Signora Presidente, io credo che il 23 giugno del 2016 verrà ricordato come un giorno molto triste per l'Europa, per la prima volta un Paese ha deciso di uscire dall'Unione europea e questa decisione, questa scelta è stata assunta da un grande Paese. Il Regno Unito a 65 milioni di abitanti, è la quinta potenza economica globale, la sua capitale è uno dei due più importanti centri finanziari del mondo, ha una storia straordinaria ed è la patria della lingua più parlata nel pianeta. Con la «brexit» l'Europa è diventata più debole, è entrata in una terra incognita ed ha imboccato una strada i cui sbocchi non sono prevedibili. Sono tanti oggi, non solo nel mondo politico ma anche nella finanza, quelli che ipotizzano o addirittura cinicamente scommettono sulla disgregazione dell'Unione europea. Non sta scritto da nessuna parte che le cose debbano finire così ma solo una forte iniziativa politica può scongiurare questo esito, trasformando la negatività della «brexit» nell'occasione di un grande rilancio del progetto europeista. Ex malo bonum, come ha avuto modo di dire il Presidente del Consiglio. Se l'Europa è stata colpita duramente, ancor più grave è la crisi che si è aperta nel Regno Unito, che oggi ha un Premier dimissionario, la leadershipdel principale partito di opposizione azzoppata, Scozia e Irlanda del Nord che minacciano la secessione e numerose aziende e istituzioni finanziarie che pianificano la delocalizzazione in altri Paesi. Una situazione di caos che dovrebbe fare riflettere l'opinione pubblica di tutta Europa perché ci fa capire dove ci porta l'estremismo e quale prezzo rischiamo di pagare sull'altare delle menzogne dei demagoghi, delle menzogne dei Farage e dei suoi amici italiani, anche se adesso fanno finta di non conoscersi. Signora Presidente, la vittoria della «brexit» non è figlia dell'ignoranza o della scarsa consapevolezza degli elettori, come ha scritto qualche commentatore superficialmente. Il popolo è sovrano sempre, non solo quando vota secondo i desiderata delle élite e il risultato del referendum britannico è innanzitutto il fallimento di unestablishment che ha perso il contatto con la realtà. Le linee di frattura di questo vuoto sono più complesse del contrasto generazionale che pure ha dominato i primi commenti, perché chiamano in causa la crescente disuguaglianza delle nostre società, il ceto medio che sta scivolando verso la povertà e il rapporto tra il centro e le periferie dei singoli Paesi, tra i perdenti ed i vincenti della globalizzazione. La «brexit», insomma, è la diretta conseguenza della crisi della costruzione europeista, l'Unione europea che per decenni ha garantito pace e prosperità a un intero continente è stata via via indebolita e svuotata da classi dirigenti miopi e opportuniste, che hanno badato esclusivamente al proprio interesse nazionale, salvo scaricare sull'Unione la colpa di tutto ciò che non funzionava. «Ce lo chiede l'Europa» è stato troppo spesso il leitmotiv delle classi dirigenti nazionali quando si dovevano assumere scelte impopolari. Fino agli anni Novanta l'Europa era sinonimo di progresso economico e di emancipazione sociale, nel febbraio del 1989 – quasi nessuno se lo ricorda – l'88 per cento degli italiani votò favorevolmente al conferimento di un mandato costituente al Parlamento europeo. Oggi l'Unione europea viene identificata da una parte crescente dell'opinione pubblica, anche in Italia, con l'austerità cinica che ha impoverito i popoli dei Paesi periferici, con l'egemonia di una Germania attenta a difendere i propri interessi economici ma riluttante nell'assumersi le responsabilità politiche connesse alla sua forza, con l'incapacità di governare i flussi migratori e l'emergenza profughi. È l'inerzia di fronte al risorgere dei muri alle frontiere. È chiaro che questa è una percezione spesso deformata dalla propaganda euroscettica, una propaganda che sottovaluta consapevolmente gli enormi vantaggi che l'Unione europea continua a comportare per i cittadini e per le imprese, una propaganda che sopravvaluta clamorosamente le magnifiche e progressive sorti dell'isolamento, salvo rimangiarsi, come sta accadendo in Inghilterra adesso, le promesse fatte in campagna elettorale. Ma la percezione di un'Europa più lontana e meno attrattiva di un tempo in molti casi non è lontana dalla realtà e, se le cose stanno così, se l'Europa vive questa condizione di crisi e di difficoltà, è perché, in questi anni, gran parte delle classi dirigenti di tutta Europa hanno segato l'albero comunitario su cui eravamo tutti seduti, aprendo praterie sconfinate alle forze estremiste e xenofobe. Di fronte a tutto questo, ha ragione il Presidente del Consiglio, siamo di fronte ad un bivio: la paralisi ci porta dritti alla disgregazione dell'Unione europea. Noi crediamo che sia necessario reagire, reagire subito, con il coraggio e la determinazione necessarie, e nell'immediato dobbiamo mettere in sicurezza l'Europa, dobbiamo riportare la stabilità nei mercati finanziari, salvaguardando i risparmi di milioni di europei. È necessario avviare al più presto un percorso ordinato e con tempi certi per l'uscita del Regno Unito, rispettando la scelta popolare e definendo con fermezza ed equilibrio i futuri rapporti con l'Unione europea, ma contemporaneamente dobbiamo riaprire il cantiere dell'Unione europea, che è casa nostra, nostra dei popoli europei. Questa Unione deve riconnettersi, però, con i suoi popoli, recuperando credibilità e forza ideale, perché il rancore degli esclusi non lo si contrasta facendo spallucce, come troppo spesso è accaduto in Europa, ma ascoltando e costruendo risposte credibili alle paure di chi sta ai margini, ai poveri, autoctoni e immigrati, in guerra tra loro per il Welfare.
C’è una domanda di protezione che emerge da larga parte del ceto medio europeo e da parte dei territori, che la ripresa non l'hanno ancora vista. Di fronte a fenomeni di portata globale come l'immigrazione, il terrorismo e la crisi dell'economia, serve uno scatto in avanti su tanti progetti rimasti finora sulla carta. Penso all'assicurazione europea contro la disoccupazione, penso al Piano Junker per rilanciare gli investimenti pubblici e privati, al Migration compact, al completamento dell'unione bancaria: molte di queste proposte – lo dico per inciso in questa sede – sono state avanzate dall'Italia, che sta svolgendo un ruolo prezioso, importante, direi cruciale, un ruolo di proposta, un ruolo di impulso, un ruolo riconosciuto anche in questi giorni dai partner dell'Unione europea, per cambiare l'Europa con i fatti e non con le chiacchiere e la propaganda. All'Europa serve una riflessione politica in termini nuovi sul fiscal compact, sul bail-in, perché l'austerità e il mercantilismo hanno aggravato la crisi e hanno approfondito gli squilibri, e oggi rischiano di compromettere una ripresa che è fragile e insufficiente per riassorbire quell'emarginazione che poi vota per l'uscita dall'Unione europea. Come sostiene da tempo il Governo italiano, solo una nuova visione della politica economica permetterà di ricucire le lacerazioni sociali, geografiche e generazionali che la Brexit ha evidenziato. E allora per rilanciare l'Unione, è necessario – e mi avvio alla conclusione – affrontare il nodo della legittimazione democratica dei processi decisionali di Bruxelles.
L'obiettivo che dobbiamo porci sta in poche parole: più democrazia, meno tecnocrazia. La crisi dell'Europa è figlia anche del progressivo sopravvento del metodo intergovernativo sulla dimensione comunitaria; è figlia dalla sensazione, presente in larga parte dell'opinione pubblica, che le decisioni più importanti, quelle che cambiano la vita quotidiana dei cittadini, vengono prese più nelle segrete stanze delle cancellerie, che alla luce del sole delle istituzioni europee. E allora noi dobbiamo ribaltare questa impostazione e smentire questa percezione, aumentando il peso del Parlamento e della Commissione e riducendo quello delle burocrazie, europee e nazionali, aprendo nuovi spazi di democrazia e di partecipazione dei cittadini.
Non è una strada facile, signora Presidente, ma è praticabile se le classi dirigenti europee avranno il coraggio e la determinazione per farlo. È questo – e ho veramente concluso – il terreno su cui credo vada costruita la rinascita e la riscossa dell'Unione europea.
Data:
Lunedì, 27 Giugno, 2016
Nome:
Antonio Misiani