Data: 
Mercoledì, 12 Ottobre, 2016
Nome: 
Andrea Romano

Signora Presidente, la nostra discussione sull'Europa ancora oggi si svolge sullo sfondo di una profonda crisi del multilateralismo, un fenomeno che sappiamo essere ormai globale, che vede il crollo verticale della fiducia nella possibilità che le istituzioni internazionali possano essere gli strumenti giusti ed efficaci per governare il mondo e le sue crisi. Questo incrinarsi della fiducia nelle istituzioni sovranazionali è mossa da un potente ritorno della sovranità, o meglio, di una forma specifica di sovranità, una forma angusta e limitata, una forma di sovranità che sembra rifiutare la possibile e necessaria integrazione tra i diversi interessi nazionali e l'interesse generale della comunità internazionale. Questa integrazione però, difficile e complicata ma comunque possibile e necessaria, è stata – lo dobbiamo ricordare – la forma specifica attraverso la quale la comunità internazionale si è governata dopo la fine della guerra fredda. L'interesse nazionale italiano è dentro questa rappresentazione multilaterale e noi siamo una nazione consapevole che solo svolgendo fino in fondo il proprio ruolo di Paese forte dentro le istituzioni internazionali di cui siamo parte si possa promuovere appunto quel nostro interesse e quindi il benessere dei nostri cittadini, la speranza di un futuro migliore per le future generazioni che ricordava adesso il Presidente del Consiglio. È un'idea forte e insieme realistica dell'interesse nazionale italiano, un'idea che anima e promuovere la nostra azione dentro l'Unione europea, perché finalmente essa comprenda che solo tornando ad occuparsi dei bisogni dei cittadini potrà essere superata la gravissima crisi in cui è precipitata ed è un'idea questa che è legata alla realtà di quello che ci circonda, perché coloro che parlano di uscita dall'Unione europea non dicono tutta la verità agli italiani così come non la dicono ai cittadini di quei Paesi diversi dall'Italia di cui fanno parte, perché se dicessero tutta la verità allora dovrebbero aggiungere che fuori dall'Europa non c’è maggior benessere, non c’è maggiore giustizia, non c’è maggiore futura, ma tutto il contrario del benessere, della giustizia e appunto del futuro. L'esempio britannico, d'altra parte, che ricordava adesso Presidente il Consiglio è lì a dimostrarcelo: dopo la decisione di uscire dall'Unione europea per i cittadini di quel Paese, di quel grande Paese, non si è aperta una prospettiva di maggiore crescita e di maggior benessere, ma al contrario una spirale fatta di decrescita e con una previsione fatta dallo stesso Governo May di un meno 7,5 per cento del PIL per i prossimi 15 anni, una spirale di minori investimenti, di rischi crescenti di disoccupazione, di impoverimento del ceto medio, di ulteriore aggravamento delle condizioni dei più deboli e di esplosione di sentimenti di chiusura e di rifiuto del mondo esterno. Quindi di fronte a questo scenario la prima e fondamentale ragione del nostro essere europeisti è ancora oggi la stessa che spinse i nostri padri e i nostri nonni a scegliere la strada dell'Unione europea, ovvero l'interesse nazionale che ricordavo un attimo fa. Come allora fu chiaro ai padri fondatori che l'interesse degli italiani dopo la catastrofica stagione delle guerre fasciste era solo ed esclusivamente dentro il progetto comunitario, oggi è altrettanto chiaro che fuori dall'Unione europea non c’è alcun modo per difendere gli interessi, il benessere e il futuro degli italiani e delle italiane. Il nostro europeismo è autentico e fondato su concrete ragioni di fatto e privo di retorica e proprio questo nostro europeismo così concreto ci spinge a lavorare affinché l'Unione prenda consapevolezza del rischio che stiamo correndo tutti insieme noi Stati membri dell'Unione e insieme realizzi quella svolta necessaria per riacquistare vitalità e insieme per evitare che le spinte di sfiducia e disgregazione che vengono da numerose parti del continente prevalgano sulla condivisione di un destino e di un futuro comune. È una svolta che potrebbe permettere e che dovrebbe permettere all'Unione di uscire da quel frenetico immobilismo ben descritto da Habermas e di potersi finalmente declinare al futuro. La nostra quindi è una visione concreta di quello che conviene alle nostre famiglie, lo sanno bene anche coloro che giocano con le paure degli italiani promettendo muri che avrebbero solo l'effetto di nascondere lo sguardo e di limitare il benessere e la sicurezza dei cittadini, coloro che confondono la sovranità con l'isolazionismo, facendo finta di non ricordare che la traduzione concreta di isolamento non è il controllo del proprio destino ma la promozione di conflitti che sulla vita delle nostre comunità nazionali non possono che avere effetti molto negativi. Per questo siamo e restiamo europeisti, per questo rispondiamo con la forza e con gli argomenti concreti di un europeismo non retorico ma ben piantato nelle ragioni reali del nostro progetto comunitario. Ma c’è una differenza per l'appunto tra l'essere politicanti come coloro che sostengono che il benessere degli italiani sia nell'uscita dall'Unione e interpretare invece una responsabilità politica dinnanzi al nostro Paese. Per questo la nostra risposta è l'impegno con il quale il Governo e il Partito Democratico stanno lavorando per rilanciare il progetto comunitario dinanzi a due grandi rischi che stiamo correndo: il rischio, ormai consolidato, dell'insufficiente capacità di accompagnare la crescita delle nostre economie e di condividere il peso delle emergenze migratorie e il rischio, più recente, della dissoluzione di fronte all'emersione di un potente sentimento di scetticismo popolare. Due rischi sui quali questo Governo e questa maggioranza stanno lavorando dal giorno uno, con una direzione di marcia assolutamente chiara, una direzione sulla quale esiste un ampio consenso nel Paese e intorno alla quale possono certamente ritrovarsi, anche in quest'Aula, maggioranza e opposizione, nel nome di quella responsabilità e di quell'interesse nazionale su cui, io credo, concordiamo molto più di quanto dichiariamo. La direzione di marcia è quella di non demonizzare lo scetticismo, perché qualunque sentimento di sfiducia quando poggia su una base popolare autentica ha una sua base di realtà che non può essere liquidata con la supponenza di un'alzata di spalle, ma di rispondere a quello scetticismo con politiche concrete e, dunque, con quel cambio di marcia che deve permettere all'Unione di essere più efficace su crescita, lavoro e gestione dei flussi migratori. Il che significa, nella sua concretezza, impegnarsi, come si sono impegnati il Partito Democratico e questo Governo, affinché vi sia una svolta radicale e percepibile dell'Unione europea sui temi del lavoro e degli investimenti, senza perdere la serietà di bilancio ma senza impedirsi di guardare al futuro, perché futuro significa investimenti, spazi per la crescita, condivisione degli oneri in tema di migrazione, esattamente i temi sui quali il Governo ha aperto un fronte molto netto nel dialogo con Bruxelles, lavorando con tenacia per convincere i nostri partner europei dell'assoluta necessità di una svolta. 
Oggi è ormai chiaro a tutti – e vado alla conclusione – che all'Unione europea e agli stessi europeisti è richiesta quell'intelligenza del cambiamento che l'Europa comunitaria ha saputo mostrare tante volte nei suoi momenti migliori nel corso della sua storia. Non sempre è accaduto, questo è vero, ma ci sono state occasioni in cui, appunto, l'Europa si è mostrata miope e testarda, proseguendo, solo per inerzia, politiche che avrebbero dovuto essere archiviate una volta esaurito il proprio compito. Questo è il rischio concreto che l'Europa sta correndo proprio in questo periodo. Ma in tante altre occasioni, appunto nelle sue occasioni migliori, l'Europa comunitaria si è rivelata lucida e coraggiosa, capace, per l'appunto, di quell'intelligenza del cambiamento che serve oggi di fronte alla sfida che abbiamo di fronte. Fu l'intelligenza, ad esempio, di quei leader che seppero partire dalla condivisione della produzione del carbone e dell'acciaio nelle regioni del continente dove tante volte gli europei si erano massacrati proprio per contendersi carbone e acciaio; fu l'intelligenza di aprire la stagione della messa in comune di maggiori garanzie sociali o della frontiera del mercato comune; e fu anche l'intelligenza di rispondere al crollo del comunismo, aprendo le porte a popoli europei che erano stati esclusi per decenni dalla civiltà occidentale, proprio quei popoli – lo dico con un po’ di tristezza – che oggi sono rappresentati da leadershippolitiche che chiudono le frontiere invece di seguire l'esempio che fu dato loro da Paesi che li accolsero poco più di vent'anni fa. 
Oggi all'Unione europea è richiesta la stessa intelligenza del cambiamento che seppe mostrare in quelle fasi tanto positive della nostra storia comune e oggi l'intelligenza del cambiamento si chiama coraggio di una svolta verso investimenti, lavoro, condivisione delle politiche migratorie e, finalmente, apertura verso il futuro. È esattamente la frontiera sulla quale sta lavorando il Partito Democratico e questo Governo.