Relazione
Data: 
Lunedì, 18 Aprile, 2016
Nome: 
Caterina Pes

A.C. 3450

Grazie, Presidente. «La casa dove una volta stavano i Gramsci, di pietra lavica rossastra, a un piano, è nel centro di Ghilarza, gioioso paese a mezza via tra Oristano e Macomer»: così Giuseppe Fiori raccontava casa Gramsci nella celebre biografia che scrisse nel 1966. Un luogo della memoria, di storia, nel quale le vicende personali ed esistenziali di Antonio Gramsci si intrecciarono, negli anni della sua formazione, con quelle della storia del nostro Paese. Dalla campagna, dall'identità di uno nato nell'isola, con una cultura, quindi, fortemente identitaria, egli giunse ad elaborare un pensiero universale, travalicando il proprio tempo e guardando al presente. Gramsci, appunto, l'italiano più letto e conosciuto al mondo dopo Dante, certamente il cervello più forte, l'uomo di più vasta cultura che io abbia mai conosciuto nel mio cammino, disse di lui, una volta, Sandro Pertini. 
In Sardegna, a Ghilarza, Nino, così come lo chiamavano in famiglia, Gramsci trascorse la parte più lunga e duratura della sua breve e tormentata vita, e con la Sardegna e con le sue radici egli mantenne sempre un rapporto molto stretto, e non solo per motivi affettivi. È stato già citato: in una lettera del 1936 alla moglie Julka, quando forse inizia a sentire l'imminenza della fine e lo attraversa il pensiero di ritornarvi, così scrive: «ti ringrazio delle notizie che mi mandi, che tu stia meglio e anche i ragazzi. Io non so cosa scriverti, non so come scriverti, non so neanche cosa farò. Mi pare che, se rientro in Sardegna, tutto un ciclo della mia vita si chiuderà forse definitivamente». Non ne avrà il tempo, perché morirà l'anno dopo. «Tu, Nino, sei stato molto più che un sardo, ma senza la Sardegna è impossibile capirti»: così Eric Hobsbawm, il grande storico inglese autore de Il secolo breve, in un'ipotetica lettera del 2007 gli si rivolse. 
Come Emilio Lussu, Gramsci appartenne alla Sardegna profonda, a quel paesaggio ricco di greggi, di uomini, di querce, come ebbe a dire Umberto Cardia, nel quale Gramsci sentì abitare il senso della storia politica e civile di quel popolo che aveva così lungamente vissuto la lotta per la sua peculiare identità. L'isola divenne così l'archetipo di ogni luogo: dall'esperienza di una Sardegna povera e rurale partì un'elaborazione per una riflessione politica universale, travalicando, come ho detto prima, lo spazio e il tempo, a cominciare dalla sua ribellione giovanile, quella che per la prima volta sentì quando a Ghilarza, bambino e scolaro intelligente e curioso, dovette abbandonare la scuola perché troppo povera la sua famiglia, mentre i figli dei ricchi notabili del paese, magari, a volte, vi andavano svogliati. 
Divenne socialista con la forza dell'esperienza e della cultura della sua terra, senza mai dimenticare la vita miserabile delle campagne, le ristrettezze e la povertà vissute, il clima culturale e sociale vissuto nell'isola dopo i morti di Buggerru nel 1904, le vittime del Sulcis o i morti di Cagliari nel 1906. Le sue riflessioni sulla questione meridionale si innestarono così con la questione sarda, come ebbero a dire per primi, ma non solo, Togliatti e Gobetti, e si incontrarono con l'esperienza degli anni a Torino, la città con maggiore presenza operaia in Italia, nell'Italia del primo dopoguerra e dell'avvento del fascismo e dell'evoluzione del socialismo in Italia, ma anche nell'Italia dell'epica Rivoluzione d'ottobre. 
Più della metà della sua vita Gramsci abitò in Sardegna; il resto, a parte brevi periodi, dunque, fu Torino. Solo la sua casa di Ghilarza, però, come ha scritto Nereide Rudas, storica presidente dell'Istituto Gramsci della Sardegna, fu per lui il luogo del suo vero abitare, dell'avere, del possedere, del suo partecipare, perché abitare è sempre abitare con, è appartenere ad una famiglia, servire una comunità e condividere. Ghilarza fu uno dei più forti fattori di integrazione per i suoi pensieri, per i suoi ricordi e persino per i suoi progetti. 
L'abitazione dove Nino visse con la sua famiglia è oggi un piccolo accogliente museo; riconosciuta recentemente come edificio di interesse culturale, è oggi centro di documentazione e di ricerca. Chi viene a visitarla non vi capita certo per caso: Ghilarza, infatti, è il luogo gramsciano per eccellenza. Si ritrovano in questi ambienti atmosfere ed emozioni che raccontano la sua vita attraverso i suoi scritti e le sue lettere. Non si può dimenticare – qui voglio sottolineare – l'instancabile opera delle nipoti, Diddi e Mimma Paulesu, e della loro madre, Teresina Gramsci, nel custodirne la memoria, né l'ostinata opera di tanti intellettuali, artisti ed ex partigiani, che, negli anni, ne hanno fatto un luogo di memoria e insieme di conoscenza; un luogo avvolto da una sacralità semplice. Esercitare la memoria è un diritto e anche un dovere per qualunque società che voglia chiamarsi civile. 
Nutrirla è un atto necessario, come lasciare la giusta eredità alle generazioni che verranno, come rivoltare il terreno per la semina. È troppo alto il rischio che in questo tempo veloce, e a volte troppo leggero, il pensiero di quanti hanno fatto la cultura politica del nostro Paese si disperda nel tempo e nello spazio. È come se guardandoci indietro ci riscoprissimo senza riferimenti, senza radici, senza origini.
Lo dobbiamo ad un uomo che in direzione ostinata e contraria scrisse i suoi memorabiliQuaderni dal carcere, come fosse questo un modo per sopravvivere, ma che è tornato a noi con l'opera di un intellettuale puro. C’è la sua casa che racchiude come in un focolare domestico la parabola della sua esistenza personale e pubblica, la storia che lui ha lasciato nel luogo che ha abitato e l'eco che rimane per essere sentito da chi entra a vedere dove le cose sono accadute. In questo, e in queste righe, sta il senso del riconoscimento di Casa Gramsci come monumento nazionale, perché appartiene all'Italia intera, perché è il riconoscimento di un luogo che costudisce e testimonia una vicenda nel contempo personale e universale, la storia di un grande italiano che ha dato la vita per la libertà.