Signora Presidente, onorevoli deputati, ho ricevuto l'invito ad essere il più sintetico possibile, stante la natura particolare di queste comunicazioni. Si è infatti deciso di inserire nella stessa mattinata tanto la comunicazione al Senato che alla Camera, in virtù della importante iniziativa di questo pomeriggio a Berlino, dunque accogliendo la richiesta, che è stata fatta, di parlare in modo abbastanza sintetico, per cercare di ascoltare quante più persone, quanti più deputati possibili, anche in virtù del fatto che, come sapete, poi, alle 13, c’è il tradizionale appuntamento dal Presidente della Repubblica in preparazione del Consiglio europeo.
Dunque, cerco di essere molto breve e rimandare ad altri appuntamenti un momento di approfondimento sulle cause di ciò che sta avvenendo e su eventuali ipotesi di ulteriori sviluppi. Molto brevemente, il Consiglio europeo di domani aveva al centro dell'ordine del giorno la grande questione legata al migration compact e alle politiche sulla sicurezza e sull'immigrazione. Entrambe saranno naturalmente trattate, credo con qualche tempo in meno rispetto al previsto, così come pure meno attenzione, presumibilmente, sarà data alle questioni sulla crescita, che la presidenza olandese aveva tenuto come ultimo capitolo del proprio semestre, in ragione della evidente novità straordinaria, nel senso tecnico del termine, dell'uscita del Regno Unito dall'Unione europea. Ecco, io su questo devo essere molto chiaro e molto sintetico: si tratta di un voto che va rispettato, perché, nel momento in cui noi mettiamo in discussione un voto liberamente espresso da una comunità, da un popolo, mettiamo in discussione l'idea stessa del gioco democratico.
Dunque, la Gran Bretagna ha deciso: si prenda atto e si volti pagina, e cerchiamo di cogliere il positivo dalla fase e dalla stagione che si apre. Lo dico perché vorrei che l'Europa fosse protagonista e l'Italia porterà questa linea, con il vostro consenso e con il vostro accordo, di una grande stagione di rilancio e di ripartenza. La scelta britannica è dettata, probabilmente, da molte e diversificate ragioni, non tocca a me stare qui a enuclearne o a offrire una chiave di lettura, che pure sarebbe interessante per tanti. L'altissima affluenza, che, probabilmente, è stata decisiva per il successo dei Leave, ma anche – sottolineiamolo con forza – la relazione che esiste tra le aree geografiche in cui più forte è la crisi della manifattura tradizionale e il consenso all'ipotesi di uscita.
È un'analisi che dovrà essere fatta nei prossimi mesi: laddove c’è maggiore tensione sociale, lì si è registrato un consenso molto più forte all'ipotesi di uscita dall'Europa, come se l'Europa fosse, per qualcuno a torto, per altri a ragione, la responsabile della crisi, anche economica e industriale, che conosciamo. Dunque, è un tema su cui discutere, ma oggi il dato di fatto è che la Germania, la Francia, l'Italia e tutti e ventisette i Paesi che rimangono a far parte dell'Unione europea bilancino con grande determinazione una nuova partenza per l'Europa, perché, se manca questo, manca la prospettiva e manca l'idea stessa di comunità.
Non staremo anni a discutere di procedure, dopo che abbiamo passato mesi a discutere di trattative per come mantenere il Regno Unito dentro; sarebbe offensivo verso l'idea stessa di democrazia e verso il voto, e sarebbe esiziale per l'Unione europea, che ha bisogno, finalmente, di mettere al centro non già, non ancora, le procedure, ma i valori fondamentali: i posti di lavoro. La crisi emerge in alcune realtà del continente, dal punto di vista sociale, non più soltanto le procedure e le discussioni sulle regole e sui vincoli. Più crescita e più investimenti, meno austerity e burocrazia: questa è la linea che noi portiamo avanti da due anni in splendida beata solitudo all'inizio, piano piano con sempre più consenso. Oggi siamo di fronte a un bivio: l'Europa deve parlare a quei giovani, anche ai giovani inglesi, ai giovani scozzesi, ai giovani britannici, che hanno votato in larga parte per il remain, ma che hanno votato molto meno di quanto hanno votato gli anziani. Naturalmente, in democrazia chi ha un voto in più vince. Non c’è discussione possibile, non c’è alcuna lettura diversa da poter dare. Il referendum va rispettato.
Già siamo in un periodo in cui in troppa parte del continente non c’è più la possibilità di affermare le ragioni di governabilità e di Governo. Noi, come italiani, abbiamo una certa esperienza su questo. Come è noto, in settant'anni abbiamo cambiato sessantatré Governi ed è evidente che tutta la discussione sulle riforme che riguarda il nostro Paese ha questo come obiettivo, da taluni condiviso da altri rifiutato, ma ha questo come obiettivo finale. Bene, guardate che cosa sta accadendo in queste ore in Spagna. E dire che, all'inizio della discussione sulla legge elettorale, in larga parte del nostro Paese, nella parte dirigente del nostro Paese, molti indicavano proprio la Spagna come il modello di legge elettorale al quale ispirarsi. Dicevano: «Se riusciremo a fare come fa la Spagna, saremo nelle condizioni di avere stabilità». Infatti, la Spagna aveva avuto stabilità nel momento in cui il sistema era bipolare e quel modello elettorale aveva funzionato. Bene, cosa è accaduto negli ultimi sei mesi ? Si è votato due volte in Spagna. Le percentuali sono un po’ cambiate, ma neanche troppo; i numeri sono quelli che conosciamo; per fare un Governo occorreranno almeno tre partiti, almeno tre forze parlamentari su quattro, e, di conseguenza, il rischio sarà o di nuovo elezioni, che sarebbero le terze nel giro di un anno, o una situazione di grandissime, non di grandi, intese.
Dunque, o noi affermiamo l'idea che di fronte a una decisione e una scelta poi bisogna essere conseguenti oppure la credibilità del sistema europeo, già fortemente messa a dura prova dagli eventi degli ultimi anni, sarà definitivamente spazzata via. Allora, io qui, in quest'Aula, mi rivolgo a tutti, ma in particolar modo a quelle forze politiche di maggioranza e di opposizione che credono nelle grandi famiglie europee. In realtà, ad essere onesti intellettualmente, tutti i membri di questo Governo hanno un punto di riferimento a livello europeo. C’è chi sta con Le Pen, c’è chi sta con Farage, c’è chi sta con l'altra sinistra, c’è chi sta con le famiglie del Partito Popolare Europeo, del Partito Socialista Europeo e dell'ALDE. Dunque, vi è una condivisione da parte di tutti. Ma mettendo per un attimo da parte coloro i quali credono che il proprio leader europeo sia Farage o che sia la Le Pen, penso che sia arrivato il momento, per chi, invece, crede che l'Europa sia la nostra casa e il nostro futuro, di provare insieme a far sentire la voce dell'Italia, indipendentemente dalle posizioni nazionali che ci dividono. Mi riferisco evidentemente all'Europa sociale, all'Europa della crescita, all'Europa che considera un problema il deficit, ma anche il surplus di alcuni Paesi, all'Europa che non può restare inerte di fronte a ciò che sta avvenendo ai propri confini.
È di queste ore, qualche ora fa – anzi, credo che sarà ufficializzata proprio in queste ore –, la notizia, ad esempio, dell'accordo fra Turchia e Israele. Una cosa che era inattesa e impensabile soltanto un anno fa. Sapete che cosa sta accadendo nel Nord Africa ? Sapete cosa sta avvenendo alle porte dei confini europei non soltanto nel versante orientale – mi riferisco alla Russia –, ma anche ciò che sta cambiando profondamente nelle regole del gioco delle democrazie occidentali, a cominciare dagli Stati Uniti d'America ? Dunque, a fronte di questo, è il momento in cui l'Europa torni a fare l'Europa. Noi abbiamo parlato di casa e siamo stati anche criticati su questo. La casa non è soltanto un luogo fisico, la casa è un sentimento, è un insieme di sentimenti, di emozioni. Per noi l'Europa è la casa. Noi non immaginiamo di andarcene da casa nostra. Noi pensiamo che l'Europa sia il luogo da lasciare ai nostri figli e ai nostri nipoti, come facciamo con la casa alla quale siamo affezionati. Ma sappiamo anche che, così com’è, questa casa non è accogliente come in passato. Dobbiamo essere, dunque, in grado di mettere al centro quei valori che, peraltro, l'Italia, anche con maggioranze più ampie rispetto alla maggioranza di Governo, ha posto al centro della propria azione dall'inizio di attività di questo Governo: parlare un pochino più di crescita e un po’ meno diausterity, parlare un pochino più di una visione di migrazione globale e non soltanto lasciata ai singoli Stati, parlare finalmente di un'Europa che sia solidale perché solida e non soltanto di un'Europa capace di inseguire le procedure.
Per tutti questi motivi, nelle prossime ore, l'Italia farà tutto ciò che può fare, a cominciare dall'incontro a Berlino. Siamo stati invitati da Germania e Francia per la prima volta, evidentemente con l'obiettivo di allargare un fronte comune che comprenda l'esigenza del rilancio. Ci accingiamo a partecipare a questo incontro cercando di portare le idee che ci hanno caratterizzato in questi mesi e in questi anni. Ma, accanto a questo, c’è poi bisogno, nelle giornate di domani e dopodomani, che non ci sia chi cerca di far finta di niente. Sarebbe offensivo verso i britannici, ma sarebbe anche un danno per gli europei. Infatti, se noi non cogliamo questa occasione e se noi non proviamo a rilanciare l'Europa, il senso di spossatezza e di indefinita fatica che l'Europa esprime diventerebbe un elemento comune anche oltre i confini britannici. Dunque, sì, è un brutto choc, è un brutto colpo il fatto che i britannici abbiano deciso di uscire dall'Europa, ma questo voto va rispettato e, rispettando questo voto, l'Europa può e deve riflettere su se stessa e ripartire.
Se ci pensate, il fatto che ci siano stati concessi settant'anni di pace non è un grazioso colpo di fortuna, è la conseguenza dell'azione di leader coraggiosi, che ebbero al centro della propria azione un'idea di orizzonte sul futuro, un'idea di valori condivisi, che, partendo dal carbone e dall'acciaio, seppero creare le condizioni di una comunità, di una casa, appunto. Oggi deve prevalere questo senso di responsabilità per le prossime generazioni, ma può essere fatto soltanto a condizione di scegliere la strada del coraggio. Continuando a far finta di niente, l'Europa sarebbe davvero nelle condizioni di sofferenza più incredibili e più inattese. Dunque, l'Italia va a voce alta, a testa alta, a fronte alta all'incontro con i colleghi di Francia e Germania questo pomeriggio e dei 27 altri colleghi domani, con la convinzione che è il momento della responsabilità, della saggezza e dell'equilibrio, ma anche il momento della visione per il futuro, non soltanto è il momento in cui rinfacciarsi gli errori del passato. Oggi l'Europa chiede a tutti e ciascuno questo spirito di responsabilità. Mi auguro che prevalga, a partire dalle famiglie politiche europee che credono nell'Europa. Non a quelli che vogliono uscire da questa casa, non a chi crede nei Le Pen e nei Farage, ma a tutti gli altri rivolgo un appello: cerchiamo di fare uno sforzo perché l'Italia in Europa sia capace di dare un minimo di responsabilità e di anima a un continente che ne ha un disperato bisogno.
Data:
Lunedì, 27 Giugno, 2016
Nome:
Matteo Renzi, Presidente del Consiglio dei ministri