Grazie, Presidente. Operiamo in un quadro economico in cui cominciano a manifestarsi, dopo una lunga recessione, sviluppi favorevoli. Non sono, tuttavia, scomparsi rischi e incognite. In una situazione del genere, l'ultima cosa che possiamo permetterci è collocare la nostra discussione sul terreno, retoricamente redditizio, ma politicamente infido, degli euroscettiscismi di maniera, degli esercizi di stile accademici, degli svolazzi oratori e delle chimere, oppure dell'elencazione sconclusionata e disorganica di problemi di ogni ordine e grado, senza che tale elencazione sia accompagnata da proposte minimamente praticabili e credibili. Incursioni su questo terreno, politicamente infido – lo ripeto –, non sono mancate nemmeno oggi in questa nostra discussione. Non è ciò che serve al Paese.
Siamo tenuti a fare i conti con la realtà, senza imboccare la pericolosa scorciatoia della dilatazione del deficit e della spesa pubblica, in fondo alla quale non ci sarebbero che un livello più alto di tassi di interesse e la necessità di sottoporre la nostra economia a interventi bruscamente e scompostamente restrittivi.
Siamo tenuti, quindi, a fare i conti con la realtà. Ovviamente non dobbiamo far coincidere il realismo con l'immobilismo e, anzi, dobbiamo partire dalla presa d'atto dei vincoli oggettivi entro i quali agiamo per alimentare iniziative in grado di decidere i nodi strutturali che da troppo tempo nel nostro Paese tengono prigioniero il cambiamento.
Da un anno a questa parte il Governo sta praticando, con una incisività senza eguali in tempi recenti, una politica di innovazione responsabile e di lotta senza tregua al paralizzante groviglio di manchevolezze e ritardi formatosi negli ultimi decenni e per troppo tempo non fatto oggetto di robusti e convincenti tentativi di dipanamento. Anche il dato di oggi del Ministero del lavoro e delle politiche sociali, che parla di un differenziale positivo a marzo pari a 90 mila posti di lavoro tra assunzioni e cessazioni, con un aumento della quota dei contratti a tempo indeterminato, ci dice che questo tentativo, se portato avanti in maniera organica, può ottenere dei risultati. Il DEF di cui si discute oggi è la naturale prosecuzione del lavoro di cui ho appena parlato. Un lavoro difficile, di riduzione del divario che separa le nostre prassi dalle migliori pratiche europee. La sua finalità di fondo è indicare attraverso quali vie si può dare continuità e stabilità alle scelte di svolta compiute nella legge di stabilità 2015 detassando il lavoro, riducendo i costi di impresa, dando nuovo slancio alla revisione della spesa pubblica e alla lotta all'evasione fiscale.
Nel perseguire questi obiettivi, non dobbiamo lasciarci sfuggire nessuna delle occasioni offerteci dal nuovo contesto macroeconomico, di cui anche oggi in questo dibattito molti colleghi hanno parlato. Non ci nascondiamo i fattori di preoccupazione. Per esempio, una ancora non sufficiente solidarietà intra-europea per la correzione degli squilibri macroeconomici, oppure un impegno per gli investimenti pubblici che è superiore al passato, ma non ancora ampio quanto sarebbe necessario. Tuttavia, siamo consapevoli del fatto che riusciremo a cogliere queste occasioni solo se sapremo mantenerci fermi nella volontà di coniugare una gestione rigorosa della finanza pubblica con una politica di crescita che punti a ridurre, nel segno dell'equità, tasse, spesa pubblica, burocrazia e a rendere possibile un salto di qualità nel campo delle infrastrutture materiali e immateriali.
Il DEF in discussione oggi disegna una cornice che rende tutto ciò possibile e, per questo, merita un giudizio positivo da parte nostra. Importante è la scelta di non prevedere nuove tasse; importante è la decisione di disattivare le clausole di salvaguardia e di disinnescare gli aumenti dell'IVA utilizzando a questo scopo il dividendo del buon Governo dell'ultimo anno, che si presenta sotto forma di aumento del tasso di crescita e di riduzione dei tassi di interesse. E anche utilizzando i frutti di un'ulteriore accelerazione dell'opera di riduzione della spesa pubblica, possibile senza penalizzare i servizi se continueremo a prosciugare le ancora troppo numerose arretratezze e inefficienze che condizionano parti rilevanti della nostra pubblica amministrazione.
Certo saremo all'altezza del nostro compito se, al di là di ogni stucchevole e inconsistente schermaglia polemica sui tesoretti, riusciremo a costruire le premesse per arricchire le scelte già compiute con misure di flessibilizzazione in uscita sul fronte delle pensioni, con misure di prolungamento oltre il 2015 della decontribuzione per i neo assunti a tempo indeterminato, con interventi di riordino della fiscalità locale a invarianza di gettito e con misure di sostegno delle fasce più vulnerabili della popolazione.
Dunque, concludendo, altro che improvvisazioni e ottimismi di carta; altro che «fuffa», come ho sentito anche oggi dire da qualche baldanzoso e incauto collega; altro che menzogne e disattenzione al lavoro; altro che assenza di una seria politica di lungo periodo ! Una seria politica di lungo periodo, nutrita con i valori, con l'energia, con la passione di cui ho parlato in questo intervento, è esattamente ciò che caratterizza e anima il nostro sforzo di Governo e di cambiamento.