Dichiarazione di voto
Data: 
Lunedì, 27 Giugno, 2016
Nome: 
Ettore Rosato

Grazie, Presidente. I miei figli, tre su quattro, sono maggiorenni; non ricordano la lira, hanno sempre pagato in euro, sono abituati ad andare in Austria e Slovenia con libertà, senza doversi fermare ai confini. Uno lavora a Parigi, prima lavorava a Padova, e non vede la differenza, se non per l'essere sicuramente in una città molto più affascinante e molto più bella. L'Unione europea oggi è vissuta con i suoi limiti, è criticata, ha i suoi difetti, ma non è stata mai veramente messa in discussione. Sessant'anni fa, i primi trattati a Roma nascevano su questioni tipicamente doganali, nascevano per interessi commerciali, ma venivano ispirati e vissuti da una voglia di pace e di solidarietà. C'era il Manifesto di Ventotene, c'era il sentimento che nasceva dopo la guerra. È stata una storia complicata costruire l'Europa; è stato il mettere insieme interessi diversi, tra Paesi che avevano vocazioni diverse, che avevano storie diverse. È stata un'opera ciclopica, ma realizzata. La risposta che l'Europa ha saputo dare sta anche nella caduta del Muro di Berlino. Non è successo a caso, è successo anche perché abbiamo saputo costruire l'Unione europea.
Quando abbiamo convocato questa seduta pensavamo che fosse un incontro importante su temi delicati, ma un incontro di routine rispetto ai temi dei Consigli europei che dovevano venire. Mai avevamo pensato di poter discutere di uscita o di disgregazione dell'Unione europea. Certo, sono stati tanti i percorsi faticosi di questi anni, ma sempre fatti con passi avanti, anche quelli più faticosi. Il rischio di un passo indietro così importante non era mai vissuto come reale. Lo dimostrano le reazioni, dalle posizioni dei diversi Governi, ma anche quella dei 3 milioni e 700 mila firme che la petizione al Governo britannico sta raccogliendo, fino alle reazioni dei mercati finanziari. Nessuno credeva che veramente ci potesse essere un passo indietro. Però, è accaduto; un popolo ha deciso e questa scelta va rispettata fino in fondo. Ora ci vogliono tempi certi per la cesura, nessun tentennamento, non certo per ripicca, ma proprio per rispetto di quel voto. La mia opinione è che a pagare saranno i britannici, non saranno gli europei. A pagare quella scelta non saremo noi, ma abbiamo bisogno di utilizzare questa occasione. Abbiamo bisogno di utilizzare questa occasione per ripartire sul serio, per ripartire con un'Europa più forte, per ripartire con un'Unione europea, non so se a una o a due velocità, ma sicuramente con obiettivi più ambiziosi di quella che fino adesso è stata disegnata. 
Stiamo pagando la poca Europa, non stiamo pagando la troppa Europa. Stiamo pagando una Europa che viene percepita come quella dei cavilli, delle regole, del rigore. Stiamo pagando un'Europa che viene vista come un'Europa lontana dalle dinamiche reali delle persone. È questo quello che ci dice il referendum, è questo disagio che esprime. Penso ai due temi che l'Italia ha posto, da mesi, nell'agenda europea: l'immigrazione e lavoro. 
Il migration compact non è un modello di sola solidarietà, ma è un modello per affrontare una crisi di dimensioni e origini non governabili dai singoli Stati. Il migration compact vuol dire sostegno ai Paesi d'origine, vuol dire ostacolo reale al traffico degli esseri umani, vuol dire sostegno politico ai Paesi in via di transizione, vuol dire la stabilizzazione di Paesi che vivono un confronto politico interno molto complicato, anche fatto di guerre. 
Pur in un'agenda cambiata, evidentemente, per quello che è accaduto, noi ci aspettiamo che domani si faccia un passo avanti significativo su questi temi, così come sul tema del lavoro. Alla crisi non si può rispondere con tagli e rigore. Anche quando apparivano i primi segnali di ripresa, la risposta nell'Unione europea è stata peggiore che negli USA e in Giappone: un'Europa fiacca. La responsabilità è stata nostra, perché le risposte non sono state adeguate. Senza una politica che stimoli gli investimenti pubblici e, per noi, una politica di riduzione della pressione fiscale, anche gli sforzi dei singoli Paesi restano non valorizzabili. I Paesi rischiano di restare soli, anche quelli che fanno le riforme, come le nostre. Le riforme non possono non stare in una cornice in cui l'Unione europea non investa in flessibilità. Deve finire il tempo delle concessioni sulla flessibilità fatte per piaceri. Bisogna passare a politiche comuni, coordinate e integrate, che stimolino la crescita realmente, che combattano la povertà, che integrino i sistemi bancari e monetari, che pensino agli eurobond, non a valutare solo il debito pubblico, dimenticando il risparmio privato, che in alcuni Paesi, come il nostro, è importante, che valutino il surplus e i tanti altri fattori che misurano in maniera diversa un'economia che cresce. 
Presidente, io ho ascoltato con attenzione il dibattito che c’è stato in quest'Aula in queste ore, oggi. Ho ascoltato interventi di vari gruppi. Lo ha ricordato il Presidente Renzi: è vero che qui facciamo riferimento a famiglie politiche molto diverse, facciamo riferimento a famiglie politiche che hanno anche obiettivi diversi rispetto all'Europa, ma ho sentito anche molte cose che sono convergenti, anche preoccupazioni comuni, anche sensibilità comuni, poste naturalmente anche da gruppi che siedono qui all'opposizione e che sull'Europa hanno anche dimostrato, in momenti, la divisione con noi. Ma, invece, oggi c’è stato un dibattito su cui abbiamo raccolto anche delle sensibilità comuni. Mi sono anche un po’ illuso che le dichiarazioni del MoVimento 5 Stelle del dopo Brexit, dopo il referendum, potessero aiutare a costruire un terreno comune, seppur piccolo, su cui trovare elementi di coinvolgimento, elementi per lavorare insieme, perché la politica deve cercare elementi per lavorare insieme, in particolare nei momenti di crisi. Eppure, poi c’è stato l'intervento del collega Di Battista, che, in realtà, che si tratti del destino dell'Unione europea o delle unioni civili, invece, – mi spiace – è stato solo l'occasione per un'ennesima polemica politica: slogan, campagna elettorale, denigrazione dell'avversario. Mi dispiace, collega Di Battista, ma noi abbiamo tentato di costruire, anche quest'Aula, anche oggi, anche nell'organizzazione di questo dibattito, momenti per lavorare insieme, non momenti per trovare elementi di divisione. 
Invece, io penso che noi abbiamo bisogno di fare questo. Abbiamo bisogno di trovare, oltre la maggioranza politica, elementi per lavorare insieme. Lo dimostrano i pareri che il Governo ha dato sulle risoluzioni. Ma, anche rispetto alle risoluzioni dei gruppi parlamentari sulle quali c’è un parere contrario, ci sono molti elementi su cui siamo d'accordo. Io ho sentito le cose che diceva il collega Pini e le cose che diceva il collega Palazzotto. Nelle cose che diceva il collega Palazzotto ci sono molti elementi che ci vedono insieme, uniti, in particolare, sull’immigration compact. Penso che questi siano valori che noi dobbiamo utilizzare per andare avanti. 
Ora è il tempo di costruire una nuova Europa, senza accedere alle sirene del populismo e della demagogia. Infatti, dire: «Fuori dall'Europa» nel XXI secolo non ha senso, così come non ha senso dire: «Fuori dall'euro», perché è stato l'euro a salvarci dai disastri dei Governi avventurieri e dalla finanza creativa. L'Europa deve continuare a essere un continente di pace, di libertà, di benessere e di sicurezza e questa è la sola dimensione che può proteggerci da un mondo più grande e in un mondo più competitivo. Il contributo a cui oggi il nostro Governo viene chiamato, a cui l'Italia viene chiamata non è il successo di un Governo, ma è il successo di un Paese. Infatti, sull'Europa unita questo Paese ha sempre creduto, questo Paese ha sempre puntato e ci ha creduto e ci ha puntato molto più di tanti altri Paesi in Europa che ne beneficiano come noi. 
La giornata del 23 giugno, Presidente, rimarrà nella storia come un giorno di tristezza e di preoccupazione, ma anche come una grande opportunità, un'opportunità per cambiare questa Europa, per difenderla e per dare a questa storia il futuro che meritano i 500 milioni di europei che la abitano, i 500 milioni di europei che si aspettano politiche che facciano crescere questo continente, che lo facciano sentire sempre più un continente unito, che li facciano sentire sempre più un popolo europeo. Infatti, non dobbiamo dimenticare la storia che ci ha portato a costruire l'Europa. Quella storia è stata caratterizzata da scontri, da guerre e da divisioni. Noi combattiamo contro questa storia per costruire insieme un futuro che faccia dell'Europa un continente di pace e di prosperità.