Grazie, Presidente, noi discutiamo questo Documento di economia e finanze in una congiuntura eccezionalmente favorevole: il prezzo del petrolio è crollato ai minimi da molti anni a questa parte; il quantitative easing della Banca centrale europea ha ridotto quasi a zero i tassi di interesse e sta comportando una forte svalutazione dell'euro rispetto al dollaro e alle altre valute; vi è un primo, seppur timido, allentamento delle politiche europee di austerità. Tutti questi fattori, Presidente, stanno favorendo la ripresa dell'economia e stanno migliorando i conti pubblici del nostro Paese, ma gran parte di questi fattori – non ce lo dobbiamo dimenticare – sono inevitabilmente transitori. Il quantitative easing è un programma a tempo e il petrolio potrebbe risalire, le condizioni favorevoli potrebbero diventare meno favorevoli nel giro di non molto tempo e i rischi all'orizzonte sono rilevanti, come ci hanno ricordato la Banca d'Italia e altri interlocutori che abbiamo ascoltato in Commissione bilancio in questi giorni. Lo sono innanzitutto a livello internazionale, dalle crisi geopolitiche in Africa e Medio Oriente, dal possibile cambio di rotta della politica monetaria della FED, fino all'incubo, che speriamo tutti di scongiurare, di un possibile default della Grecia. E c’è un rischio tutto interno, Presidente, per la tenuta dei conti pubblici, che il Governo deve affrontare rapidamente, ed è la situazione difficilissima dell'Agenzia delle entrate, dopo la recente sentenza della Corte costituzionale, che mette a rischio miliardi di euro di entrate fiscali e rende un pochino surreale – lasciatemelo passare – ogni discussione sul presunto tesoretto del 2015.
Allora, in questo contesto, che è molto favorevole, ma con le incognite che ricordavo, fare un passo più lungo della gamba sarebbe un errore, sarebbe un errore dal punto di vista economico, ma anche dal punto di vista politico. Noi stiamo superando l'Europa dell'austerità: il piano Juncker, da una parte, la nuova flessibilità delle regole di bilancio, dall'altra, sono interventi che derivano, in primo luogo, dall'iniziativa del Governo italiano. Sono ancora lontani da quanto sarebbe necessario fare e ha fatto bene il Presidente del Consiglio, incontrando il Presidente Obama, ad evidenziare la differenza tra la politica che hanno seguito gli Stati Uniti in questi anni e l'austerità recessiva, che ha dominato in Europa dal 2010 in avanti.
Noi, però, dobbiamo andare avanti sulla strada del superamento dell'Europa dell'austerità. Possiamo farlo, però, possiamo avere in Europa la credibilità per chiedere all'Europa stessa di archiviare la stagione del rigore, se andiamo avanti, da una parte, con la prudenza di bilancio necessaria per un Paese che ha il quarto debito pubblico del mondo, e, dall'altra, con il coraggio riformista. Ci dobbiamo muovere su un sentiero stretto, insomma, e la nostra sfida, anche con questo DEF, è quella di trovare il punto di equilibrio più avanzato, date queste condizioni, utilizzando tutti gli spazi di flessibilità, per aiutare la nostra economia a rialzarsi, ma facendolo rispettando gli impegni che abbiamo assunto in Europa e tenendo conto dei rischi che ricordavo in precedenza.
Il programma di politica economica scritto in questo Documento di economia e finanza va esattamente in questa direzione: è una manovra moderatamente espansiva rispetto al quadro tendenziale, che evita l'aumento dell'IVA e delle accise, riduce la pressione fiscale e la spesa corrente primaria e aumenta gli investimenti pubblici dopo anni di riduzione. Fa tutto questo e programma tutto questo, confermando, però, il percorso verso il pareggio strutturale stabilito nell'autunno scorso. Gli spazi di flessibilità negoziati, ottenuti, con l'Unione europea sono decisivi, naturalmente, in questo quadro. Noi intendiamo sfruttarli; sono strettamente connessi, però, alle riforme strutturali. Ora, questo Governo ha avviato un cantiere riformatore di grandi dimensioni e di grandi ambizioni. Questi mesi – questi, non i prossimi dieci anni, ma questi mesi – sono decisivi per attuare una gran parte di queste riforme.
Mi riferisco alle riforme istituzionali, dalla legge elettorale alla revisione della Costituzione, alle riforme della scuola e del terzo settore. Mi riferisco all'attuazione del Jobs Act e della delega fiscale, fino agli interventi sulla finanza locale che stiamo discutendo con le mozioni presentate alla Camera dei deputati, fino alle misure sulle partite IVA, che il Governo si è impegnato ad adottare nell'orizzonte della prossima manovra.
Signor Presidente, prendo qualche parola in più su due grandi riforme strutturali che credo debbano essere oggetto di una forte accelerazione. La prima si chiama trasparenza della vita pubblica, dalla lotta alla corruzione e alle infiltrazioni criminali fino alla legge attuativa dell'articolo 49 della Costituzione e alla regolamentazione della rappresentanza di interessi, delle lobby. L'opacità e l'illegalità corrodono da dentro la nostra democrazia, alimentano la sfiducia e il populismo: combatterle è una grande priorità nazionale. Il Governo ha fatto tanto, in questo anno, su questo versante; dobbiamo andare avanti, approvando le riforme che sono via via in discussione in Parlamento.
La seconda grande riforma strutturale su cui vorrei spendere qualche parola è la lotta alla povertà, Presidente. In Italia, tra il 2007 e il 2013, le persone in condizioni di povertà assoluta sono passate da due milioni e 400 mila a sei milioni. Le famiglie con figli minori in condizioni di povertà assoluta, e cioè che non hanno i soldi per i bisogni essenziali di una famiglia, sono passate dal 4 ad oltre il 12 per cento nello stesso periodo. L'Italia è l'unico Paese europeo, insieme a Grecia e Ungheria, a non avere uno strumento universalistico per aiutare queste famiglie, per aiutare le famiglie che non ce la fanno. Noi abbiamo avviato delle sperimentazioni: lo ha fatto il Governo Letta, ha proseguito questo Governo. Credo, però, che il tempo delle sperimentazioni debba lasciare il posto all'introduzione di un vero e proprio reddito di inclusione sociale. È questa una delle sfide più importanti che credo il Governo debba porsi per tirare fuori l'Italia dalla crisi e per costruire un Paese più coeso dal punto di vista sociale. Signor Presidente, ho terminato. In questi mesi l'Italia ha cambiato passo: non è un'affermazione propagandistica, lo dicono tutti gli interlocutori internazionali, dall'OCSE alla Commissione europea, al Fondo monetario.
Non è stato facile, non è facile e non sarà facile implementare quel programma di riforme, ma dobbiamo proseguire lungo questa strada, con il coraggio, con la determinazione, ma anche con la capacità di dialogo necessari per concludere questo percorso di riforme. E lo dobbiamo fare non perché ce lo chiede l'Europa, ma perché ce lo chiedono gli italiani.