Discussione della Relazione della XIV Commissione sulla Relazione programmatica sulla partecipazione dell'Italia all'Unione europea per l'anno 2015 e sul Programma di lavoro della Commissione per il 2015 e sul Programma di diciotto mesi del Consiglio dell'Unione europea
Grazie Presidente, onorevoli colleghi, credo sia importante che la Camera si riunisca oggi, anche per la fortunata coincidenza che la nostra riunione avviene all'indomani della seduta del Parlamento europeo, seduta annuale importante sullo stato dell'Unione. Quindi, proprio oggi ci troviamo a ragionare sul lavoro fatto dalla Commissione politiche dell'Unione europea, su cui adesso la relatrice ci ha informato, e con il contributo da parte del Governo del sottosegretario Sandro Gozi che ringrazio.
È importante perché le immagini e le parole di ieri di Juncker credo siano immagini e parole benvenute dopo una stagione difficile, in cui, in certi momenti, immagini e parole ci hanno fatto addirittura provare vergogna per l'Europa. Per la prima volta, per lunghe settimane, abbiamo credo sentito incrinarsi quel disegno di Stati uniti di Europa che è stato uno dei miti fondativi della nostra Repubblica. Lo stesso Presidente Juncker ha esordito, nel suo discorso sullo stato dell'Unione europea, con delle parole molto semplici, dicendo che lo stato dell'Unione non è buono. E, in effetti, siamo dentro una crisi che investe parte delle nostre opinioni pubbliche e che incide anche su alcuni dei Paesi coinvolti da anni nelle nostre politiche di vicinato, Paesi nei quali, in modo diverso tra Paese e Paese, la speranza e il mito dell'adesione all'Unione europea anche lì subiscono ogni tanto dei colpi significativi, per una crisi che si accende in Ucraina o in Grecia, a Calais o a Ventimiglia, sulle spiagge turche o nelle stazioni ferroviarie ungheresi.
Di fronte a questa vera e propria fatica dell'Europa dobbiamo reagire e credo che noi italiani possiamo essere parte decisiva di questa necessaria reazione. Possiamo esserlo perché abbiamo chiara la bussola dell'orizzonte federalista, un orizzonte cui ci richiameranno anche i Presidenti dei Parlamenti che la Presidente Boldrini ha invitato lunedì prossimo qui a Roma; perché sappiamo che per andare in questa direzione del mito degli Stati Uniti d'Europa non serve una sorta di supergoverno dei tecnocrati, ma serve dare più forza alle istituzioni politiche europee; perché sappiamo, come io credo, noi italiani, cosa dire di fronte alla sfida che viene dal dibattito in corso in Gran Bretagna; perché siamo d'accordo che serve un'Europa più semplice, meno burocratica, ma perché siamo consapevoli che per guadagnare semplicità l'Europa non può mettere in gioco la propria identità, che si basa su pilastri, come la libertà di circolazione delle persone, cui non possiamo e non vogliamo rinunciare. E, salvaguardando questi pilastri, l'intesa con il Regno Unito è possibile; e anche perché abbiamo mantenuto la coesione dell'Europa di fronte alle azioni della Russia in Ucraina, ma al tempo stesso abbiamo lavorato per svolgere un ruolo politico, tenere aperto un dialogo, con l'obiettivo, se verranno attuati gli accordi di Minsk, di rendere possibile una svolta anche nel capitolo delle sanzioni.
Serve, dunque, un'Europa più politica e credo che il discorso di Juncker ieri abbia innanzitutto questo sapore, del tentativo di rivendicare alla Commissione, al Parlamento e alle istituzioni europee un ruolo più politico. E serve naturalmente una diversa politica economica, di cui più volte in quest'Aula si è discusso, basata sulla crescita, sul lavoro, sugli investimenti, nella consapevolezza che dieci anni di stereotipi e di dittatura delle percentuali non hanno scongiurato le crisi, non hanno scongiurato l'impennata del debito pubblico, non hanno scongiurato cinque anni di agonia della Grecia, ma hanno soltanto bloccato la crescita.
L'Italia per questo ha lavorato, ottenendo anche alcuni risultati, per l'obiettivo della flessibilità e degli investimenti. E oggi, anche grazie ai primi dati incoraggianti che ci vengono dalla nostra economia, possiamo continuare questo impegno a testa alta dicendo una cosa molto semplice, ossia che la crescita, come è ormai evidente credo a tutti, non è solo un problema italiano, ma è un problema e un obiettivo dell'Europa intera.
Accanto a queste sfide politiche ed economiche l'Unione è stata messa alla prova negli ultimi mesi da una vera e propria sfida di civiltà provocata dall'ondata migratoria.
Tale ondata ha rischiato di travolgerci non per le sue dimensioni che sono perfettamente compatibili con un'area di 700 milioni di abitanti tra le più ricche del pianeta ma per la reazione a catena che l'ondata migratoria ha provocato tra gli Stati in una rincorsa all'egoismo e allo scaricabarile che è parsa per alcune settimane inarrestabile.
Noi, l'Italia, rivendichiamo di essere stati dalla parte giusta anzitutto grazie alla nostra Marina, alla Guardia costiera, agli operatori delle forze dell'ordine, ai volontari che hanno salvato oltre 100 mila vite umane nel Mediterraneo (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico, Area Popolare (NCD-UDC), Scelta Civica per l'Italia, Per l'Italia - Centro Democratico e Sinistra Ecologia Libertà) e non dimentichiamolo in questi giorni in cui finalmente si parla della parte buona dell'Europa, della parte che interviene nelle crisi umanitarie; quando si parla di questa parte buona dell'Europa, rivendichiamo con orgoglio il ruolo che l'Italia e gli operatori che hanno lavorato per questo in Italia hanno svolto nel Mediterraneo. Eravamo soli non due anni fa né cinque anni fa. Ricordiamo la tragedia del 18 aprile scorso: sono passati appena cinque mesi. Allora il Governo italiano chiese un vertice straordinario dell'Unione europea sul tema dell'immigrazione: cinque mesi fa.
Cinque mesi fa parlare di agenda europea e di superamento di Dublino poteva apparire il sogno di qualche visionario. Oggi queste cose sono nel linguaggio dei documenti dell'Unione europea e anche qui dobbiamo rivendicare al nostro Paese il ruolo di iniziatore del processo che poi ha portato ad alcune decisioni positive dell'Unione europea (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).
Il piano illustrato ieri dal Presidente Juncker è un risultato importante perché sancisce innanzitutto dal punto di vista culturale il principio dell'impegno comune, perché avvia una ricollocazione significativa di centoventimila rifugiati che si aggiungono ai quasi quarantamila già decisi alcune settimane or sono e, nel decidere la ricollocazione di questo totale di centosessantamila, stabilisce che non si tratta di un meccanismo una tantum ma di un meccanismo che può essere riattivato di fronte a crisi che possono ripresentarsi e che sono nel panorama prevedibile dell'evoluzione della situazione. L'Italia sostiene questo piano e farà la sua parte per farlo approvare a partire dall'incontro dei Ministri dell'interno previsto per lunedì prossimo a Bruxelles.
Siamo, dunque, soddisfatti della strada fatta ma consapevoli della strada che resta da fare. Abbiamo, infatti, il dovere di richiamare tutti alla necessità di guardare avanti e anche oltre la pur importante operazione di condivisione annunciata ieri. Se è vero, infatti, che il fenomeno che abbiamo di fronte è un fenomeno di portata storica – le Nazioni Unite calcolano che, a tassi demografici invariati, l'attuale popolazione del continente europeo calerà da 738 milioni a 707 milioni nel 2050 e, al contrario, il continente africano raddoppierà la propria popolazione fino a raggiungere due miliardi e mezzo di persone – se questa è la dimensione per l'appunto storica del fenomeno che abbiamo di fronte, se quindi non si tratta di un episodio effimero ma di una tendenza con cui fare i conti, questo non vuol dire che, per il fatto di essere storico, il fenomeno possa essere subìto semplicemente dicendo che è necessaria la condivisione dell'accoglienza. È un fenomeno che va governato, va governato e gestito insieme. Come Ministri degli esteri di Italia, Francia e Germania ci siamo sforzati di individuare una strada che, a mio avviso, può essere condivisa da molti e può essere condivisa da diverse componenti del Parlamento italiano. Abbiamo indicato alcuni obiettivi che credo sia utile ricordare qui in Aula. Primo, dobbiamo lavorare sulle cause profonde dei fenomeni migratori nei Paesi in cui vengono originati, perché dobbiamo sapere – questo riguarda in particolare noi italiani – che le moltitudini che fuggono dalle guerre e dalle dittature e le moltitudini che fuggono dalla miseria e dalla povertà possono e devono essere trattate in modo diverso, per le regole giuridiche dell'accoglienza europea, ma entrambe queste moltitudini interpellano la responsabilità politica dell'Unione europea e dell'Italia, sia i cosiddetti migranti economici sia i cosiddetti titolari potenziali di diritto di asilo. Entrambi richiedono la responsabilità politica dell'Italia e dell'Europa e nel campo delle difficoltà economiche questa responsabilità significa cooperazione, aiuto allo sviluppo, intervento nelle aree di crisi e credo sia molto importante che il nostro Paese – lo ha annunciato il Presidente del Consiglio nella recente conferenza internazionale ad Addis Abeba – proprio in questo momento decida, nella prossima legge di stabilità, di recuperare almeno una parte del ritardo accumulato negli ultimi dieci anni nei Fondi per la cooperazione e l'aiuto allo sviluppo (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico e Per l'Italia-Centro Democratico). Se non lavoriamo sulle cause profonde di questa crisi faremo fatica a gestire il fenomeno soltanto con le politiche di accoglienza.
Questo vuol dire, ed è il secondo punto, lavorare anche nei Paesi di transito, naturalmente; senza illuderci, lo voglio dire con trasparenza, che si possa risolvere il problema, ad esempio, dei 170, dei 180 mila immigrati che arriveranno nelle nostre coste, probabilmente entro la fine del 2015, dalla Libia, trattenendoli in un megagalattico campo profughi in Niger, non è di questo che stiamo parlando, ma stiamo parlando della possibilità che, se si interviene in alcuni Paesi di transito – e il Niger è fondamentale, Agadez è diventata una specie di hub dei traffici e delle migrazioni di ogni tipo nel continente africano – se si interviene lì, non si risolve con un miracolo la situazione, ma si crea, comunque, un contributo utile e importante a meglio gestire e in parte anche a ridimensionare i fenomeni migratori. E lo dobbiamo fare, anche questo, come Italia e come Europa.
Il terzo punto è il contrasto ai trafficanti di esseri umani, elemento di nuovo fondamentale di una possibile deterrenza nei confronti dei fenomeni incontrollati. Credo che sia realistico puntare all'obiettivo, entro il mese di settembre, di dare il via alla seconda fase dell'operazione decisa dall'Unione europea, Eunavfor Med, un'operazione navale il cui obiettivo è quello di identificare i barconi e distruggere soprattutto i mezzi dei trafficanti, nella seconda fase, nelle acque internazionali. Questa possibilità di farlo in acque internazionali è alla nostra portata e credo possa essere raggiunta nel mese di settembre e sarebbe un passo importante in quella direzione.
In quarto luogo, dobbiamo naturalmente lavorare sul piano politico-diplomatico nel tentativo di risolvere le principali crisi da cui provengono i flussi migratori. Sono tante, naturalmente, e voglio solo accennare alle due che oggi più direttamente influiscono sull'emergenza dell'ondata migratoria.
La crisi libica si avvicina direi alla fase finale del round negoziale. Dire «fase finale» non significa essere certi che l'approdo sia positivo, ma significa riconoscere che ci sono finalmente le condizioni perché se non il 100 per cento, comunque la grande maggioranza delle parti che si sono combattute nell'ultimo anno in Libia possano dar vita a un Governo unitario. Non è scontato, ma finalmente è alla nostra portata; ma deve essere chiaro fin d'ora – anche se il Parlamento ne discuterà quando sarà il momento di prendere le decisioni – alla comunità internazionale che, se a questo Governo unitario si arriverà, l'Italia è pronta ad avere un ruolo decisivo nel sostenere la ricostruzione di una Libia finalmente ricomposta nelle sue componenti, anche sul terreno della sicurezza. Nessuna avventura nel deserto, ma certamente un ruolo di leadership del nostro Paese nella ricostruzione a livello internazionale della stabilità di quel Paese
E poi c’è la crisi siriana di cui si è molto discusso negli ultimi giorni anche in seguito a decisioni prese da singoli Paesi europei. Io voglio dire una cosa molto semplice perché è in coerenza con la posizione che l'Italia ha sostenuto negli ultimi due anni nei confronti del conflitto in Siria. Un conto sono le operazioni di contenimento di Daesh, e l'Italia è impegnatissima nella coalizione anti-Daesh, anche se noi ci concentriamo in Iraq e nel sostegno ai combattenti del Kurdistan iracheno, un conto è il contenimento della minaccia terroristica, un conto è immaginare spedizioni militari che possano di per sé risolvere la crisi siriana. Noi rischiamo, se questa è la logica, di tornare agli errori che abbiamo duramente pagato in altri paesi della regione per il tentativo di risolvere militarmente le crisi senza avere la minima idea di cosa possa accadere dopo un intervento militare e non vogliamo ripetere quell'errore (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico, Area Popolare (NCD-UDC) e Per l'Italia-Centro Democratico).
Abbiamo bisogno, quindi, di uscire dal regime di Bashar Al Assad senza creare un vuoto politico in quella situazione, operazione difficile ma alla quale tutti i Paesi devono collaborare. Mi auguro che le notizie di questi giorni sulla presenza russa in quel terreno siano collegate alla storica esistenza di basi navali e militari russe in Siria, siano collegate al contenimento di Daesh, ma non ripropongano la logica di una difesa fino all'ultimo uomo del regime che è uno degli ostacoli, insieme a chi pensa tutto al contrario di poter risolvere solo con qualche bombardamento di Assad, alla necessaria soluzione politica del conflitto.
Infine, in questa strategia per affrontare il tema dell'immigrazione, dobbiamo lavorare sull'accoglienza, naturalmente. Bene le misure di emergenza decise ieri, ma se guardiamo avanti, dobbiamo sapere che occorre fare una cosa molto semplice: gradualmente, superare le regole di Dublino. I sei o settecentomila migranti irregolari che quest'anno raggiungeranno l'Europa non pensano di entrare in Italia, in Grecia o in Ungheria: pensano di entrare in Europa. Ed hanno ragione loro, non hanno ragione le regole di Dublino che gli impongono di restare nel Paese di primo arrivo. O riconosceremo con la necessaria gradualità questo principio – e lo dobbiamo fare cominciando dal mutuo riconoscimento delle concessioni del diritto di asilo date dai singoli Paesi; queste singole decisioni dovrebbero essere gradualmente riconosciute da tutti i Paesi dell'Unione –, o dunque andiamo oltre Dublino, oppure, per difendere a trincea di Dublino, rischiamo di dover rinunciare a Schengen; e la rinuncia a Schengen sarebbe una ferita all'intero edificio dell'Unione europea.
Serve, dunque, il traguardo di un graduale asilo europeo, con liste europee dei Paesi sicuri: non è possibile che ciascun Paese decida per conto suo quali sono i Paesi che hanno per default diritto all'asilo e quali sono i Paesi che invece tendenzialmente, o addirittura per default, sono sicuri. Servono regole europee comuni, con rimpatri finanziati e gestiti a livello europeo: è inutile che parliamo della differenza tra rifugiati e migranti economici e ci ripetiamo che i migranti economici devono essere rimpatriati, se poi c’è un investimento europeo sulle ricollocazioni, ma non c’è un serio investimento europeo sui rimpatri. I rimpatri non possono essere un problema della Grecia, dell'Italia e dell'Ungheria: anche qui servono regole e impegni economici dell'intera Unione europea.
Servono, infine, pacchetti europei di migranti legali e corridoi umanitari, anche questi a livello europeo (Applausi dei deputati Per l'Italia-Centro Democratico), perché sappiamo benissimo che in alcuni settori del nostro mercato del lavoro, così come del mercato del lavoro di altri Paesi membri dell'Europa, servono migranti regolari, che abbiano gli skill e le capacità indispensabili che non sempre siano in grado di trovare nei nostri mercati del lavoro.
È utopistico lo scenario di andare oltre l'orizzonte di Dublino ? Io sinceramente non lo credo. E se noi pensiamo a qual era la situazione cinque mesi, prima di quella tragedia e di quel vertice straordinario chiesto e ottenuto dal Governo italiano, e cioè poco o nulla come politiche comuni e come impegno comune dell'Unione europea, e pensiamo al risultato a cui siamo arrivati ieri – che ripeto, non ci soddisfa del tutto ma che certamente rispetto alla situazione di cinque mesi fa è uno straordinario passo avanti-, se pensiamo a questo pezzo di strada fatta, dobbiamo essere coscienti che un altro pezzo di strada si può fare andando nella direzione che ho cercato di delineare. Facciamolo con la forza della nostra cultura e della nostra civiltà, facciamolo con la forza possibile dell'Europa (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico, Area Popolare (NCD-UDC), Scelta Civica per l'Italia e Per l'Italia-Centro Democratico e di deputati Sinistra Ecologia Libertà).