Data: 
Giovedì, 23 Aprile, 2015
Nome: 
Luigi Taranto

 Doc. LVII, n. 3

 

Signora Presidente, signora sottosegretario, colleghe e colleghi, abbiamo a disposizione una speciale finestra di opportunità per riprendere a crescere a un ritmo sostenuto e porre il rapporto tra debito e PIL su un sentiero discendente. Non possiamo assolutamente permetterci disprecarla: sono queste le considerazioni di esordio delle pagine di premessa del Documento di economia e finanza per il 2015. Vale la pena di ricordarle, perché tali considerazioni registrano, certo, l'impatto positivo sulla dinamica attesa della crescita del nostro Paese di rilevanti variabili esogene – quantitative easing, riduzione dello spread, deprezzamento dell'euro, caduta del prezzo del petrolio, prospettive del commercio mondiale – ma, insieme, esprimono la consapevolezza del fatto che – come il Presidente Draghi ha avuto modo di sottolineare anche in occasione della sua ancora recente audizione presso questa Camera – da sola, la politica monetaria non può assicurare una ripresa stabile e duratura. 
Essa è, piuttosto, «opportunità»: opportunità per la realizzazione e l'implementazione delle riforme strutturali da parte dei governi dell'Eurozona, opportunità per il decollo del Piano di investimenti per l'Europa e del Fondo europeo per gli investimenti strategici. 
Valorizzare la finestra di opportunità significa, allora, massimizzare le interazioni positive tra politica di bilancio e riforme strutturali. Il che si traduce – nell'impianto di fondo del Programma di stabilità – nella decisione di scongiurare l'attivazione delle clausole di salvaguardia per il 2016 e nella scelta di avvalersi della flessibilità connessa all'utilizzo della clausola europea sulle riforme. 
Scelta da cui deriva la possibilità di un più graduale percorso di miglioramento del saldo strutturale e, dunque, la possibilità ancora di configurare, per il periodo 2015-2019, una correzione prudentemente espansiva dell'andamento dei conti pubblici, per come essa emerge dal confronto tra indebitamento netto tendenziale e programmatico e tra saldo primario tendenziale e programmatico. 
Quanto, poi, al disegno riformatore (il monitoraggio della cui attuazione, attraverso un dettagliato piano strutturale di medio periodo, diviene davvero cruciale e giusta l'attivazione della clausola sulle riforme), il Programma nazionale di riforma conferma le ragioni di una strategia fondata su responsabilità fiscale ed attenzione alla crescita, quest'ultima anzitutto perseguita per via di innalzamento della produttività. Resta, comunque, determinante l'efficace integrazione tra impulsi delle politiche macroeconomiche a vantaggio della domanda interna ed estera ed il rafforzamento del potenziale produttivo a particolare vantaggio della ripresa dell'occupazione. 
Così pure torna ad emergere, in questo scenario, l'esigenza di un più marcato incremento della spesa in conto capitale, accompagnato da qualità progettuale e da trasparenza del percorso degli investimenti pubblici. Un percorso la cui riconosciuta bassa efficienza conduce il PNR ad insistere giustamente sulla necessità di «un cambio di passo», che richiede, tra l'altro, un piano di investimenti realistici e maturi, fermo restando che «nel rispetto delle regole europee» – la citazione testuale è qui davvero utile – «precondizione per l'attuazione efficace dell'ampio programma di spesa sostenuto dai fondi strutturali è la possibilità di utilizzare gli spazi di flessibilità nell'applicazione del Patto di stabilità e crescita». 
Cambio di passo ed agibilità di flessibilità si pongono, inoltre, come insegna del perseguimento di una maggiore efficacia delle politiche di coesione e della ripartenza della macro area territoriale del Mezzogiorno, a partire dal rifiuto di «un paravento»- per dirla con la felice espressione di Gianfranco Viesti – «che ci fa chiamare Mezzogiorno tutto ciò che non ci piace dell'Italia». 
Per quel che più direttamente riguarda la strategia per il rafforzamento della competitività delle imprese, merita di essere almeno rammentata l'insistenza del PNR sulle leve dell'innovazione e dell'internazionalizzazione, nonché sulla risposta all'esigenza di strutture finanziarie d'impresa sufficientemente solide per sostenere un nuovo ciclo d'investimenti. 
Ne deriva l'utilità degli interventi volti al superamento – o, almeno, all'attenuazione – del banco-centrismo del modello italiano di finanza d'impresa, ma anche del prospettato, ulteriore potenziamento del Fondo centrale di garanzia e del sostegno agli investimenti in beni strumentali. 
Sul versante dell'innovazione e dell'internazionalizzazione particolare attenzione viene riservata alla valorizzazione del modello di organizzazione dell'impresa diffusa italiana per reti e per cluster tecnologici, al recupero di quote di export nei settori dei beni scambiabili e, sul piano delle infrastrutture, alla piattaforma di investimenti per le smart cities, all'Agenda digitale. Infrastrutture essenziali, del resto, per «favorire il passaggio – così si annota nel programma nazionale di riforma – da un'economia a baricentro manifatturiero a una pienamente industriale, nella quale la ricerca e lo sviluppo, l'innovazione, il digitale, i servizi che gravitano intorno al manifatturiero assumono un ruolo e una centralità davvero strategici». 
Concetto – aggiungo – che potrebbe essere allora assunto tanto tra i criteri di riferimento per il concorso realistico della razionalizzazione degli incentivi alle imprese rivolti al conseguimento degli impegnativi obiettivi quali-quantitativi della spending review, quanto come cifra di una più proattiva stagione delle politiche industriali e per i servizi. Stagione e politiche di cui, ad esempio, sia il preannunciato Green Act, sia la manifestata intenzione del Governo di dare continuità all'integrazione delle politiche in materia di cultura e di turismo potrebbero essere, allora, eccellente banco di prova. Tanto più – e concludo – in combinazione con la ripartenza di politiche per la concorrenza, di cui la prima legge annuale per il mercato e la concorrenza, al cui esame la Camera si accinge, costituisce buon auspicio. 
Anche qui, le opportunità vi sono. Non sprecarle – e torno all'esordio del DEF – è anzitutto responsabilità politica.