Discussione sulle linee generali
Data: 
Mercoledì, 27 Aprile, 2016
Nome: 
Carlo Dell'Aringa

 Doc. LVII, n.4

Signora Presidente, un paio di precisazioni prima di leggere alcuni spunti delle mie considerazioni. Il primo riguarda l'aspetto caratteristico del Documento di economia e finanza, che riguarda essenzialmente i saldi macroeconomici di bilancio e non i singoli aspetti strutturali della manovra, la qualità della manovra correttiva. Questi certamente saranno decisi in sede di legge stabilità e certamente è aperto il dibattito e il confronto, anche fra il Governo e il Parlamento, e ad alcune cose si può accennare anche in questa sede, ma questa non è certamente la sede per definire in modo conclusivo i contenuti di una struttura della manovra che ha la sua sede per essere decisa in modo definitivo, che è la legge di stabilità. Questo è un punto molto importante e che risponde a critiche sul DEF che non riguardano la funzione che il DEF deve svolgere. La seconda osservazione riguarda il quadro tendenziale, quindi quello delle previsioni macroeconomiche su cui il DEF si basa, perché ne rappresenta un tentativo di correzione. Bene, sappiamo i fattori internazionali che sono a monte di queste previsione, difficili da prevedere, in continua evoluzione al punto tale che le previsioni sono state corrette, non solo per il nostro Paese ma anche per tutti gli altri Paesi e a tutt'oggi non ci sono motivi per rivedere le ultime previsioni, che naturalmente potrebbero trovare ostacoli nell'evoluzione di fattori internazionali che non sono sotto il nostro controllo. Anche nelle audizioni è stato confermato che questa previsione su cui si basa il DEF è una previsione ragionevole, che non si discosta sostanzialmente dalle previsioni degli altri principali istituti di ricerca. Dopodiché, brevi osservazioni sugli aspetti più macroeconomici del DEF. Sono i fatti e la realtà che ci indicano la direzione da prendere, che è quella di una politica economica sì coraggiosa, ma che tiene conto delle circostanze in cui il Paese si trova, così come è stato molto ben descritto nella sua utile introduzione da parte del relatore. Anche le circostanze peraltro si prestano ad essere modificate, non sono immodificabili, ed è quello che il Governo tenta di fare con decisione, in particolare cambiare le condizioni della politica economica a livello europeo. Qualche settimana fa il Governo aveva elaborato e reso pubblico un documento molto importante che indicava la strada che occorre imboccare a livello europeo, dove si auspicava il completamento dell'Unione bancaria, l'istituzione di un Ministro delle finanze europeo e si proponeva un sussidio di disoccupazione a livello comunitario, con la richiesta di forme di mutualizzazione almeno parziale di una parte del debito pubblico degli Stati membri, così come è stato fatto recentemente con la proposta del Presidente del Consiglio Renzi, di emettere bond a livello europeo per finanziare le spese da sostenere per mitigare le conseguenze dell'immigrazione e soprattutto per contenere le spinte all'emigrazione da parte dei Paesi di origine dei flussi. Non c’è ad oggi nessun Paese dell'Unione che come l'Italia spinga con decisione verso una più completa e incisiva politica fiscale europea, che sia in grado di rilanciare la crescita a livello di intera Unione e di mettere fine ad una crisi che ha indebolito il potenziale produttivo di molti Paesi membri. La stella polare non può essere certo quella di lasciare l'Europa alla deriva e sperare in un suo fallimento, sarebbe per tutti tragico. L'Europa invece è il nostro orizzonte e verso questo dobbiamo muoverci. Cambiare le regole fissate a livello europeo per il controllo dei conti pubblici è possibile, se le regole rappresentano un ostacolo a politiche fiscali meno restrittive. Può succedere ad esempio nel calcolo del cosiddetto output gap, cioè delle stime del ciclo economico da cui dipende il valore del saldo di bilancio strutturale. Si tratta di regole che, elaborate a livello tecnico e approvate a livello politico, penalizzano i Paesi come il nostro che hanno fatto passi significativi verso il risanamento dei conti pubblici, passi che non vengono sempre apprezzati a sufficienza a causa di stime del nostro reddito potenziale che hanno ben poco fondamento scientifico. Il nostro Paese si è fatto promotore di una seria revisione di queste regole di calcolo del deficit strutturale e ha raccolto un nutrito numero di Paesi attorno a questa proposta. Come si vede, quando si usa la forza degli argomenti validi, si ottengono risultati importanti. 
Anche alla luce delle possibili revisioni delle regole di calcolo del saldo strutturale di bilancio, la proposta macroeconomica che sta alla base di tutta la costruzione del DEF, consiste in un deficit per il 2017 dell'1,8 per cento, che è sempre ampiamente all'interno di quel limite del 3 per cento che molti Paesi hanno già sorpassato. Un deficit dell'1,8 per cento, che è tuttavia superiore al limite massimo che potremmo permetterci se dovessimo ridurre il deficit strutturale di mezzo punto percentuale, come una rigida interpretazione delle regole comunitarie ci imporrebbe. L'eccezionalità della nostra situazione macroeconomica, che sperimenta un inizio promettente di ripresa produttiva, ci consiglia di adottare una politica fiscale meno restrittiva. Lo sforzo di contenimento del deficit all'1,8 per cento è di per sé un obiettivo ambizioso; andare sotto questo livello significherebbe dare un'intonazione decisamente restrittiva alla nostra politica fiscale, il che va assolutamente evitato. Il Paese è impegnato in una serie di riforme che avranno l'effetto di alzare il potenziale economico e dare efficienza a tutto il sistema produttivo. Accompagnare questo sforzo teso al recupero di competitività con politiche fiscali restrittive significherebbe aggravare ulteriormente le tendenze deflazionistiche, che rappresentano ormai uno dei problemi più gravi del nostro, come degli altri Paesi europei. 
Siamo stati accusati anche recentemente dal presidente della Banca centrale tedesca di essere troppo ottimisti sulla stabilità dei nostri conti pubblici. Che dire ? Sono critiche ingiuste, certo poco generose, ma che indicano anche una scarsa fiducia nei partners europei e una scarsa disponibilità a considerare e a rappresentare una visione costruttiva del futuro dell'Europa. A queste critiche una risposta breve: il nostro Paese ha ereditato un elevato debito pubblico, quando il debito pubblico non era un pericolo incombente. Da quando lo è diventato, con la crisi economica, il nostro Paese è stato il più virtuoso di tutti nel fare sacrifici, ma facendo sacrifici abbiamo messo in atto politiche fiscali restrittive che hanno peggiorato il rapporto fra debito e PIL. Ma il problema è del denominatore: è il PIL che è diminuito e che ha fatto aumentare il rapporto. Dal punto di vista dei flussi, il nostro Paese è stato fra i più virtuosi; dal punto di vista dello stock ha sofferto le conseguenze della austerità. L'austerità ha dei limiti enormi e la politica monetaria da sola non basta. Questa è la risposta alle critiche e la terapia è una sola: che i Paesi europei smettano di alimentare tensioni politiche lanciandosi reciprocamente accuse, ma si decidano ad affrontare insieme sfide che non possono più essere rinviate.