Discussione sulle linee generali
Data: 
Mercoledì, 27 Aprile, 2016
Nome: 
Antonio Misiani

Doc. LVII, n.4

 

Grazie, signora Presidente. Le previsioni economiche del DEF scontano l'incertezza della fase economica mondiale: l'economia cinese rallenta, Brasile e Russia sono in recessione, in Europa continua ad incombere il rischio della deflazione e la BCE sembra aver esaurito le sue munizioni. Sul piano politico – cosa ancor più importante – l'Unione europea non è mai stata così vicino alla disgregazione: dovunque si erigono muri.

Il 23 giugno il Regno Unito vota sull'uscita dall'Unione europea e i sondaggi sono incerti. In Catalogna è al potere un Governo dichiaratamente indipendentista. In tutta Europa, come dimostrano le ultime presidenziali austriache, avanzano i movimenti populisti e l'estrema destra. Io credo che l'Europa dovrebbe fare un monumento a Mario Draghi, perché, senza la Banca centrale europea, l'euro sarebbe saltato già nel 2012 e l'Unione europea sarebbe rapidamente implosa. Il Ministro Schäuble ha torto: non è la politica accomodante dalla BCE la radice della crescita di Alternative für Deutschland e dei movimenti populisti, ma semmai l'incapacità dei Governi europei di affrontare a livello comunitario fenomeni globali come la crisi migratoria o il terrorismo islamista.
Detto questo, dobbiamo, però, chiederci fino a quando potrà reggere una situazione in cui la politica delega ad organismi tecnici o a regole automatiche decisioni che dovrebbero ricadere nella sua sfera di responsabilità. Si tratta di una delega per impotenza, verrebbe da dire, che per alcuni dovrebbe addirittura estendersi alla politica fiscale. 
Per tutti questi motivi è da tempo indispensabile un cambio di rotta della politica di bilancio europea, non per replicare il deficit spending del passato, ma per trovare un equilibrio migliore tra crescita, coesione sociale e stabilità dei conti pubblici. È per questo che fa bene il Governo italiano a chiedere cambiamenti, la revisione della metodologia di calcolo dell’output gap, una diversa politica economica a livello europeo. 
Più in generale, c’è da chiedersi che senso abbia, quattro anni dopo, il dogma del pareggio strutturale di bilancio ad ogni costo. C’è da chiedersi se non valga la pena cambiare queste regole di bilancio, iniziando a distinguere tra spesa corrente e spesa di investimento, tra spese che aiutano la crescita e quelle, invece, realmente inutili e improduttive. In questo contesto, l'Italia sta percorrendo, da un paio di anni, un sentiero stretto, che dovrebbe portarci al pareggio di bilancio strutturale più lentamente, ma avviando, comunque, la riduzione del peso del debito pubblico. È una scelta saggia, condivisibile. È l'unica scelta che può evitare di soffocare la ripresa, che è flebile, senza minare la fiducia internazionale nella tenuta dei nostri conti pubblici. Le incognite non mancano naturalmente, soprattutto dal lato del PIL nominale, del denominatore, dei parametri di finanza pubblica, come hanno giustamente osservato l'Ufficio parlamentare di bilancio, la Banca d'Italia e la Corte dei conti. Ma, guardate, all'orizzonte non c’è un sentiero di politica economica più convincente di quello messo in campo dal Governo con il DEF. Il punto, semmai, è discutere come utilizzare questa flessibilità di bilancio, perché i margini di manovra sono stretti e la scala di priorità va definita con rigore e intelligenza. 
Io mi concentrerò su tre punti, dati i tempi, che io considero particolarmente rilevanti. Il primo: gli investimenti pubblici e privati sono la vera chiave per consolidare una ripresa che finora è insufficiente a riassorbire le perdite della crisi. L'eliminazione del Patto interno di stabilità è stato un passo molto importante, va consolidato riformando la legge n. 243 del 2012. Il super ammortamenti e il credito di imposta al sud spingeranno gli investimenti privati. Possiamo fare di più nell'incentivazione fiscale di ricerca e sviluppo. Si può e si deve fare di più per l'edilizia, attraverso un grande piano per la riqualificazione energetica dei 12 milioni di condomini, scuole ed edifici pubblici del nostro Paese. Lì c’è una strada di rilancio del settore che più ha sofferto la crisi nel nostro Paese. 
Dobbiamo, infine, considerare investimenti anche le spese per istruzione e formazione. Per la scuola abbiamo invertito il trend dei tagli, con una grande e ambiziosa riforma. Ora, signora Presidente, bisogna tornare a investire sull'università, che è nettamente sottofinanziata rispetto alla media europea. 
Secondo punto: il lavoro. Il Jobs Act è forse la riforma più importante messa in atto dal Governo, seconda solo a quella costituzionale. I numeri estremamente positivi del 2015 e i segnali di rallentamento dei primi mesi del 2016 ci dicono che il costo del lavoro è una variabile decisiva per le scelte di assunzione dell'impresa. Noi stiamo fuoriuscendo gradualmente dai generosi incentivi decisi con la legge di stabilità del 2015. Dobbiamo, però, trovare la strada – ed è un punto della prossima manovra – per ridurre strutturalmente il cuneo fiscale sul lavoro a tempo indeterminato. Se non facciamo questa operazione, il rischio è che le assunzioni, le centinaia di migliaia di assunzioni del 2015 rimangono un isolato fuoco di paglia. Dobbiamo investire di più e meglio sulle politiche attive del lavoro, perché l'Agenzia nazionali e il rilancio delle politiche attive è l'altra grande scommessa del Jobs Act che dobbiamo vincere. 

Terzo punto: il welfare. La flessibilità dell'età di pensionamento è un obiettivo importante e condivisibile, ma va perseguito, signora Presidente, evitando il più possibile di assorbire ulteriori risorse pubbliche. 
Infatti, siamo un Paese che, per le persone in pensione di anzianità e per i superstiti, spende un terzo in più della media della zona euro: il 16,8 per cento del PIL contro il 12,7 della media europea. Dunque, se parliamo di risorse aggiuntive, le priorità a mio giudizio sono la lotta alla povertà e la sanità. Contro la povertà abbiamo stanziato un miliardo di euro a regime: è un passo in avanti importante ma servono 6 miliardi per dotare l'Italia di un programma contro l'indigenza realmente universalistico. Questo è quanto ci dice l'alleanza contro la povertà. Quanto alla sanità il DEF delinea degli obiettivi di contenimento della spesa ambiziosi. È importante ma bisogna evitare che questi obiettivi di contenimento della spesa producano un indebolimento dei servizi. Non c’è relazione diretta, a differenza di quanto hanno sostenuto altri colleghi, però l'aumento dalla mortalità e la riduzione della speranza di vita per la prima volta da più di cinquant'anni sono dei campanelli d'allarme di cui non possiamo non tenere conto. Sono riflessioni necessariamente parziali, signor Presidente, credo che le unisca un filo rosso: la preoccupazione della necessità di una nuova assunzione di responsabilità da parte della politica. Il grande progetto europeista rischia di andare in frantumi spezzato dal ritorno dei particolarismi nazionali e dalla debolezza di gran parte delle leadership europee. Noi possiamo scongiurare questo rischio recuperando la visione politica ispirata da lungimiranza e spirito di coesione. L'Italia lo è e lo deve essere sempre di più in prima fila in questa battaglia e la politica economica è il terreno principe su cui si misura la capacità di discontinuità della classe dirigente europea rispetto a scelte che stanno portando il grande progetto di Altiero Spinelli a frantumarsi. Dunque questo Documento di economia e finanza, al di là dei numeri e delle infinite discussioni che possiamo fare sulle previsioni economiche e di bilancio, è un DEF coerente con questa visione e coerente con l'obiettivo di completare il grande progetto riformista promosso da questo Governo e coerente con l'obiettivo di consolidare la ripresa prima ancora che il percorso di risanamento dei conti pubblici e coerente con l'obiettivo di riassorbire la disoccupazione e la povertà e coerente con l'idea che nel nostro Paese, dopo la crisi più lunga dal dopoguerra, abbiamo la responsabilità di aprire una nuova prospettiva di sviluppo finito e sostenibile dal punto di vista ambientale e sociale. È per tutti questi motivi, signora Presidente, che ritengo che questo Documento di economia e finanza meriti il nostro convinto sostegno.