A.C. 3393-A
Grazie signor Presidente, signora Ministra, cari colleghi e care colleghe, è evidente che la nostra discussione su questo decreto, e sugli atti che nell'Aula del Parlamento andremmo a esaminare nei prossimi giorni, sono figli anche di un momento della storia del nostro continente che è assolutamente scossa da un fatto di natura straordinaria. La nostra commozione che come Gruppo del PD, insieme al nostro capogruppo, abbiamo testimoniato già dalla giornata di sabato all'ambasciatrice è di solidarietà con il popolo francese e con Parigi. È la solidarietà ai nostri valori toccati da questo atto barbarico ed è soprattutto voglia di reagire. La libertà è più forte delle barbarie, abbiamo detto, i nostri valori fondanti sono più forti di questo atto di terrore. Ha detto il Presidente della Repubblica: intransigenza, decisione e fermezza contro un nemico che è quello della violenza, dell'oscurantismo e del fondamentalismo, di un'idea totalitaria di islamismo che si sta affermando non solo su quel terreno che va tra la Siria e l'Iraq, ma che ha scelto di portare atti di barbarie e di grande forza evocatrice anche in altri parti del nostro continente. È successo a Parigi, ma prima era successo nel Sinai, a Beirut, così come abbiamo visto nei mesi passati con una lunga serie di rivendicazioni che hanno fatto sì che quella rete di terrorismo, di fondamentalismo e di idea totalitaria della politica e della religione si strutturasse. Abbiamo pianto il 7 gennaio scorso Charlie Hebdo e ci siamo stretti tutti quanti a Parigi, l'Europa, i grandi leader della comunità, legati in una coalizione internazionale, ma è evidente che quello che è successo venerdì ci chiama a delle responsabilità nuove, perché lo scenario che da troppo tempo si dipana nel Medioriente è uno scenario di conflitto, di dissoluzione dello Stato e soprattutto dell'avanzare di un'idea totalitaria che non guarda alle minoranze, che non guarda al rispetto dei diritti umani e che soprattutto vuole allargare lo spettro della paura al di là dei confini. È evidente che il nostro richiamo, anche in queste Aule parlamentari, sarà sempre all'unità. L'unità delle forze politiche, l'unità al di là delle polemiche strumentali, al di là delle polemiche, come ha detto giustamente il nostro Presidente del Consiglio al G20 in Turchia, perché l'unità non è solo un valore, ma è un elemento di forza ed è un elemento di forza per il nostro Paese, per il continente europeo e per gli alleati che, dentro una coalizione nata nell'agosto del 2014 (lo ricordo con una risoluzione delle Nazioni Unite, la 2178), hanno dato vita a uno schieramento largo che in include Paesi della regione, Paesi arabi sunniti e molti Paesi europei e che dal 2014 sono già intervenuti su quel terreno per contrastare, sia in Siria, sia in Iraq l'avanzata di Daesh-ISIS. Noi vogliamo con questi atti parlamentari (oggi con la conversione del «decreto missioni», che io spero tutte le forze politiche in maniera seria e serrata, a breve, riescano, già nella giornata di domani a portare a termine), dare un segnale al nostro Paese di una reazione che fa parte di una strategia. Noi sappiamo che per sconfiggere questo totalitarismo fanatico islamista serve una grande alleanza culturale dentro i confini dell'Europa e fuori. Serve rafforzare la cooperazione per far sì che i Paesi non scendano dentro quello che è un tunnel che porta molti delle giovani generazioni a sognare un sogno folle e totalitario. Sappiamo che serve cooperazione, sviluppo, impegno culturale, ma serve anche alzare il livello della cooperazione politica e militare della coalizione che sta fronteggiando l'ISIS. Venerdì abbiamo sofferto per Parigi e la prima risposta è stata a Vienna, dove l'Italia con altri Paesi della regione e membri del Consiglio di sicurezza hanno abbreviato quelli che sono i ritardi colpevoli per la risoluzione del conflitto civile siriano; 250 mila morti, tanti profughi che sono arrivati in Europa scappando proprio da quel terrore e da quegli orrori del Daesh. Noi sappiamo che la coalizione che si è formata, e che deve in queste ore rafforzare l'impegno e l'azione, non solo deve sanare la ferita della guerra per procura siriana, ma deve far sì che si muova unitariamente dentro un quadro di azione.
L'Italia che fa ? Abbiamo provato a spiegarlo dell'agosto del 2014, quando con un voto parlamentare abbiamo aderito alla coalizione anti-Daesh, e abbiamo scelto in questa coalizione (lo confermiamo con questo «decreto missioni» e con la missione militare Prima Parthica) di aiutare le popolazioni e soprattutto le forze che in campo stanno fronteggiando l'avanzata dell'Isis. Abbiamo schierato addestratori, più di cinquecento, fornito mezzi militari e sostegno, perché sappiamo benissimo, e l'abbiamo visto nella battaglia di Sinjar di pochi giorni fa, che le forze in campo che stanno difendendo il proprio Paese, l'Iraq e la Siria, sono forze che ovviamente hanno bisogno della comunità internazionale. Questo basta ? Io non credo, è importante che l'Italia sia forte dentro questa coalizione. Siamo quelli che donano in termini di sostegno molto, ma chiediamo alla coalizione, chiediamo agli attori che sono sul terreno, a partire dagli Stati Uniti, dalla Russia, dai membri del Consiglio di sicurezza, che adesso, di fronte a queste tragedie e di fronte a questo scenario che si allarga oltre i confini della Siria e dell'Iraq, di avere più coordinamento politico, di essere più uniti nella soluzione, nella transizione siriana che porti quel Paese fuori dalla guerra civile e che contrasti su tutto il campo, culturale, in termini di cooperazione, di taglio netto dei finanziamenti e di sostegno alle forze schierate sotto la bandiera nera e che faccia sì che la comunità internazionale, non solo una parte, liberi quei territori e liberi innanzitutto quei popoli da una guerra che è primariamente dentro l'Islam, di chi vuole costruire uno scisma religioso, politico, prendere in ostaggio popoli che vivono in quella parte del mondo e costruire un sogno folle totalitario Noi pensiamo che in queste ore il tono della discussione, per le paure vocate e per le paure che sono presenti non solo nella comunità italiana, ma in Europa, sia un qualcosa che si deve legare alle paure, alle tragedie, agli orrori che in quella parte del mondo si vivono dal 2011. L'alleanza che deve avere un carattere – ripeto – culturale, di cooperazione, di sostegno politico e anche di azioni di intervento di repressione delle forze terroristiche, si deve legare a un'idea di globo e di multilateralismo che negli ultimi anni è assolutamente saltata; è squilibrata e non vede tutti i protagonisti lavorare nella stessa direzione. Certo, tanti errori si sono fatti. Tanti errori si sono fatti nel recente passato. Se quei territori sono figli impauriti e pervasi dalla guerra questo è anche frutto delle scelte scellerate fatte all'inizio di secolo scorso, quando si decise di esportare la democrazia sulla punta di una baionetta, producendo più disastri e più divisioni e rendendo quei Paesi figli di un'instabilità. Dal 2011, le rivolte arabe per molti dei Paesi, a partire dalla Siria, si sono sviluppate rendendo quegli scenari, quelle popolazioni preda di una guerra civile. Sta a noi, nel momento della tragedia, usare toni giusti, togliere da mezzo polemiche e divisioni e cercare di alzare il livello della collaborazione internazionale di tutti i soggetti, a partire dall'Europa, per una soluzione che sia, come ho ripetuto più volte, usata su più livelli, culturale, di cooperazione, di soluzione politica e diplomatica e di repressione. Non può mancare nessuno di questi anelli e tutto ciò deve essere svolto in unità a livello di forze politiche e istituzionali, in unità di Governi che sono dentro una coalizione internazionale che da tanto tempo sta lavorando, spesso con risultati ancora non sufficienti. È evidente, e vado a concludere, che il nostro impegno come Italia a livello di missioni internazionali è nel segno dell'articolo 11 della Costituzione, perché sappiamo benissimo che il multilateralismo oggi è fatto anche di un impegno per la stabilizzazione e per la pace. Che cosa sarebbe il Libano se non fossero schierate le truppe sotto bandiera dell'ONU per far sì che quel Paese scosso dalla guerra per procura siriana non scivoli in un'ecatombe anche più dolorosa ?
Che cosa sarebbe il nostro intervento, insieme a tanti alleati, dal Corno d'Africa all'Afghanistan, al centro Africa, alla Terra Santa pervasa da odio, se noi non stessimo sotto l'ombrello delle Nazioni Unite anche con missioni nuove come quella Eunavfor Med in base alla risoluzione 2240/2015 delle Nazioni Unite ? Se non ci fosse questo multilateralismo e questo impegno, io credo, che il quadro di sconforto, di paura, di disperazione, oggi, sarebbe ancora più drammatico. È orgoglio dell'Italia, e credo di tutte le forze politiche, sostenere le nostre missioni, sostenere il nostro impegno, perché non è figlio solo dell'utilizzo dello strumento militare, ma di una logica della convivenza pacifica, di risoluzione politica dei conflitti, soprattutto per guardare ai conflitti, quelli più recenti, e a tutti gli elementi che stanno sotto gli occhi della nostra attenzione. Parigi apre uno scenario completamente differente. Quell'attentato ricorda Mumbai nel 2008, dieci attacchi e tante vittime, ricorda la strage a Garissa nell'università keniota di studenti cristiani. È una violenza cieca, non solo contro simboli, ma contro persone inermi, contro ragazzi, giovani, studenti. È una violenza contro l'umanità, come contro la nostra connazionale Valeria che cercava, e cerca ancora oggi, di dar vita a un'idea di convivenza, di pace e di aiuto in tutti i settori della nostra società. È a questa violenza che noi dobbiamo rispondere con tanti strumenti che messi insieme fanno la forza, soprattutto se sospinta dall'unità. La nostra opinione pubblica è scossa in Italia, come in tutti i Paesi europei. Questa scossa deve vedere noi, che crediamo nei valori fondanti della convivenza pacifica dei diritti e delle libertà, unirci, non per superare le differenze tra di noi, ma per dare un messaggio: la pace, e il coraggio di difendere la pace, sono più forti delle barbarie e di qualsiasi totalitarismo.
Per questo, nella conversione di questo decreto e di tutti gli atti che approveremo nei prossimi passaggi, anche nella legge di stabilità, il nostro messaggio sarà quello di tentare in maniera anche orgogliosa, modesta, senza aver paura delle polemiche, di trovare dei punti di condivisione, perché credo che questi sono all'altezza di un grande Paese, in un momento della storia in cui tutti siamo chiamati a dare una risposta, per difendere i nostri valori e non per modificarli sotto l'istinto della paura. Vi ringrazio.