Presidente, il dibattito di oggi riflette quello che si tiene ormai da alcune settimane sulla posizione dell'Italia nei confronti dell'Unione europea. Essa è stata analizzata da qualcuno come una posizione che non difende né l'interesse italiano, perché troppo conflittuale e quindi isolata, né aiuta la progressione del cammino di integrazione europeo. Vi è poi chi considera, in modo completamente opposto, la posizione del Governo come troppo europeista: sono quelle forze politiche che fanno di una confusa difesa della sovranità nazionale il proprio programma, sperando così di raccogliere consenso approfittando delle difficoltà di questo momento storico.
Va chiarita una cosa, come risposta a queste posizioni: l'interesse nazionale italiano non è in contrasto con l'interesse comune europeo.
I due viaggiano affiancati, incapaci di essere concepiti isolatamente: non esiste la possibilità di difendere l'interesse nazionale italiano al di fuori del perimetro rappresentato dall'interesse comune europeo, e non è immaginabile un'Europa che faccia a meno del contributo politico e finanziario del nostro Paese. È giusto dunque il proposito di questo Governo di influire con dinamismo e determinazione sul processo decisionale europeo: è bene che l'Italia abbia oggi un Governo libero e liberato da ogni complesso, capace di far luce, dopo gli anni bui dei Governi di destra, per proiettare l'Italia sulla scena europea e internazionale.
Questa è un'Italia ambiziosa, che si offre una visione di lungo periodo per l'Europa, l'euro e gli europei. Questa visione si concretizza in tre aggettivi: Europa unita, Europa solida, Europa solidale. Quello dell'Europa unita, della comunità di cui diceva il Presidente del Consiglio, è un progetto che abbiamo realizzato all'inizio degli anni Novanta, proprio per rispondere alle sfide economiche e politiche che la realtà globale ci imponeva: vent'anni dopo, a fronte di sfide ancora più difficili, non si possono fare passi indietro. Per questo dobbiamo fare di tutto per impedire pericolosissimi precedenti come l'uscita dall'Unione di un grande Paese come la Gran Bretagna. Il motto della casa europea è «uniti nelle diversità»: un proposito ambizioso, che richiede la costante ricerca di un difficile equilibrio. La soluzione, però, non può essere l'adozione di misure in favore di un Paese solo: serve un punto di equilibrio che travalichi i meri interessi britannici e che, senza emendare i Trattati, consenta di interpretarli lasciando la libertà ad ogni Stato membro di aderire ai livelli più avanzati di integrazione. Il Governo italiano sta molto contribuendo alla ricerca e alla definizione di questo punto di equilibrio. La difesa dell'unità europea non passa soltanto per lo sforzo di evitare la Brexit: c’è un altro spettro che si agita sul continente, e che rischia di minare una conquista fondamentale dell'Unione, Schengen. È molto semplice: un'Unione che ripropone al suo interno i confini non è un'Unione. Per questo va rifiutata con determinazione ogni iniziativa solitaria, e va contrastata ogni proposta di un ritorno alle frontiere interne: se non lo facciamo, mettiamo a rischio non solo l'unità del continente, ma anche i vantaggi del mercato interno e soprattutto il valore fondamentale della solidarietà, sia all'interno dell'Europa, tra gli Stati membri, che nelle relazioni esterne, verso i Paesi che stanno vivendo la più grande crisi umanitaria degli ultimi sessant'anni.
Nessun Paese da solo, oggi, può pensare di affrontare in modo completo e con la possibilità di un risultato le grandi questioni di politica estera, dalla fine del conflitto sanguinoso in Siria alla vicenda libica, alla fragilità degli Stati africani; e questo vale in particolare per gli Stati più piccoli, che ancora più degli altri possono trarre beneficio da un'Unione dotata degli strumenti per difendere i propri confini esterni e capaci di incidere nella soluzione delle crisi internazionali. Occorre quindi assicurare all'Alto Rappresentante Federica Mogherini un mandato forte e chiaro.
Concludo richiamando il terzo aggettivo che ho menzionato: quello di un'Europa solida. Esso è al contempo un punto di partenza e un punto di arrivo per l'Unione. Non mancano purtroppo le spinte per indebolire alcune delle conquiste di questi anni; l'Italia sta invece lavorando nella direzione opposta: lavoriamo per il rilancio dell'Unione, per un rinnovamento radicale del suo modo di agire e per lo sviluppo di un'Unione di politiche e investimenti per la quale sono indispensabili nuovi strumenti, come un vero e proprio sistema di risorse proprie del bilancio comunitario e titoli europei a sostegno di investimenti. Chiedere quindi più presenza dell'Europa, chiedere agli Stati membri e alla Commissione di fare di più, di muoversi in modo più coordinato, di abbandonare una visione burocratica, di adottare una visione strategica, non è fare un attacco all'Europa, ma è dire che abbiamo bisogno di più Europa, di più coordinamento, di maggiori strumenti messi in comune, di una discussione più estesa, anche aspra, ma che arrivi a delle conclusioni. I compromessi al ribasso non rispettati sono rischiosi, perché non danno le risposte di cui abbiamo bisogno e minano il futuro dell'Europa: per questo il Governo italiano e il Ministro Gentiloni hanno lanciato un'iniziativa, quella dei sei Paesi fondatori, che recupera lo spirito del passato per guardare al futuro dell'Europa.
Dall'Europa discende il nostro futuro: di questa convinzione il centro-sinistra ha opportunamente fatto un tratto della sua identità più profonda, e il Governo italiano sta cercando di evolversi rispetto alle sfide attuali del processo di integrazione europea.
Data:
Mercoledì, 17 Febbraio, 2016
Nome:
Lia Quartapelle Procopio