Data: 
Giovedì, 23 Aprile, 2015
Nome: 
Stefano Fassina

 Doc. LVII, n. 3

 

Grazie, Presidente. La discussione intorno al Documento di economia e finanza per il 2015 è partita in modo anomalo, condizionata dal dibattito sul «tesoretto»; un dibattito che, invece di concentrarsi sulla sequela di manovre recessive programmate per il prossimo triennio, si è cimentato in una competizione su come spendere 1,5 miliardi disponibili soltanto per il 2015. 
Nonostante l'ordine del discorso pubblico, però, sono il DEF e il Programma nazionale di riforme i documenti programmatici ai quali prestare attenzione. Allora, qual è lo scenario programmatico del DEF ? Purtroppo, l'impianto è in continuità con il passato, nonostante i risultati prodotti; e vorrei invitare i colleghi, che prima di me sono intervenuti a sottolineare l'importanza delle regole europee, a leggere i dati sulla dinamica del debito pubblico segnata dall'applicazione responsabile proprio delle regole europee. La strada per la crescita tratteggiata dal DEF è, purtroppo, sempre la stessa, sempre caratterizzata da tre pilastri principali. Il primo: l'austerità, raccontata in modo amichevole attraverso la spending review. Un termine di moda, però troppo spesso utilizzato per coprire tagli al welfare e servizi fondamentali e presentarli come neutrali per l'impatto macroeconomico. Il secondo pilastro sono naturalmente le riforme strutturali, mitiche levatrici di crescita, in particolare quando colpiscono le condizioni della persona che lavora. Terzo pilastro, gli investimenti, a carico però del settore privato, che grazie alla liberazione degli animal spirits determinata dalle regole sui licenziamenti cominciano ad investire. Gli investimenti pubblici, purtroppo rimangono ai minimi storici, mentre sullo sfondo viene trionfalmente ricordato il Piano Juncker, che certo rappresenta un passo avanti teorico, ma è assolutamente inadeguato alla gravità della malattia dell'eurozona. 
È vero, e va riconosciuto, qualche aggiustamento è stato fatto ai parametri dell'econometria istituzionale, dopo un decennio di imbarazzanti errori nelle previsioni, anche a breve, ottenute sostanzialmente con lo stesso modello mainstream condiviso da Commissione europea, Fondo monetario, OCSE, Banche centrali e Governi nazionali, si assume un moltiplicatore fiscale meno irrealistico e si ridimensiona per i primi anni di vigenza l'effetto delle riforme strutturali. Tuttavia, il paradigma di riferimento rimane il mercantilismo liberista dei trattati e dell'agenda dell'eurozona: si eliminano lacci e lacciuoli e arriva la ripresa. 
Il driver della crescita, oltre alle esportazioni, è un'ottimistica domanda privata trainata dalla fiducia. La fatina della fiducia, come la chiama Paul Krugman. Ancora una volta. È questo l'elemento decisivo, viene lasciata ai margini la domanda aggregata, sostenuta da investimenti pubblici e dal miglioramento del potere di acquisto delle famiglie, soprattutto quelle con propensione al consumo più elevata, quindi quelle in condizioni di povertà. 
Gli obiettivi di deficit per il 2016, sono i numeri a dirlo, disegnano una manovra restrittiva di circa un punto di PIL, nonostante la ripresa in corso sia anemica e frutto di fattori esogeni e transitori. Per il prossimo anno il saldo di bilancio è programmato a -1,8 per cento di PIL, ovvero un punto di PIL in meno rispetto a quanto realisticamente previsto e prevedibile per l'anno in corso. In termini di avanzo primario – che è quello che conta, perché le famiglie non fanno la spesa con il tendenziale e le imprese non fanno gli investimenti con il tendenziale di finanza pubblica – vuol dire una sottrazione di 16 miliardi di euro all'economia reale. Vuol dire che diventa irrealistica, ancora una volta, come negli anni che abbiamo alle spalle, la previsione del PIL, vuol dire che la discesa del rapporto debito pubblico-PIL verrà ancora una volta rinviata, vuol dire che l'occupazione aggiuntiva rimarrà largamente sulla carta. Lasciamo poi stare gli anni successivi, il 2017 ed il 2018, costruiti intorno ad un riferimento assolutamente irraggiungibile, finanche autolesionistico: un avanzo primario nell'ordine del 4 per cento del PIL. Nel merito della composizione dell'impianto previsto per la prossima legge di stabilità – perché è di questo che stiamo parlando, stiamo parlando della prossima legge di stabilità – il DEF continua a proporre una lettura infondata dei tagli di spesa. Si eliminerebbero gli sprechi e la corruzione, si aumenterebbe l'efficienza, cosicché con minori risorse si forniscono gli stessi servizi. Purtroppo non può essere così, la spesa primaria corrente negli ultimi anni è stata significativamente ridotta. Certo, se la guardiamo in rapporto al PIL non ce ne accorgiamo, perché, proprio a causa di quei tagli di spesa e di aumenti di entrate, il PIL è crollato di dieci punti percentuali, quindi in rapporto al PIL la spesa primaria corrente non scende, e, tuttavia, in termini nominali è scesa. Soltanto per il pubblico impiego di dieci miliardi. Come abbiamo ascoltato nelle audizioni, vi sono molti enti territoriali, comuni e province, al dissesto finanziario. 
Come sapete – è stato ricordato –, lo scenario tendenziale prevede ulteriore contrazione. Allora, dobbiamo chiamare le cose con il loro nome: i tagli previsti implicano riduzione di quantità e di qualità di servizi fondamentali per i cittadini, oppure, come hanno riconosciuto sindaci, presidenti di provincia e presidenti di regione, aumento di tariffe o imposte a livello territoriale. 
Ovviamente questo non vuol dire che non dobbiamo fare la spending review, ma il punto è che le risorse che recuperiamo dagli sprechi che ci sono, dalla corruzione che c’è, vanno reinvestite su programmi di spesa che sono in condizioni drammatiche. In particolare, le misure di contrasto alla povertà, gli investimenti, le misure per ridurre le chilometriche liste d'attesa, che stanno escludendo fasce crescenti anche di classe media da servizi sanitari essenziali. Insomma, dobbiamo cambiare registro. 
Sul piano delle analisi, dobbiamo riconoscere che l'agenda dell'Eurozona è insostenibile. Nel dibattito pubblico dobbiamo cominciare a dire che la regola del debito scritta nel fiscal compact va sospesa e rinegoziata, perché è dannosa e irrealistica. Dobbiamo spingere per disconoscere rilevanza politica e di policy all’output gap e alle variabili definite in termini strutturali. Dobbiamo aprire una controffensiva culturale, per archiviare il paradigma neoliberista, ingiusto e fallimentare vettore di politiche di svalutazione del lavoro. 
Allora – mi avvio a concludere –, che cosa avremmo potuto fare ? Avremmo potuto programmare obiettivi di finanza pubblica moderatamente espansivi o almeno neutri in termini di impatto macro-economico, quindi di sostegno o di non ostacolo alla ripresa. Avremmo potuto, nel rispetto del vincolo del 3 per cento nel rapporto fra deficit e PIL, utilizzare quelle risorse dall'1,8 fino al 2,8 per cento per finanziare appunto programmi che sono sottofinanziati. Avremmo potuto quindi migliorare l'equità e allo stesso tempo sostenere l'economia. 
Concludo, Presidente, con un appello: non è vero che non ci sono alternative per la politica economica, come ho sentito in tanti interventi. Se non ci fossero alternative, non ci sarebbe la politica, potremmo chiamare qua il ragioniere generale dello Stato ad applicare le regole di Bruxelles. 
Le alternative ci sono. Correggiamo la rotta per evitare un altro anno di galleggiamento, portiamo finalmente nella discussione a Berlino, a Francoforte, a Bruxelles parole di verità sull'insostenibile agenda dell'Eurozona. Accontentarsi della comunicazione sulla flessibilità della Commissione o del fantastico Piano Juncker vuol dire continuare a ingannare le opinioni pubbliche sulla gravità della situazione. 
Cito le parole del Presidente Prodi, certamente non sospettabile di antieuropeismo o di essere un «no euro»: «Le politiche europee del Governo tedesco meritano oggi un biasimo e probabilmente produrranno risultati irreparabili. L'Italia non sarà la prima ad affondare, ma è solo questione di tempo. Se non cambia integralmente politica su scala europea, saremo travolti tutti». È il Presidente Prodi. 
Allora – e chiudo –, cogliamo la drammatica vicenda greca per andare all'attacco, il Governo italiano, con uno scatto di autonomia culturale e politica, spinga la famiglia socialista europea e le istituzioni europee a riconoscere che su Atene il problema non è l'indisciplinato paziente, ma è la medicina della troika che, per salvare le banche internazionali, in primisquelle tedesche, ha aggravato e aggrava la malattia. Dobbiamo riconoscere i dati di realtà, è condizione necessaria per correggere la rotta. Nella gabbia mercantilista dell'euro il Titanic Europa va a fondo. Il Governo italiano faccia la sua parte.