Dichiarazioni di voto finale
Data: 
Giovedì, 19 Novembre, 2015
Nome: 
Andrea Manciulli

A.C. 3393-A

 

Presidente, colleghi, è evidente che questo decreto-legge lo abbiamo votato tante volte e spero davvero che questa sia l'ultima volta che lo votiamo. Al Senato stanno per votare la legge che è partita da qua, la legge quadro sulle missioni, che ci permetterà una volta l'anno di fare una vera discussione sulle missioni internazionali, come si deve, perché non è normale in un decreto discutere, a ogni emendamento, degli orizzonti della politica del nostro Paese. C’è bisogno di una maggiore solennità che quella legge darà. 
Tuttavia, è evidente a tutti che quello che è accaduto in queste ore ha posto al centro il tema in origine della necessità delle missioni. Infatti, le missioni internazionali non sono qualcosa di neutro. Sono state, in questi anni, la spia di un progressivo deteriorarsi della situazione. Cominciammo con l'Afghanistan molti anni fa, poi il Libano, le missioni in Africa e altre. E non c’è nessuno che ha detto in quest'Aula che quella mappa lì delle missioni è la stessa mappa dell'insicurezza del Paese ed è la stessa mappa dell'insicurezza del pianeta. 
Oggi, purtroppo, siamo di fronte a una minaccia che comincia ad esistere anche dove non ci sono missioni. È notizia di queste ore che anche organizzazioni terroristiche delle Filippine e dell'Indonesia abbiano prestato giuramento e fedeltà allo Stato Islamico. Sono fatti che spesso vengono trascurati, ma che, in realtà, anticipano problemi dei quali bisogna occuparsi. Io credo che sia necessario un salto di qualità della nostra discussione, perché la minaccia è seria. Non possiamo accorgercene soltanto quando c’è un fatto terribile come quello che abbiamo vissuto. 
Per fare seriamente questo processo bisogna cominciare da noi stessi, bisogna cominciare anche dal nostro partito, il PD, perché chi guida il Paese deve dare per primo il senso che è cambiata la scala delle cose e lo deve fare favorendo il dialogo con l'opposizione. Per questo, nonostante i numerosissimi accenti che non condivido, non ho nessuna intenzione di partire da lì, ho intenzione di partire da ciò che è importante per il Paese e credo, da questo punto di vista, che bisogna focalizzare il punto su un grande mutamento. 
Lo diceva l'onorevole Alli, lo dicevano altri, l'avevano detto l'onorevole Cicchitto e l'onorevole Amendola all'inizio di questa discussione. Siamo di fronte a un vero cambiamento del tema della sicurezza, in cui il centro è l'emergere di una guerra asimmetrica. In questi giorni si è molto discusso, si usa il termine guerra, non si usa; io trovo questa discussione non così rilevante, è rilevante capire il mutamento che è in atto, cosa cambia, perché la guerra asimmetrica è diversa dalla guerra convenzionale, perché il versante culturale e politico diventa uno dei temi del conflitto, il principale. Lo voglio dire citando un dato: nel periodo afgano esistevano anche allora i foreign fighters. Si trattava di persone meno numerose, perché in dieci anni si arrivò al massimo a ottomila persone, oggi siamo, in tre anni, a quasi quaranta mila foreign fighters, erano persone che avevano una trentina d'anni in media, fortemente islamizzate, frutto di un élite che era largamente minoritaria. I foreign fighters di oggi hanno un'età – lo dimostra l'età degli attentatori di Parigi – che va dai diciassette ai venticinque anni, spesso hanno un'istruzione islamica veramente frammentaria, ma risentono di un'ondata diversa, culturale e propagandistica, senza precedenti ed è impossibile curare questo mostro senza partire anche da lì. 
Io credo che questa guerra ibrida la dobbiamo definire come un mostro a tre teste, c’è prima di tutto la guerra convenzionale che è stata fortemente voluta, non soltanto dai jihadisti, ma anche da ciò che rimaneva del partito Baath, delle sue élites, sia dei servizi che delle forze militari, è stata voluta perché ci si è voluti annidare nelle crepe di un sistema di confini e geopolitico che stava crollando, provando a creare uno Stato; lo voglio ricordare, perché ci fu un dibattito fra al- Zarqawi che era il capo della prima ISIS e al Zawahiri, il capo di Al Qaeda che non era d'accordo su questa evoluzione, non voleva che si provasse a costruire uno Stato, ma ci fu una decisione, una rottura, una scelta politica ed è evidente che questa scelta politica ha introdotto il secondo tema che è la guerra mediatica che ne è conseguita, perché non è uguale combattere per un un'organizzazione terroristica tradizionale come Al Qaeda e combattere per uno Stato che vuole essere il miraggio per tutti i radicali del mondo.
Il fatto di costruire uno Stato ha costruito una propaganda che è dilagata in questi anni. È qui il punto fondamentale: non basta la soluzione militare, perché il contrasto a quella propaganda è altrettanto importante. Se noi facciamo atti che fanno crescere quella propaganda, non riusciremo a battere il nemico che abbiamo di fronte. 
Per ultimo c’è il terrorismo. Il terrorismo rende questa guerra ibrida, perché è una guerra che si combatte là e si combatte dentro di noi e il fatto che si combatta dentro di noi non è secondario. Queste ore, questi giorni, sono stati scanditi dagli stadi che venivano fatti sgomberare, dagli allarmi nelle metropolitane. Abbiamo solo per un attimo misurato cosa può essere una cosa che avviene qui, dentro di noi, nei nostri confini e nessuno può prendere questo con leggerezza. Non si può dire con leggerezza che il problema è solo militare e non si può dire con altrettanta leggerezza che il problema è solo politico. Ha ragione il nostro Governo a dire che ci vuole una strategia, perché questo nemico si combatte agendo su tutti i tasti contemporaneamente. 
Chiudo sul tema dell'unità. Vedete, l'Assemblea nazionale francese, l'altro giorno, dopo i fatti, si è alzata tutta insieme a cantare la Marsigliese. A noi può sembrare normale, ma la dialettica politica che c’è in Francia, non è molto diversa dalla nostra. Anche in Francia gli accenti fra Marine Le Pen e il Governo, e anche fra Marine Le Pen e chi vorrebbe prendere il posto del Governo, la destra gollista francese, non sono teneri; in questi mesi c’è stato un dibattito veramente forte. Ma si sono alzati tutti insieme a cantare la Marsigliese. Io lo voglio dire anche valorizzando quello che abbiamo fatto: dopo Parigi, un anno fa, insieme a tante forze dell'opposizione, abbiamo costituito il gruppo «Uniti contro il terrorismo», che in questi mesi ha fatto sì che come esponenti del PD partecipassimo a importanti iniziative promosse dall'opposizione e che oggi ci vede insieme a tanti. Non ce lo ricordiamo solo ora. Il dibattito di queste ore, a mio avviso, poteva essere meglio, perché l'inno cantato insieme è meglio prima che dopo. Ci sono due cose: ci sono le analisi che ci dividono, ma c’è un tema che ci unisce, il fatto che combattere contro e difendere il Paese, quello ci riguarda tutti, anche se le analisi sono diverse.  Voglio chiudere, e chiudo davvero, ricordando secondo me il fatto più grave: erano otto kamikaze e avere otto kamikaze non ci può lasciare indifferenti, trovare otto persone che contemporaneamente sono disponibili a mettere in gioco la propria vita per quel sistema abominevole di valori, richiama in causa noi, perché a otto kamikaze si può rispondere soltanto se i valori della democrazia sono una cosa che è stata parte della politica di tutti i giorni, se li imbracciamo insieme, se siamo capaci di cantare Fratelli d'Italia prima che accada qualcosa. Questo è il dovere del nostro Paese (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico). Credo – e vi ringrazio – che per quanto sapremo superare, a cominciare da noi, le nostre visioni particolari, avremo un cammino non breve per fronteggiare questa minaccia; siamo degni dell'Italia.