Presidente, signori sottosegretari, colleghe e colleghi, com’è noto il Documento di economia e finanza 2016 delinea un percorso di riduzione dell'indebitamento netto più graduale di quello programmato nella nota di aggiornamento dello scorso mese di settembre e nella legge di stabilità per il 2016, osservando tra l'altro che, benché le regole di rientro verso l'obiettivo di medio termine richiederebbero nel 2017 un miglioramento del saldo strutturale di almeno mezzo punto percentuale di PIL, risulterebbe inopportuna e controproducente – così annota il Programma di stabilità – operare una tale stretta fiscale in ragione di alcuni fattori rilevanti: rischi di deflazione e stagnazione, un insufficiente coordinamento delle politiche di bilancio nell'area dell'euro, effetti indesiderati di eccessive strette fiscali, costi delle riforme strutturali e sottostima dell’output gap. Quanto a quest'ultimo fattore il Governo precisa che si è dell'opinione che la metodologia concordata a livello europeo non sia adeguata a fornire una valutazione imparziale della crescita potenziale, sottolineando in particolare che l'esercizio di stima con modello alternativo del prodotto potenziale condurrebbe, in linea con stime similari effettuate dall'OCSE e dal Fondo monetario internazionale, al riconoscimento del fatto che l'Italia avrebbe sostanzialmente conseguito già il proprio obiettivo di medio termine, pari ad un saldo strutturale in pareggio. Si tratta di una questione aperta ormai da tempo e di assoluto rilievo, poiché, secondo la comunicazione interpretativa della Commissione europea del gennaio 2015 sui margini di flessibilità del Patto di stabilità e crescita, proprio dalla posizione ciclica dell'economia come stimata dall’output gap dipende anche l'ampiezza dell'aggiustamento strutturale di finanza pubblica richiesta agli Stati membri che non abbiano ancora raggiunto l'obiettivo di medio termine. Non a caso, del resto, il punto era già stato evidenziato in una nota del Documento programmatico di bilancio per il 2015 sulla stima della crescita potenziale e le implicazioni per la politica di bilancio, concludendo che «qualora l'impatto della bassa crescita sul potenziale – così il Documento – avesse effettivamente l'intensità implicitamente assunta del modello, sarebbe ancora più urgente evitare politiche macroeconomiche restrittive, così da non danneggiare le prospettive di lungo termine».
Successivamente il tema è stato ripreso dal Documento di economia e finanza per il 2015, ove si osservava, nel focus sulla revisione delle stime di crescita, che la metodologia della funzione di produzione sviluppata dall’Output gaps working group risulta esposta ad un'eccessiva prociclicità, stimando un tasso di disoccupazione prossimo a quello osservato, ed inoltre si sottolineava che la metodologia non coglie gli effetti delle riforme sul potenziale di crescita. Ai fini della stima dell’output gap rileva infatti il tasso di disoccupazione e di equilibrio calcolato ricorrendo a serie storiche che includono ormai i dati della peggiore crisi dall'Unità d'Italia, sicché le stime, come ha ad esempio osservato il CER, sembrano in effetti inseguire il tasso della disoccupazione osservata anziché isolarne la componente di lungo periodo. Inoltre, poiché il modello si basa sulla media ponderata della crescita degli ultimi vent'anni apprezzando particolarmente i dati più recenti, ne risulta per alcuni Paesi, tra cui l'Italia, l'effetto di sottostima del PIL potenziale, giustamente segnalato dei documenti programmatici del Governo. La conseguenza di un simile impianto metodologico è stata efficacemente sintetizzata in un articolo di Andrea Bonanni in questi termini: più bassa è stata la tua crescita in passato, meno potrai fare politiche favorevoli alla crescita in futuro.
La sottostima del PIL potenziale determini, infatti, un output gap più basso e, dunque, un più elevato deficit strutturale, che richiede più severi aggiustamenti di bilancio e riduce l'agibilità dei margini di flessibilità previsti nell'ambito del Patto di stabilità e crescita. In questo quadro merita, allora, di essere sottolineata la lettera dello scorso 18 marzo, avente ad oggetto appunto la stima dell’output potenziale, inviata dai Ministri dell'economia di Italia, Spagna, Portogallo, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Slovenia e Slovacchia al vicepresidente della Commissione europea, al Commissario agli affari economici e al Presidente dell'Ecofin. Con la lettera è stata segnalata, in particolare, l'esigenza dell'armonizzazione dell'orizzonte temporale adottato dalla Commissione nelle sue previsioni macroeconomiche e di finanza pubblica con quello dei programmi di stabilità e convergenza degli Stati membri, suggerendo fortemente che la Commissione estenda il proprio orizzonte previsionale da due a quattro anni, in linea con l'orizzonte previsionale degli Stati membri, a vantaggio del superamento di discrepanze valutative e di una gestione sana e sostenibile delle finanze pubbliche.
Con il DEF 2016, il Governo rafforza, dunque, il suo impegno all'avanzamento del confronto in materia in sede europea e sembrerebbero andare nella giusta direzione le conclusioni dell'Ecofin informale di Amsterdam del 22 del 23 aprile circa la semplificazione del Patto di stabilità e crescita ai fini della sua maggiore efficacia e trasparenza. È necessario accelerare questa semplificazione – vorrei dire: piaccia o non piaccia alla Bundesbank –, poiché essa può certamente concorrere alla definizione di regole e politiche di bilancio utili alla messa in opera di un investment compacteuropeo, cioè, secondo la definizione recentemente proposta da De Larosiére e da Rainer Masera, di una forma innovativa di politica di offerta per gli investimenti.
La dinamica degli investimenti costituisce uno snodo cruciale per l'Europa tutta e particolarmente per il nostro Paese. Ne deriva la necessità del più attento monitoraggio sia dei progetti di investimento presentati in sede europea, in riferimento alla richiesta di applicazione della clausola degli investimenti, sia dell'effettivo impatto di un meno stringente approccio alla regola del pareggio di bilancio, volto a consentire ai comuni di sbloccare – lo ricordo – il programma di stabilità, le disponibilità di cassa già disponibili ma non spese, proprio a causa dei vincoli posti dal Patto di stabilità interno. Rilevano parimenti, ai fini del rilancio degli investimenti nel nostro Paese e della concretizzazione delle opportunità del Piano Junker, l'avanzamento del nuovo piano industriale di Cassa depositi e prestiti per il periodo 2016-2020; le sinergie secondo lo schema del recente contratto di controgaranzia tra Fondo centrale di garanzia per le PMI e Fondo europeo per gli investimenti, che si avvale del sostegno del Fondo europeo per gli investimenti strategici; i processi di razionalizzazione e il rafforzamento del sistema bancario, ivi compresa la conferma, a livello europeo, in materia di requisiti di capitale regolamentare per gli enti creditizi, del fattore di supporto alle piccole e medie imprese e la possibilità di incidere nel nostro Paese su circa 88 miliardi di euro di crediti in sofferenza di medie imprese, attraverso processi diturn around e di rilancio industriale. Soprattutto rileva, posto che, come osserva il programma nazionale di riforma, l'economia italiana nel suo insieme ha bisogno che il Mezzogiorno cambi passo e diventi un'area di crescita che interagisca positivamente con l'economia del resto del Paese, l'urgenza dell'implementazione operativa del masterplan per il Mezzogiorno, sul piano dellagovernance e sul piano delle politiche, attraverso la continuità degli sgravi contributivi per i nuovi assunti, il decollo di progetti infrastrutturali decisivi per la connessione del Mezzogiorno...e l'applicazione della strategia di sviluppo intelligente.