Dichiarazione di voto
Data: 
Mercoledì, 16 Marzo, 2016
Nome: 
Matteo Mauri

Signor Presidente, onorevoli colleghe e onorevoli colleghi, rappresentanti del Governo, nel Consiglio europeo dei prossimi giorni si affronteranno i temi più spinosi, più difficili, ma a cui bisogna dare risposte rapide e convincenti. E l'allarme, che anche oggi il Presidente Renzi ha voluto lanciare, di un'Europa che decide, ma che poi non dà seguito alle decisioni prese è ancora più preoccupante, se pensiamo: che sul tavolo ci saranno grandi questioni epocali, come il tema dei flussi migratori, il traffico di esseri umani e le modalità di gestione dei rifugiati, a partire dalla revisione degli accordi di Dublino; che ci saranno questioni che sono parte dei principi fondanti dell'Unione, come il ripristino del normale funzionamento di Schengen; e che ci saranno questioni relative al futuro dell'Unione dal punto di vista economico, occupazionale e finanziario, o, per dire in altro modo, sulla capacità della nostra Europa di crescere insieme, di creare posti di lavoro, di essere protagonista dell'innovazione. 
L'Europa – e con lei tutti noi – è sottoposta in questi anni difficili a una doppia dura prova: da un lato, la prolungata crisi economica internazionale, che ha messo i suoi Stati membri e i suoi cittadini in grande difficoltà, e, dall'altro, la pressione data dall'immigrazione. C’è chi, di fronte a queste difficoltà oggettive, vorrebbe riportare le lancette indietro, c’è chi pensa che abolire la libera circolazione delle persone, abolire Schengen e costruire muri, o abolire l'euro per tornare alle vecchie monete nazionali, sia la facile soluzione. Ma se ci sono due cose che hanno rappresentato il vero salto di qualità tra il prima e il dopo, se ci sono due cose che sono entrate sottopelle ai cittadini italiani ed europei fin da subito, sono state – guardate – proprio l'idea di avere in tasca una moneta comune e, con quella, poter andare liberamente in giro per l'Europa, attraversando confini immaginari, senza più sbarre, senza più frontiere, senza essere considerati, da europei, degli intrusi da guardare con sospetto. Non sono certamente cose sufficienti, ma come si può immaginare di dire ’abbiamo scherzato’ su due cose come queste, che sono ormai la normalità per tutti noi e sono l'unico vero universo conosciuto per diverse generazioni di giovanissimi europei, per i nostri figli ? 
Ma chiediamoci, anche ascoltando il dibattito di oggi, a volte in alcuni passaggi surreale: che ne sarebbe stato di noi se, proprio in questi anni difficili, non ci fosse stata l'Europa ? Di fronte alla competizione globale e ai grandi stravolgimenti planetari, davanti al mondo che verrà, noi saremmo stati spazzati via dal panorama internazionale, saremmo tornati a essere una mera espressione geografica: è questo che vogliamo ? È questo che vogliamo per noi e per le prossime generazioni ? Qualcuno può veramente pensare che ce la saremmo cavata, svalutando sempre di più la nostra liretta o accumulando ancora più debito pubblico di quanto non abbiamo fatto, irresponsabilmente, negli scorsi decenni ? Beh, chi lo dice, non sa di cosa parla o fa finta di non saperlo, per avere solo qualche argomento da sventolare in qualche dibattito televisivo.  E allora, non è uno slogan dire che ’non serve meno Europa, ma serve più Europa’, è semplicemente la realtà dei fatti. Certo, un'Europa migliore, ma più Europa: un'Europa che non sia cieca davanti ai bisogni e alle ambizioni dei Paesi che l'hanno fortemente voluta e che ne fanno parte; un'Europa che affronti, unita, i rischi e che li condivida, non lasciando qualcuno ad affrontarli da solo, da quelli finanziari a quelli economici, da quelli che inevitabilmente portano con sé le grandi diseguaglianze mondiali, a quelli legati all'esodo dei profughi; un'Europa che metta in comune la forza e le opportunità che ognuno dei suoi partner può mettere a disposizione dell'interesse collettivo. 
Condividere i rischi e condividere le opportunità: questa è la ricetta dell'Europa che vogliamo: un'Europa che, di fronte all'emergenza del terrorismo internazionale, si dia una strategia comune di contrasto, dentro e fuori i propri confini. E questo, guardate, vale ancora di più oggi, che abbiamo negli occhi le scene di guerriglia urbana di ieri per le strade di Bruxelles, dopo quelle di Parigi e altre ancora; immagini scioccanti, che insieme alle parole di quella mamma europea, che si chiede perché il suo figlio europeo si sia immolato per la Jihad, non possono che convincerci ancora di più che la risposta debba essere «sì», anche sul terreno della sicurezza, ma anche su quello della cultura e dell'educazione. E su questo c’è una proposta di legge, firmata anche in maniera trasversale, proprio per favorire la deradicalizzazione che è in corso in molti giovani europei. 
Ci serve un'Europa abbastanza forte per far rispettare a tutti i patti – a tutti ! –, compreso quello di un'equa distribuzione dei rifugiati. E su questo fatemi ricordare che l'Italia, fin dal novembre del 2013, ha sostenuto che le parole giuste sul tema dei profughi fossero: salvare le vite, garantire l'accoglienza e redistribuire equamente le quote in Europa. Per troppo tempo non ci hanno ascoltato e, poi, forse anche per l'apertura della rotta balcanica, invece, queste parole chiave sono state prese in considerazione. Ora, però, tutto questo deve essere fatto veramente. 
Ci serve un'Europa che sappia difendere i propri confini esterni, che rispetti e faccia rispettare i diritti umani in casa e fuori, che i muri li abbatta e non li lasci erigere, perché con i muri, dalla guerra di Troia in poi, non si è mai risolto niente. Un'Europa che sia sempre di più un organismo vivente, che senta ogni Stato con una propria parte fondamentale, come se fosse un braccio, una gamba o il cuore: questa è l'unica ricetta possibile per contrastare la disgregazione particolaristica, che in parte è già in atto, e cioè per contrastare l'idea che qualcuno possa fare per sé, nella logica dell'egoismo e dell'autosufficienza, perché quella è un'illusione pericolosa che farebbe risvegliare tutti più poveri più soli, se il sogno europeo non diventasse fino in fondo realtà. Ma tutto questo non possiamo aspettare che lo faccia da solo qualcun altro, questo è un obiettivo che noi dobbiamo contribuire a raggiungere stando in prima fila. E allora domandiamoci: ma noi italiani, oggi, siamo nelle condizioni di avere questo ruolo ? Noi italiani siamo rispettati più o meno di prima ? Le nostre idee hanno più o meno cittadinanza di prima ? Quando andiamo a far sentire la nostra voce in Europa, la nostra voce è forte o è debole ? Bene, io penso di poter dire con certezza che noi oggi siamo più forti, che oggi la nostra voce è più forte, che le nostre idee sono più ascoltate, che siamo più rispettati, che non andiamo più in Europa con il cappello in mano, costretti ad accettare qualsiasi imposizione, e l'evidente cambio di paradigma tra austerità e flessibilità, che è stato in buona parte grazie a noi, è lì a dimostrarlo in tutta evidenza. D'altronde, il fatto che l'uomo che sta facendo le scelte più importanti e coraggiose in campo monetario sia un italiano rispettato, come Mario Draghi, è motivo di orgoglio e di forza per il nostro Paese. 
Molte delle riforme che abbiamo fatto, quelle che stiamo portando a compimento e quelle che verranno, sono il carburante necessario per raggiungere i traguardi che servono all'Italia e che servono all'Europa. I risultati che abbiamo ottenuto in Europa sono sufficienti ? No, non lo sono. Ancora molto è da fare, tante battaglie sono ancora da combattere e da vincere, ma la strada è quella giusta e questo – se permettete – non è poco, ma per farlo dobbiamo essere uniti come Paese: questo si chiama interesse nazionale. Non mortifichiamo, con la solita politica provinciale da «Italietta», il lavoro fatto; non mortifichiamoci, con sceneggiate al Parlamento europeo, degne della peggiore commedia all'italiana, che non fanno che alimentare gli stereotipi che tanto male ci fanno; e soprattutto, non mortifichiamo i sacrifici che le italiane e gli italiani si sono caricati sulle spalle, per riemergere dalla situazione quasi disperata in cui eravamo finiti. 
L'Italia è una grande risorsa per il resto del continente. Un'Europa unita, solidale, forte è il posto in cui vogliamo vivere. Noi per questo ci stiamo battendo. Per una volta sarebbe bello se lo facessimo tutti insieme nell'interesse di tutti. Anche per questo noi oggi dichiariamo il voto favorevole alla risoluzione di maggioranza e speriamo che altri escano dai soliti particolarismi e si assumano la responsabilità di votare una cosa che serve all'Italia (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).