Doc. LXXXVII-bis, n. 3-A
Discussione della Relazione della XIV Commissione sulla Relazione programmatica sulla partecipazione dell'Italia all'Unione europea per l'anno 2015 e sul Programma di lavoro della Commissione per il 2015 e sul Programma di diciotto mesi del Consiglio dell'Unione europea
Signora Presidente, onorevoli colleghe e colleghi, la Camera oggi è impegnata in una discussione connotata da una fortissima valenza politica: arriva infatti oggi in Aula la parte conclusiva di una procedura che rappresenta l'unica occasione per tutti gli organi parlamentari, l'Aula ma anche le Commissioni, di esprimersi e confrontarsi sulle linee di azione del nostro Paese a livello europeo. Partecipiamo, dunque, oggi alla fase terminale e deliberante di una vera e propria sessione europea di fase ascendente, dedicata all'analisi e alla valutazione delle priorità di intervento delle istituzioni europee e nazionali.
È un passaggio quindi già di per sé molto rilevante, ma che in questo caso assume un significa strategico ancor più marcato, per una duplice ragione: da un lato, in virtù del fatto che siamo chiamati ad esprimerci sul primo Programma di lavoro della Commissione Juncker e cioè sul primo atto politico della nuova Commissione europea.
Un documento che definisce di fatto, le linee strategiche di azione che il Presidente e la Commissione pongono alla base di tutto il loro mandato e che quindi dispiegheranno i loro effetti fino al termine del loro incarico. Dall'altro lato, perché la Relazione programmatica sulla partecipazione dell'Italia all'Unione europea per il 2015 rappresenta nei fatti la ripresa e lo sviluppo dell'impegno che il nostro Paese ha messo in campo durante il semestre di Presidenza. Si tratta, anche in riferimento a quest'ultimo documento, dell'indicazione di un insieme di priorità non legate unicamente ai sei mesi di Presidenza italiana, ma di una serie di azioni di più ampio e articolato respiro, che rappresentano la visione complessiva che il nostro Paese ha inteso esprimere rispetto alle istituzioni europee proprio partendo dalla grande occasione del semestre di Presidenza italiana.
I due documenti vanno dunque letti in una prospettiva ampia e lunga e devono essere intesi come una sorta di documento politico della legislatura europea, come base programmatica di un vero e proprio nuovo ciclo politico e istituzionale dell'Europa. Tuttavia, è altrettanto evidente come questa discussione avvenga in una fase molto delicata per l'Europa, una fase nella quale si è presentata in maniera pesante una serie di questioni gravi e pericolose, che rischiano di minare alle fondamenta un'Europa che appare oggi ancora troppo fragile nelle sue principali istituzioni. Non possiamo, in tal senso, che apprezzare la decisione, intelligente e coraggiosa, della Presidenza della Camera di voler cogliere pienamente questa fase e la criticità che essa porta e di voler scommettere sulla capacità che l'Europa dimostrerà nel rispondere con successo a queste tensioni. La scelta della Presidente Boldrini di garantire a questo passaggio parlamentare tutta la dovuta attenzione e tutto il dovuto impegno è uno sforzo che apprezziamo e che, come Partito Democratico, sosteniamo e appoggiamo pienamente.
L'Europa, in questi mesi, ha dovuto affrontare in rapida successione una lunga serie di problemi, che hanno messo in evidenza le difficoltà delle istituzioni comunitarie di farvi fronte con la necessaria tempestività e la dovuta efficacia. Le forti tensioni sociali e politiche legate alle pressioni migratorie, le riattivazioni dei teatri di crisi e di conflitto in molti Paesi alle porte dell'Europa, la minaccia del terrorismo, le difficoltà a superare in maniera definitiva e stabile il lungo periodo di crisi economica e le vicende greche recenti sono tutti fattori che hanno posto l'Unione al centro del dibattito pubblico e del confronto politico e che ci pongono di fronte alla necessità di ripensare completamente il processo di integrazione europea.
In primo luogo, certamente la sfida delle migrazioni, come ricordato ora in quest'Aula dal Ministro Gentiloni, al centro in queste stesse ore di un dibattito importante al Parlamento europeo. Di fronte alle immagini dei popoli che premono alle frontiere orientali e meridionali dell'Europa dobbiamo essere capaci di lasciarci alle spalle la paura e la compassione e mettere al centro del dibattito la politica e le soluzioni che da essa possono e devono arrivare.
L'Europa si giocherà una parte rilevante della propria credibilità sulla capacità che dimostrerà di possedere le qualità per affrontare questa grande sfida della modernità. Su questo fronte l'impegno del nostro Paese parte da lontano, con un lavoro costante e, allora, anche molto solitario, messo in campo a partire proprio dal semestre di Presidenza. Possiamo rivendicare di essere stati tra i primi a batterci per un approccio più umano e più europeo a questa eccezionale emergenza umanitaria.
Oggi, molti Paesi europei e la stessa Commissione europea, con maggior forza e vigore, insieme a noi, stanno lavorando per imboccare la strada della corresponsabilità di tutti gli Stati per definire una cornice di azione comune che sia da moltiplicatore degli sforzi. Serve un impegno vero per realizzare una reale politica unica dell'asilo e serve definire una legislazione comune che permetta a chiunque abbia ottenuto lo status di rifugiato di un Paese di godere del diritto di lavoro, di residenza e di assistenza in ogni altro Stato dell'Unione europea. Serve garantire una effettiva solidarietà ai membri dell'Unione europea, come sancito dalle leggi europee, in virtù della quale ciascun Paese sia tenuto a contribuire allo sforzo comune in base alle sue disponibilità, ricordando che molti degli Stati che oggi sembrano più restii ad accettare questa impostazione in un passato, anche recente, hanno essi stessi beneficiato di questa stessa solidarietà europea. Serve costruire un sistema che non lasci solo nessuno, né i Paesi di primo arrivo né quelli di destinazione finale dei migranti, con la previsione di un sistema obbligatorio di quote per la ricollocazione dei rifugiati. Serve, insomma, più solidarietà e più Europa, un'Europa che sia in grado di tenere insieme tutte queste azioni con il tema dei rimpatri e quello degli interventi contro i trafficanti.
Ma, al pari dell'emergenza dei migranti, vi è anche l'altra grande emergenza dell'Europa, l'emergenza sociale: il divario tra chi ce la fa e chi resta indietro sta peggiorando e la precarietà e la disoccupazione rimangono le ferite più dolorose della crisi.
L'euro è un grande successo ed è stato certamente uno strumento determinante per mitigare alcuni effetti della crisi, ma oggi non è più abbastanza. Oggi serve costruire l'altra gamba del progetto europeo: il pilastro sociale. Sono stati compiuti importanti passi avanti per assicurare maggiore stabilità di fronte alla crisi: l'Unione bancaria e il Meccanismo europeo di stabilità, la politica monetaria della Banca centrale, ma oggi l'Europa non ha solo bisogno di meccanismi di difesa, ha bisogno di accelerare e di farsi promotrice di sviluppo e di coesione. Occorre un'Unione monetaria ed economica che, oltre ad essere efficace, sia equa e sia democratica, che sostenga la crescita e che sia rivolta alle persone.
La somma di crisi e austerity ha colpito pesantemente la vita di moltissimi cittadini europei e ha indebolito la credibilità delle istituzioni comunitarie; l'Europa oggi deve riscoprire la dimensione sociale della sua funzione. Bene, quindi, l'impegno del Governo per migliorare la stabilità dei mercati, ma essa ha significato solo se funzionale alla società e alle persone. Bene l'impegno per un'Unione economica e monetaria, ma essa ha valore solo se capace di incoraggiare davvero la crescita. Bene l'impegno per la responsabilità fiscale, ma essa funziona solo se combinata in equilibrio con riforme bilanciate socialmente. Bene l'impegno per costruire sistemi finanziari solidi, ma essi hanno valore solo quando sono funzionali a sistemi sociali in grado di reggere alle tensioni.
Bisogna, dunque, accelerare in questa direzione e dare priorità a politiche europee in grado di conseguire tassi di crescita più consistenti per assorbire la disoccupazione e contrastare efficacemente le tendenze recessive, anche rivedendo la strategia Europa 2020.
Sono queste e molte altre, signora Presidente, le sfide che l'Europa ha di fronte a sé; per vincere bisogna smettere di pensare di poter continuare a passare da un'emergenza all'altra. Bisogna, al contrario, rendere strutturali e virtuose le soluzioni. L'Europa e le istituzioni comunitarie possono essere la risposta ai problemi, ma si deve cambiare marcia. Servono strumenti nuovi che siano governati da un vero soggetto politico unico, solido e solidale. Serve un'Europa che tenga insieme tutti, che si faccia carico insieme dei pesi da portare e che metta in comune i talenti e le risorse per vincere le sfide della competizione globale.
L'Europa deve lasciarsi alle spalle gli egoismi nazionali e deve – concludo, Presidente – divenire guida efficiente al servizio della crescita e della coesione in quel percorso di federazione politica vera, come suggerito dalla stessa Presidente della Camera. Abbiamo fiducia nella capacità dell'Europa di trovare la forza per intraprendere questo nuovo percorso e appoggiamo con convinzione l'impegno annunciato dal Governo per contribuire e sostenere questo nuovo grande progetto europeo (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).