A.C. 3393-A
Grazie, signor Presidente, signora Ministra, signor sottosegretario, onorevoli colleghe e colleghi, stiamo svolgendo questa discussione generale sulle missioni internazionali con il fragore delle armi a Parigi ancora nelle orecchie, le esplosioni, le urla; lo hanno detto anche quanti mi hanno preceduto. Davanti agli occhi scorrono quelle immagini drammatiche che ci dovrebbero ricordare e che ci ricordano che quando facciamo politica, prima di occuparci di idee, ci occupiamo di persone. Di più: che la realtà è fatta di persone, che non viviamo nel mondo delle idee.
La proroga delle missioni internazionali che ci viene chiesta oggi cade all'indomani di quei fatti drammatici e proprio quei fatti ci impongono un di più di razionalità e un'analisi improntata a concretezza, direi quasi a logica. Il delicato ruolo che ricopriamo in quest'Aula e le responsabilità non ci permettono, non dovrebbero permetterci, di abbandonare la nostra mente a giudizi, per così dire, di pancia, alle passionalità spicce del momento. Ce lo chiede la stessa pietas, questo sì un sentimento che dobbiamo coltivare e che non ci deve abbandonare, con cui guardiamo a quei poveri corpi senza vita di Parigi. Le nostre missioni internazionali, e dunque persone: persone i militari che partecipano a queste missioni; persone i civili che vivono nei teatri di conflitto in cui si svolgono le missioni; persone quanti operano, in quelle stesse regioni, nei programmi di aiuti delle organizzazioni non governative, della Croce rossa e anche di missioni e comunità religiose.
Con la logica stringente delle necessità impellenti di ogni giorno, dei sacrifici individuali, purtroppo della sofferenza delle persone, abbiamo a che fare. Spetta a noi decidere se intervenire in questi scenari, come farlo, le strategie, le politiche, le alleanze, e la responsabilità che grava su di noi, sulle nostre coscienze, è enorme. Dico tutto questo, signor Presidente, perché la tentazione di ridurre tutto a slogan o, nella migliore delle ipotesi, a ideali manifesti di principio è forte e, in fondo, anche un po’ comoda.
Mancano straordinarietà e urgenza al decreto-legge, ho sentito dire anche oggi, anche poco fa. Ma come valutare questa straordinarietà e questa urgenza, se non con riferimento alla sofferenza di quelle persone che prima ho elencato ? O abbiamo bisogno che sia stampigliato sul provvedimento «straordinario e urgente» ? A noi, tuttavia, spetta la strada scomoda delle soluzioni da cercare, delle decisioni da assumere, la fatica vera del fare politica, e non sono mai decisioni facili.
E, dunque, mentre ci accingiamo a confermare le missioni internazionali per quest'ultimo scorcio del 2015 e in attesa della legge, già approvata da questa Camera, adesso al Senato, che disciplinerà organicamente le missioni internazionali, con questo quesito dobbiamo confrontarci: le nostre missioni arrecano danno o beneficio a tutte quelle persone che prima ho elencato ? È danno o beneficio per il nostro personale militare, che è tenuto professionalmente, per così dire, ad assumersi anche dei rischi ? È danno o beneficio per quel personale che, in modo tanto appassionato, ha accettato un mandato spesso così rischioso all'interno delle organizzazioni non governative ? E, soprattutto, colleghe e colleghi, è danno o beneficio per quelle popolazioni martoriate da anni di guerra civile, da massacri, da distruzioni ?
Notevole è il programma di aiuti che le missioni prevedono su un'area geografica vastissima ed eterogenea. Basta scorrere il dispositivo del decreto-legge: sostegno ai civili e alla ricostruzione previsto dall'Afghanistan all'Etiopia, dal Mali alla Libia, dalla Somalia alla Palestina.
Più in particolare, proseguirà l'impegno italiano in Afghanistan, di sostegno alle popolazioni della provincia di Herat; sarà supportato il rientro degli sfollati iracheni nei rispettivi territori di origine, una volta liberati dall'occupazione di Daesh; sarà difeso il patrimonio culturale iracheno sopravvissuto alle guerre e alle demolizioni dei fondamentalisti. Aiuti sanitari saranno inviati al Kurdistan iracheno, aiuti alla popolazione siriana, laddove il conflitto lo permetta, e anche ai profughi siriani che hanno trovato rifugio nei Paesi confinanti, senza dimenticare la partecipazione alla ricostruzione della Palestina e, poi, il salvataggio quotidiano nel Mediterraneo, da parte delle unità della nostra Marina, delle popolazioni in fuga dalla guerra.
E, ancora, i programmi che saranno realizzati per determinate categorie: disabili, minori, donne vittime di abusi e di violenze. È evidente che si tratta di progetti che richiedono investimenti notevoli e che le risorse in campo appaiono ancora insufficienti; tuttavia, non possiamo non valutare in termini positivi che, rispetto al passato, siano stati aumentati gli stanziamenti per la cooperazione.
L'appello che, quindi, faccio al Governo – più pensando alle prossime missioni che a quella oggi in discussione che scadrà il 31 dicembre – è proprio un ulteriore incremento delle risorse, tanto più che il nostro programma di intervento all'estero non si realizza solo in termini di aiuti alla cooperazione, ma vede pure le nostre forze impegnate attivamente in programmi di polizia e in azioni di supporto e formazione delle forze militari locali, a loro volta impegnate nella lotta contro il fondamentalismo.
Se questo è in estrema sintesi lo scenario che abbiamo davanti, a mio avviso, ci sono due errori di valutazione che dovremmo evitare, errori in cui molti di noi incorrono e in cui anche oggi qualcuno è incorso. Il primo errore è giudicare le missioni internazionali esclusivamente in riferimento a quelle serie di gravi errori che nel recente passato hanno commesso alcuni Governi impegnati in politica estera e che spesso sono state la causa prima della situazione in cui ci troviamo. L'abbattimento del dittatore iracheno non ha visto una gestione adeguata del dopoguerra e alla fine ha aperto la strada alle formazioni terroristiche di matrice sunnita che in questi mesi hanno costituito Daesh. E valutazioni analoghe potremmo farle per la Libia e la più recente caduta di un altro dittatore, Gheddafi, fortissimamente voluta da Sarkozy, com’è noto: anche in questo caso una gestione inadeguata del dopoguerra, un altro errore madornale. E quello che è la Libia oggi è davanti ai nostri occhi e nelle stesse carte di queste missioni che oggi analizziamo, che pure di Libia parlano.
E tuttavia, colleghe e colleghi, gli errori gravi e gravissimi di ieri, gli stessi enormi interessi economici che – è inutile nascondercelo – hanno talvolta originato quelle scelte di politica estera non sottraggono nulla all'urgenza dei problemi odierni e alla radicalità delle decisioni che abbiamo innanzi e a cui tentiamo di rispondere con queste missioni internazionali. Gli errori di ieri non sottraggono nulla alle nostre responsabilità di oggi, che ci appellano ad un impegno nello scenario internazionale.
Il secondo errore in cui incorrono in molti è riconoscere sì l'urgenza odierna e la radicalità drammatica dei problemi, ma convincersi che non si debba rispondere ad essi con le missioni internazionali, ma esclusivamente tramite la ricerca di trattative e l'avvio di tavoli di pace, confondendo così due distinti strumenti di politica estera, come fossero alternativi l'uno all'altro. Ma così non è. Le missioni internazionali possono rispondere a problemi connessi alla sicurezza oggi, all'urgenza del terrorismo oggi, alla minaccia di Daesh oggi. Per portare la pace, però, quella vera, occorrono gli strumenti della diplomazia, la definizione degli intermediari, l'avvio delle trattative, la costituzione dei tavoli diplomatici e occorre tempo. E dunque le missioni da sole non possono nulla, senza l'attenzione continua della diplomazia internazionale alla ricerca della pace. Ma nemmeno la diplomazia può sperare di avere successo, senza quelle missioni internazionali che oggi possono garantire sicurezza alle ONG, assistenza ai Governi che nascono dall'abbattimento dei tiranni, corretta gestione degli aiuti umanitari alle popolazioni, protezione alle infrastrutture sopravvissute alla distruzione della guerra e senza la cui azione spesso non si possono nemmeno indurre le parti in conflitto alla ricerca della pace.
Guai a noi, dunque, se leggessimo le missioni solo come un utile strumento per rafforzare la nostra politica estera e la nostra influenza nello scacchiere internazionale, senza gli aiuti effettivi alle popolazioni e alle organizzazioni non governative e senza il contributo che le missioni possono dare all'eliminazione delle cause che hanno generato il terrorismo, giacché non basta combattere il terrorismo, ma occorre cancellarne le cause.
Allo stesso modo, guai a noi, se disconoscessimo il ruolo che le missioni svolgono, separando le parti in conflitto, dando primo soccorso a popolazioni in fuga da fame e guerra, supportando la ricostruzione. E dovremmo pure affrontare il cortocircuito generato da certa nostra industria bellica anche dopo la messa al bando delle mine antiuomo, impegnata nell'esportazione di armi spesso finite nelle mani delle unità di Daesh, basti immaginare a cosa possa essere avvenuto alle armi esportate a suo tempo al regime di Gheddafi, le stesse armi dai cui danni spesso i nostri stessi militari, impegnati nelle missioni internazionali, devono proteggere le popolazioni locali.
Guai a noi, insomma, se rinunciassimo, con il ritiro dalle missioni internazionali, alle nostre responsabilità in politica internazionale.
Certo, converrebbe volgere lo sguardo altrove, potrebbe dire qualcuno. Basta missioni, potremmo ripetere anche noi: risparmiamo una montagna di denaro pubblico, non esponiamo più le nostre forze a pericoli quotidiani e, chissà, forse non saremmo più nel mirino del terrorismo internazionale. Ma restare umani significa anche non volgere lo sguardo dall'altra parte.
Signor Presidente, da quando è stato avviato il nostro programma di missioni all'estero sono trascorsi parecchi anni, la società italiana è rapidamente mutata e si avvia a diventare compiutamente una società multietnica e multiculturale. Se ne facciano una ragione certo razzismo di casa nostra e i terroristi che, in nome di Dio, seminano morte, entrambi accomunati dall'ostilità alle società multietniche e alle società multiculturali.
Ma questa trasformazione ineludibile della nostra società non può non influire anche sulle nostre missioni internazionali, sulle missioni di domani. Dialogo, confronto, società multietnica, società multiculturale dovranno sempre più caratterizzare anche i metodi di approccio, le finalità di ingaggio delle nostre missioni all'estero, la nostra politica estera.