesso di democrazia come l'abbiamo sinora, nelle sue tante varianti, conosciuta. 
Quando il nostro Governo afferma che la priorità vera è procedere verso una unione politica e che la priorità per procedere verso un'unione politica è la crescita, non significa allora che vogliamo ostacolare una maggiore condivisione di sovranità, ma soltanto che intendiamo chiarire cos’è per noi il concetto di «più Europa». Più Europa per quanto ci riguarda vuol dire istituzioni federali capaci di sviluppare politiche per la crescita e l'occupazione comuni, maggiore attenzione alla convergenza delle politiche fiscali e degli standard sociali, dare senso al concetto di cittadinanza europea quale fonte di valori e diritti condivisi. La Commissione europea era partita con l'intenzione di concentrarsi su alcuni grandi temi: il Piano Junker, l'unione per l'energia, il completamento dell'unione bancaria, la lotta per l'ambiente, l'agenda sulla migrazione. Il problema è che dopo la fase iniziale la Commissione ha perso, per le resistenze di alcuni Stati, larga parte della sua capacità propositiva. Si è così registrato un rallentamento nell'attuazione delle priorità che erano state individuate e una mancata conferma di impegni già assunti. Né si possono sottovalutare, come si è detto, gli atteggiamenti contraddittori della Commissione su alcune altre questioni dalla realizzazione di alcuni progetti sull'energia in partenariato con la Russia agli interventi degli Stati membri a sostegno dei rispettivi sistemi creditizi. 
Bene dunque ha fatto il Governo italiano a segnalare con fermezza i difetti e le incoerenze di talune scelte. Non si tratta di battere i pugni sul tavolo, ma di far valere le proprie giuste ragioni al pari di quelle degli altri partner. La gestione dei flussi migratori è esemplare delle incertezze di questi mesi. È pressoché inattuato il programma di ricollocazione degli immigrati, è bloccato il progetto di aggiornamento del Regolamento di Dublino. Il principio della solidarietà nelle politiche migratorie e di asilo affermato nei trattati e contenuto nell'agenda sulla migrazione è rimasto lettera morta. L'unica preoccupazione di alcuni sembra essere quella di bloccare l'arrivo dei migranti nei Paesi del nord Europa. 
Prevalgono ancora gli interessi dei singoli Stati, specie di quelli più forti, sui bisogni e le esigenze di tutti: ma così l'Europa rischia di non andare molto lontano. 
L'Italia ha dovuto attendere a lungo e profondere sforzi organizzativi ed economici enormi prima che l'Unione europea si assumesse la responsabilità di un controllo delle frontiere marittime del Mediterraneo centrale. Anche per queste ragioni il Consiglio di domani non potrà limitarsi a richiamare la Grecia al puntuale adempimento degli impegni sul riconoscimento dei migranti ed il controllo delle frontiere esterne, ma dovrà ribadire che la gestione di questa emergenza non può non basarsi su una politica comune e su responsabilità condivise da parte di tutta l'Europa. 
C’è poi un altro tema all'ordine del giorno del Consiglio europeo: il negoziato con il Regno Unito per garantire la sua permanenza in Europa. L'Italia è assolutamente convinta della necessità che il Regno Unito non esca dall'Unione Europea: è un partner fondamentale, siamo d'accordo sulla necessità di riformare l'Unione europea per semplificarne il funzionamento, le procedure, le regole, condividiamo la necessità di un'azione più decisa per favorire la competitività dell'economia e una maggiore occupazione. Apprezziamo quindi lo sforzo compiuto dei negoziati per evitare la fuoriuscita della Gran Bretagna dall'Europa, anche perché alcune delle questioni poste le condividiamo. E pur tuttavia, non può non destare qualche preoccupazione la previsione della facoltà che per esempio sarebbe riconosciuta non solo al Regno Unito, ma a tutti gli Stati membri, di limitare la libera circolazione delle persone all'interno dell'Unione e di sospendere ai cittadini europei in alcuni casi l'accesso alle prestazioni sociali: si corre il rischio di prefigurare un cambiamento profondo nelle politiche finora adottate dall'Unione europea. Questo è dunque – e concludo, Presidente – uno dei temi del negoziato con Londra da affrontare con maggiore prudenza. 
I temi allora del prossimo Consiglio sono di estrema importanza, e le decisioni che saranno adottate potrebbero costituire un punto di svolta per il futuro dell'Europa. Sono certo che il Governo italiano saprà far valere con forza e convinzione le sue ragioni, in modo da contribuire al rilancio dell'Unione superando egoismi e contrapposizioni.