Signora Presidente, onorevoli colleghi, il Consiglio europeo della settimana prossima si colloca in una dimensione abbastanza difficile da illustrare dopo ciò che è accaduto con il referendum inglese e alla vigilia di un anno di particolari ed importanti consultazioni elettorali e politiche. Si tratta, dunque, di un momento in cui l'Europa ha subito un duro shock con la decisione dei cittadini inglesi – la prima nella storia dei sessant'anni delle Comunità europee di lasciare la nostra comunità – e, contemporaneamente, senza ancora un quadro politico di certezze sul futuro.
Non aiuta la nostra discussione, ma, paradossalmente, la rende ancora più importante ed urgente, il quadro politico internazionale. Il Presidente Obama, in un importante articolo che può sintetizzare, almeno per alcuni di noi, una parte della sua legacy culturale, filosofica, politica, pubblicato nei giorni scorsi, ha sottolineato l'apparente contraddizione di un mondo più prospero che mai, ma accompagnato da un'incertezza, un'inquietudine e un malessere crescente.
Le vicende di politica internazionale non sembrano raggiungere un risultato soddisfacente in larga parte del Pianeta, a cominciare dalla drammatica vicenda siriana che, pur apparendo e scomparendo in modo carsico sui media di tutto il mondo, continua a mietere vittime, in particolar modo, i più piccoli, i bambini e, contemporaneamente, la risposta dell'Unione europea sembra caratterizzata – ha detto Jürgen Habermas con un'espressione molto intrigante ed interessante – da un frenetico immobilismo. Questa è la ragione per la quale, dopo una serie di appuntamenti preparatori – quello di Berlino, quello di Bruxelles e quello di Ventotene –, dove avevamo immaginato di poter arrivare alsummit informale di Bratislava di metà settembre con un significativo programma di riforme e con un significativo programma ambizioso per il futuro dell'Europa, abbiamo dovuto registrare come questo frenetico immobilismo portasse poco più che a niente: un documento molto banale, una sorta di somma di tanti riassunti, un elenco di buone promesse assolutamente non all'altezza della grande sfida lanciata dall'uscita del Regno Unito dall'Unione europea.
Questo è lo scenario nel quale si colloca il summit della settimana prossima e, contemporaneamente, noi abbiamo ben chiaro che il dibattito sull'articolo 50, cioè sulla procedura formale attraverso la quale il Regno Unito lascerà la nostra comunità è, comunque, un dibattito che non può tener ferme le istituzioni per un altro anno dopo che abbiamo passato quello appena trascorso, prima, a trattare una piattaforma che potesse essere sufficiente e soddisfacente per il Governo inglese e, poi, a discutere degli esiti di quel voto.
Se da qui al prossimo anno il dibattito politico europeo fosse soltanto sulle forme, sulle modalità e sulle procedure dell'articolo 50, ulteriore tempo sarebbe gettato via in un momento storico nel quale tempo da perdere non lo ha nessuno.
Si tratta, dunque, di provare ad impostare una strategia differente, che è molto difficile, ma che è molto urgente per tutti, in particolar modo per quei cittadini europei più giovani che avvertono l'identità comunitaria come un elemento costitutivo del proprio DNA e che sono stati tra i più impegnati nel votare a sostegno del mantenimento di UK in Unione europea e che, più in generale, mostrano, in tutti i dati, i sondaggi e le indagini, un desiderio profondo di vivere un'ulteriore identità accanto a quella nazionale. Si tratta, dunque, di immaginare un percorso inedito.
L'unico punto positivo che io vedo di questi mesi è stato aver fissato Roma 2017 come la data ultima di questo percorso. Dunque, il 25 marzo del 2017, sessant'anni dopo la firma dei Trattati istitutivi delle Comunità europee, i ventisette Paesi che fanno parte dell'Unione europea si riuniranno nella città eterna e proveranno ad immaginare il futuro. È un appuntamento di grande rilievo per tutti: per chi crede che l'Unione europea, come noi, debba essere declinata al futuro e per chi anche vuole contestare questa istituzione.
L'incontro di Roma del marzo 2017 può essere uno spartiacque rilevantissimo, cruciale, decisivo. Perché questo accada occorre prendere atto che da parte di tutti, in particolar modo da parte di noi italiani, il tempo della proposta non può essere sganciato dalla constatazione che quando le cose vanno male bisogna dirlo. Dopo il summit di Bratislava, autorevoli commentatori hanno detto che l'atteggiamento del Governo italiano del dire con forza che il Vertice non aveva prodotto niente di significativo era un atteggiamento sbagliato e fuori luogo.
Non è passata neanche una settimana e il presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker, si è recato in una sede istituzionale ufficiale per utilizzare le stesse parole e per dare lo stesso giudizio che avevamo dato noi. E il fatto che il mancato riferimento all'Africa nel documento su Bratislava sia stato così duramente stigmatizzato da alcuni di noi ha portato, finalmente, a una rinnovata maturità, a una rinnovata attenzione sul tema, che vede oggi alcuni autorevoli leader, finalmente, visitare alcuni tra i principali Paesi africani e, contemporaneamente, vede il tema, finalmente, oggetto della discussione, all'ordine del giorno della discussione, in modo meno superficiale del passato.
Questo atteggiamento, dunque, italiano di stimolo e anche di determinata presenza – vorrei dire, ingombrante presenza – nelle discussioni, nel momento in cui è giusto far notare quando le cose non vanno e dirlo con grande forza, deve però richiamarci ad una serie di impegni nostri. Non è un caso, io credo, che la settimana scorsa, su proposta del Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale, il Consiglio dei ministri abbia proposto l'istituzione di due ambasciate, una in Mali e una in Niger. Veniamo da un periodo nel quale si è pensato a lungo di chiudere le nostre ambasciate e le sedi delle ambasciate nel mondo: è stato un principio che comprendo e capisco legato ad esigenze di spending review, ma è anche vero che è difficile immaginare di avere una presenza forte italiana in Africa, senza che alcuni Stati, nemmeno particolarmente lontani da noi, abbiano una presenza così significativa.
Occorre, dunque, che anche nelle forme di revisione della spesa vi sia un sussulto di attenzione: è come quando si sono chiuse tante piccole stazioni dei carabinieri sparse per l'Italia. Ho detto in occasione pubblica – l'inaugurazione della Scuola marescialli e degli allievi marescialli, a Firenze – che quel tempo è finito ed è chiuso, anzi, la presenza sul territorio è cruciale.
Vale lo stesso – permettetemi il paragone ardito – con la nostra presenza diplomatica, particolarmente, in Africa. Occorre avere una maggiore presenza italiana, non soltanto con i fondi della cooperazione internazionale – cosa che stiamo finalmente facendo dopo anni di silenzio e di tagli – ma occorre anche avere una maggiore presenza nostra da tutti i punti di vista, da quello di natura politico-diplomatica, a quello culturale, a quello sociale, a quello legato alla formazione delle forze dell'ordine e delle Forze armate dei singoli Paesi. È evidente che questo non basterà nel giro di qualche settimana a cambiare l'approccio dell'Unione europea verso l'Africa, ma il fatto che finalmente il tema sia oggetto di attenzione meno episodica che in passato è un primo segnale di incoraggiamento che deriva dalla dura frizione registrata a Bratislava.
Vi è un secondo elemento che riguarda ancora, almeno di striscio, la questione dell'immigrazione: l'Unione europea si accinge a discutere del prossimo bilancio; nelle prossime settimane e nei prossimi mesi, non in questo Consiglio europeo, si tornerà finalmente a discutere della divisione del bilancio dell'Unione europea. A mio giudizio, è fondamentale che l'Italia sia promotrice di una posizione durissima nei confronti di quei Paesi che fanno parte dell'Unione europea, che hanno ricevuto molti denari dalla comune appartenenza, che hanno ricevuto molti fondi per rilanciare i propri territori e che, in questa fase, si stanno smarcando dai propri impegni assunti formalmente di ricollocazione degli immigrati (Applausi di deputati del gruppo Partito Democratico). Lo dico perché su questo punto vorrei che il mandato fosse forte e fosse il più possibile ampio, non soltanto della maggioranza; dire con chiarezza che ai compiti che derivano dalla appartenenza all'Unione europea corrispondono uguali obblighi è un elemento a mio giudizio cruciale in questa fase. Gli aspetti positivi vanno bilanciati anche con gli aspetti negativi o presunti tali e, se qualcuno si impegna a ricollocare fratelli e sorelle migranti che vengono da tutto il resto del mondo, è altrettanto evidente che bisogna dire che il bilancio dell'Unione europea, che partirà dal 2020, dovrà fare chiaramente riferimento a chi dice «sì» e a chi dice «no» rispetto alla ricollocazione.
Vi è poi un terzo elemento che trovo particolarmente significativo, che non è quello economico, che sarà affrontato nel Consiglio di dicembre. Permettetemi di esprimere la mia valutazione sul fatto che soltanto in Italia le considerazioni che vengono dall'Unione europea, dalla Commissione europea e dalle istituzioni europee occupano pagine intere di giornali, mentre altri Paesi sono molto più abituati a ricevere e accogliere i suggerimenti e poi a fare come meglio credono senza che si crei puntualmente uno psicodramma nazionale.
Si spiega forse così la discussione sulle virgole, che stiamo facendo anche in queste ore in Italia, a fronte di un elemento oggettivo che è quello che l'Italia è il Paese con la rotta di discesa del deficit più significativa e che, rispetto ad altri Paesi che vengono sempre citati come punti di riferimento della crescita, ha un deficit che è inferiore alla metà, perché capite che una cosa è fare percentuali di crescita significative con il 2,4 di deficit, altra cosa è con il 5,1 di deficit, ogni riferimento alla Spagna è puramente voluto.
Il punto, però, che sarà affrontato nella discussione invece di giovedì e venerdì della settimana prossima è riferito alla questione di politica internazionale. Discuteremo della Russia, sì certo, e di conseguenza discuteremo della Siria, della situazione drammatica del Medio Oriente e della necessità per i nostri Paesi di svolgere un ruolo finalmente propositivo. Questo appuntamento per l'Italia sarà preceduto da un importante e rilevante meeting internazionale, la visita di Stato che il Presidente degli Stati Uniti ha chiesto al nostro Paese, alla quale ci ha invitato e che ci vedrà a Washington da lunedì a mercoledì. È un fatto particolarmente significativo perché avviene dopo un numero considerevole di anni, ma anche perché testimonia un rapporto molto forte tra gli Stati Uniti e l'Italia che il Presidente Obama ha definito, nel messaggio al Columbus Day degli scorsi giorni – il Columbus Day è oggi, ma il messaggio è degli scorsi giorni – come un rapporto che conosce oggi il livello più alto della sua storia.
Elemento, dunque, che ci inorgoglisce e che sinceramente corrisponde dal nostro osservatorio a verità. Mai come in questa fase l'Italia vede negli Stati Uniti il punto di riferimento della propria amicizia internazionale, ma anche della propria possibilità di crescita dal punto di vista economico. Si parla molto della grande e importante relazione con il Far East: è vero, è straordinaria e cruciale; tutti noi siamo impegnati anche se abbiamo le nostre opinioni sullo status di economia di mercato per la Cina ed anche se abbiamo le nostre opinioni sul fatto che probabilmente l'Unione europea debba scegliere una linea di politica commerciale che non sia tergiversante come quella che abbiamo visto sino ad oggi, dove tra Commissione, Consiglio e Parlamento ciascuno ha una propria opinione che non collima con quella degli altri. Ma il rapporto con gli Stati Uniti d'America è un rapporto che, a nostro giudizio, è cruciale anche sotto i profili economici. Non è un caso che, dall'agroalimentare all'industria della difesa, molte delle occasioni e delle potenzialità che sono oggi sul nostro scacchiere sono potenzialità che hanno negli Stati Uniti il punto di riferimento.
Tuttavia, prima di ogni valutazione economica, politica o tattica, c’è una convinzione profonda: noi stiamo dalla parte degli Stati Uniti nella visione del mondo perché pensiamo che i valori di libertà e di lotta contro la paura e contro una visione catastrofista del futuro e incapace di dare alle democrazie e alla democrazia un ruolo anche per il domani, questo tipo di sguardo sul mondo sia uno sguardo che noi condividiamo profondamente con l'amministrazione guidata da Barack Obama. Noi pensiamo che stare dalla parte della libertà, dell'innovazione, della curiosità, del coraggio e del futuro significhi, ad esempio, votare a favore dell'Accordo sul clima fatto a Parigi, in particolar modo su impulso americano, e non solo; e mi spiace che non tutte le forze politiche, che fanno riferimento alle varie forze politiche europee, abbiano avuto la forza e il coraggio di votare a favore di un accordo che è cruciale per il futuro dei nostri figli (Applausi di deputati del gruppo Partito Democratico), per lo stesso motivo per il quale oggi noi siamo convinti che l'Unione europea debba recuperare un elemento identitario, e su questo chiudo.
Discuteremo nel merito delle singole voci e io credo che sarà molto interessante coinvolgere le voci che sono arrivate dal Parlamento europeo. La prima, guidata da un'italiana, Mercedes Bresso, con Brok, un rapporto significativo che viene proprio dal Parlamento europeo in ordine al futuro delle istituzioni europee a trattati invariati. La proposta di Beres, quella di Böge, quella di Verhofstadt. Il Parlamento europeo, cioè, ha messo in piedi gruppi di lavoro di diverso colore politico e lo ha fatto nella convinzione di poter dare un contributo positivo, chiarito il fatto che l'Europa è a un bivio. Stavolta rischia sul serio. L'Europa stavolta rischia sul serio di non apparire più come il luogo della speranza per le nuove generazioni. Il Parlamento europeo, senza guardare la propria casacca, si è messo insieme e si è messo a lavorare. Credo che questo sia il punto chiave e il punto cruciale sul quale noi dobbiamo e possiamo lavorare. E vorrei proporre a questo Parlamento, per suo tramite, signora Presidente, di arrivare all'appuntamento di Roma 2017 con un lavoro per alcuni aspetti analogo, propositivo.
Roma 2017 rischia di essere uno spartiacque, particolarmente interessante per l'Italia, ma soprattutto decisivo per l'Europa. È lo spartiacque nel quale vedremo se continuare a discutere di piccoli emendamenti burocratici e tecnocratici o provare a tornare a mettere al centro degli ideali.
Ho trovato allucinante una parte della discussione di queste settimane in Italia. Qualcuno mi ha detto: «Ma come ? Chiedete di scomputare dal Patto le spese per il terremoto» ? E la risposta è minima perché, secondo voi, un Paese come il nostro, che in sette anni ha vissuto tre terremoti, come quello de L'Aquila, dell'Emilia e adesso quello di Amatrice, Accumuli e Arquata, può permettersi di soggiacere a regole burocratiche teoriche e scritte in modo discutibile e comunque interpretabile, ciascuno nel modo che preferisce, per non guardare alle esigenze dei propri concittadini ? È inaccettabile anche soltanto che qualcuno lo pensi; anzi, lasciatemi dire che sono particolarmente fiero dell'atteggiamento che i sindaci e gli amministratori dei territori delle Marche e del Lazio, ma anche dell'Umbria e dell'Abruzzo, stanno avendo in queste ore sentendo il sostegno dell'intera comunità nazionale, indipendentemente dal credo politico e dalla visione filosofica(Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico). Aver visitato ieri quei luoghi mi ha dato la netta impressione e sensazione che l'Italia sia un Paese molto più forte di quello che spesso ci raccontiamo. Naturalmente c’è bisogno di lavorare sulla prevenzione, c’è bisogno di far tesoro delle pagine negative, c’è bisogno di conservare la memoria delle persone che sono cadute. E riabbracciare ieri una signora che avevo visto l'ultima volta ad Ascoli Piceno durante il funerale mi ha fatto pensare a tutto quello che hanno passato loro in questi quaranta giorni, mentre noi in questi quaranta-cinquanta giorni abbiamo fatto tante cose. Io ho guardato la mia agenda proprio mentre tornavano in macchina e pensavo «sei stato qui, sei stato là, hai partecipato alle iniziative» e in quei giorni quelle nostre connazionali e quei nostri connazionali sono stati accompagnati comunque da un'assenza quotidiana, ogni giorno, ogni notte. Credo che sia un dovere che la comunità italiana faccia sentire con forza la propria vicinanza e dica all'Unione europea che non c’è alcuna discussione possibile in ordine agli impegni che noi abbiamo nei confronti di quelle comunità ma più in generale nei confronti di tutti gli italiani che hanno un figlio che va a scuola e che hanno il diritto di vedere investito ciò che serve sull'edilizia scolastica.
Ma Roma 2017 ha un'ambizione più grande di questa. Roma 2017 è l'ambizione di poter raccontare alle nuove generazioni che cosa può essere l'Europa e allora la mia proposta, signora Presidente, è che i gruppi parlamentari, nelle forme e nelle autonomie che riterranno di voler utilizzare, aiutino, come è accaduto al Parlamento europeo, senza distinzioni, lavorando insieme sulla base di alcune proposte precise, puntuali e concrete ma anche sulla base di un ideale condiviso. Quando il capogruppo del PPE al Parlamento europeo, che come è noto ha avuto con noi qualche discussione accesa sia in occasione del lancio del Semestre italiano che a conclusione del medesimo, lancia il programma per i diciottenni dell'Interrail gratuito, lancia una proposta che può essere condivisa o meno, per quello che vale il gruppo del Partito socialista al quale molti di noi appartengono ha risposto positivamente, ma lancia una proposta che tocca un tasto vero, che l'Italia ha messo in campo da mesi, da anni: c’è bisogno di investire non soltanto in regole ma nella percezione culturale di un'Europa che sia il luogo della speranza per le prossime generazioni(Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico e Scelta Civica per l'Italia); c’è bisogno di una visione per la quale, dice Weber, aiutare i ragazzi a conoscersi gli uni con gli altri significa rafforzare il sentimento di identità e di Unione europea.
Bene, su questi temi sarebbe bello se anche il Parlamento italiano, nelle forme e nelle modalità che l'autonomia del Parlamento vorrà immaginare, accompagnasse il percorso del 2017 Roma, perché l'appuntamento di giovedì e venerdì prossimo sarà importante per i motivi che vi ho detto, quello di dicembre sarà concentrato significativamente sulle questioni dell'economia, a febbraio un summit informale a La Valletta a Malta, l'apertura ufficiale dell'articolo 50 ai sensi del Trattato della procedura di Brexit, ma se noi non comprendiamo che in questa fase, in questo tornante della storia, come avrebbe detto un grande amministratore locale con il cuore spalancato sul mondo, c’è la necessità di avere uno sguardo che tenga insieme la concretezza con l'orizzonte ideale, bello e nobile della buona politica, se non comprendiamo questo non saremo considerati presenti a uno degli appuntamenti più rilevanti: il rilancio dell'Unione europea, unica istituzione che ha garantito settant'anni di pace a questo continente e oggi profondamente minata da discussioni e divisioni di piccolo cabotaggio. Solo tornando a volare in alto si potrà apprezzare la bellezza dell'Europa.