Data: 
Venerdì, 21 Novembre, 2014
Nome: 
Chiara Gribaudo

A.C. 2660- A

 

Signora Presidente, signor Ministro, onorevoli colleghi, oggi interveniamo in quella che è la discussione forse più importante e realmente di fondo per una Repubblica fondata sul lavoro. Desidero partire da qui e raccogliere apertamente le parole del presidente nazionale dell'ANPI, che alcuni giorni fa spronava a chiedersi se l'articolo 1 della Costituzione sia ancora pienamente un valore. 
La risposta che deve giungere da quest'Aula, da ciascuno di noi, in un momento di così grande e profonda crisi economica, che in qualche modo anche il collega del MoVimento 5 Stelle ci ricordava poco fa, è che sì, è importante, e il sì va rinnovato, deve essere forte e convinto. 
Si è discusso molto dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, una discussione delicata e 
importante, che, potendo scegliere, mi permetto di dire, non avrei aperto nel modo in cui si è fatto. Io parto però dall'articolo 1 della Costituzione, per dire ancor più chiaramente che siamo di fronte ad un rischio, quello di pensare che i principi e i diritti siano conclusi, che siano acquisiti una volta per tutte e per tutti, che siano sufficienti a se stessi. 
I principi e i diritti sono tali, invece, se vivono nella loro contemporaneità, se continuamente si rinnovano in una società che cambia. Diversamente, non sono più una condizione di eguaglianza, e non sono più patrimonio di tutti, ma un pretesto di esclusione e rivendicazione solo per qualcuno. La sintesi che è stata operata dalla nostra Commissione, la Commissione lavoro, nasce allora in due luoghi. Il primo è la realtà del lavoro e della vita delle persone, così come sono oggi, tra vecchie disuguaglianze e nuove ingiustizie, una realtà che non è uniforme né in un senso né in un altro, ma è popolata di molte voci, quelle voci che in Commissione abbiamo ascoltato. Il secondo luogo è il confronto con il Governo e con la prima versione della riforma, quella che è stata modificata già al Senato. 
Partendo da queste basi, si è svolto un lavoro difficile, sia nel metodo che nella sostanza. Quanto al metodo, in Commissione lavoro abbiamo creduto sul dialogo e sul confronto, anche aspro, come ci ricordava oggi il relatore e presidente Damiano, ma che è sempre stato concreto. 
La maggiore responsabilità a cui siamo chiamati come parlamentari, io credo, è, in fondo, proprio questa: coniugare l'esigenza di decidere presto con quella però di decidere bene. 
Quanto al merito, i contenuti della delega sono molti e molto ampi. Alcuni sono già stati citati, altri ancora verranno ricordati e richiamati dai colleghi. Mi concentro, quindi, su alcuni di quelli che non sono ancora stati toccati e che, soprattutto, sono stati meno al centro delle agenzie o dei giornali. 
Già nel «decreto Poletti» avevamo ottenuto che gli interventi per il nuovo tempo determinato fossero un ponte verso le tutele crescenti. Questo contratto nuovo doveva tradursi, però, in una cosa e una cosa sola: il taglio netto con la maggior parte delle forme di lavoro atipiche e non tutelate. Oggi si scrive a chiare lettere che l'obiettivo è il radicale disboscamento dei contratti. I Cococo, per esempio, andranno ad esaurimento e la forma privilegiata per assumere diventa il tempo indeterminato: esattamente l'opposto di quanto successo negli anni della precarietà. 
Le parole sono importanti, si diceva in un film, quando poi sono scritte nelle leggi – anche se nel tempo ci siamo disabituati a questo – lo sono ancora di più. Tornare a puntare su dei progetti di vita e lavoro di lungo termine affiancati ad una robusta tutela pubblica nel momento in cui il lavoro viene a mancare o deve cambiare: credo sia questa la risposta che dobbiamo a quelle generazioni – tra cui anche la mia – per cui l'incertezza sul presente e sul futuro è stata l'unica, spesso drammatica, condizione di esistenza. Una prima risposta che è comunque un lato della soluzione, proprio perché, se si vuole partire non dalle rappresentazioni ma dalla realtà, oggi dobbiamo dire che molti giovani e molte nuove professioni non sono né possono essere inquadrati nella subordinazione. Una larga parte, di cui dobbiamo occuparci, è il lavoro autonomo. 
Dobbiamo occuparcene perché queste ragazze e questi ragazzi sommano alle difficoltà comuni ai coetanei subordinati l'assenza di tutele e salari spesso ancora più bassi e, anche qui, quell'articolo 1 della Costituzione è un po’ più fragile. È anche sulla loro pelle che si allarga l'ingiustizia paradossale incarnata da chi, pur lavorando, è povero. Un'ingiustizia che ci ha spinto, sin dall'inizio della legislatura, a dire che tra i nostri punti cardinali ci deve essere quello di rendere giusti e più equi i compensi tra lavoratori subordinati ed atipici. Una direzione che anche nei decreti attuativi è bene sia mantenuta e su cui, Ministro, abbiamo tutta l'intenzione di vigilare. 
Se il Jobs Act guarda in parte a questi mondi – ad esempio, estendendo tutele anche ai parasubordinati – ancora di più deve fare la legge di stabilità. In materia di lavoro autonomo, come in tema di politiche attive e di ammortizzatori sociali, possiamo trasformare la coincidenza di queste due leggi nel nostro calendario, in una opportunità per rafforzare gli interventi su entrambi i fronti, unendo nuovi istituti alle risorse necessarie. 
Vanno trovate più risorse sugli ammortizzatori sociali, ne avremo bisogno a maggior ragione nei prossimi mesi nel momento cioè nel quale queste riforme – in particolare quella dei contratti – saranno in via di implementazione, per accompagnare il processo e assorbirne le eventuali criticità. 
Per quanto riguarda il lavoro autonomo, nella legge di stabilità c’è una base importante da cui partire, un segno di attenzione sicuramente nuovo e importante, con una netta inversione di tendenza rispetto ai Governi precedenti. Tuttavia, però, serve fare non so se di più ma certamente fare attenzione e fare meglio per non cadere in alcuni errori.
Alcuni li abbiamo già segnalati. L'obiettivo principale è sostenere chi è più debole, favorire chi ha età e redditi più bassi, e combattere le false partite IVA. 
Oggi si può essere però deboli in molti altri modi: di fronte ad un committente unico per cui si svolge di fatto un lavoro dipendente, mascherato da una finta autonomia o, come accade soprattutto a molte donne, soprattutto a molte giovani donne, che insieme al contratto molto spesso devono firmare un foglio in bianco, che sarà tirato fuori di fronte alla loro prima difficoltà, ma soprattutto di fronte alla loro prima gravidanza, giocando così sulla fragilità. Ecco, noi questo non lo possiamo permettere. Non più. 
Sono passati mesi ormai, molti mesi, da quando in questa Aula presi la parola e intervenni in occasione del voto contro le dimissioni in bianco. Una legge che è stata votata da noi a larghissima maggioranza, e, devo dirlo per una volta con grande dispiacere, con l'astensione dei colleghi del MoVimento 5 Stelle, che poi oggi però, attraverso il collega Cominardi, ci parla di «mobbing legalizzato». Una legge che, dopo quel giorno, però al Senato si è arenata in maniera estremamente colpevole dal nostro punto di vista. E allora oggi, grazie alla nostra azione parlamentare, grazie al lavoro delle tante colleghe, siamo riusciti a far rientrare all'interno della legge delega questa norma di civiltà. 
Perché ogni tutela sia effettiva – insieme alla battaglia culturale – un ruolo centrale è sempre rappresentato dai controlli. Anche su questo vorrei soffermarmi un attimo. Questo io credo sia un punto che è stato meno affrontato e raccontato daimedia. I controlli oggi nel nostro Paese non funzionano tanto bene, anzi funzionano poco sia perché non vi sono molte risorse sia perché vengono indirizzate in maniera non sempre efficiente. L'Agenzia ispettiva può essere lo strumento con cui rendere migliore innanzitutto la certezza del diritto, unificando le indagini che oggi sono svolte da enti diversi, e mettendo così le basi per una maggiore copertura del territorio, una razionalizzazione dei costi per lo Stato e una maggiore trasparenza anche per le imprese. 
Efficienza e capillarità sono, infine, ciò che deve determinare un vero e proprio cambio di paradigma nel funzionamento del servizio pubblico per l'impiego. Un cambio possibile con l'Agenzia unica per il lavoro. Oggi la frammentazione, l'assenza di una regia nazionale che metta a sistema i servizi pubblici con quelli privati, sono un costo sia dal punto di vista sociale per i lavoratori, sia dal punto di vista economico per le aziende. Dobbiamo ricucire quei pezzi di Paese che – sia nella geografia, che nella società – si stanno sempre più allontanando.
Mi avvio rapidamente a concludere, Presidente, e tralascio, per ragioni di tempo. molti altri aspetti importanti su cui abbiamo lavorato in Commissione e che mi stanno molto a cuore, penso per esempio all'integrazione dei servizi per le cure parentali, l'introduzione di congedi per le donne sotto protezione per violenza di genere, il mantenimento del livello di salario se, per salvare il posto di lavoro, cambiano le mansioni, il chiarimento che i controlli a distanza non possono essere sui lavoratori ma solo sugli impianti o il monitoraggio, che dovrà verificare gli effetti reali della delega sull'occupazione. 
Concludo ringraziando intanto il lavoro che abbiamo fatto ed è grazie alla trattativa con il Governo e con la segreteria del Partito Democratico, a partire dalla direzione del PD su questo tema, che il testo oggi è indubbiamente migliorato rispetto a quello uscito dal Senato. Ora la partita si sposta naturalmente nei decreti delegati, per cui chiediamo al Governo appunto da subito una forte trasparenza e condivisione. Abbiamo dimostrato però che si può migliorare la qualità delle leggi nel merito, facendo ognuno la sua parte, nella normale dialettica parlamentare democratica. Tutto questo con l'obiettivo vero di provare a migliorare la vita e il lavoro delle persone. Un risultato che non è figlio di maggioranze o minoranze, ma che è figlio di un lavoro congiunto di tutto il Partito Democratico e che dovrà rivendicare con forza il Partito Democratico.