Discussione
Data: 
Lunedì, 15 Febbraio, 2016
Nome: 
Stella Bianchi

Doc. XXIII, n. 9

 

Grazie, Presidente. Mi consenta, Presidente, innanzitutto, di ringraziare gli uffici che sono assolutamente preziosi nella loro opera di assistenza e di consulenza all'attività della Commissione bicamerale d'inchiesta sul ciclo dei rifiuti, in questo caso, in particolare, i magistrati Battarino e Castellano. Come diceva già molto bene il presidente, la prima considerazione che faccio è proprio quella che riguarda la situazione che ci troviamo ad affrontare nell'area del porto di Marghera che è figlia di una industrializzazione molto «inconsapevole», diciamo così per voler riconoscere, appunto, la sola inconsapevolezza ai grandi gruppi industriali che hanno svolto le proprie pratiche e la propria attività produttiva senza tenere in considerazione le conseguenze che la loro azione comportava sull'ambiente. Già il presidente della Commissione, Bratti, ricordava la genesi di questo inquinamento: l'avanzamento delle linee di costa che è stato determinato dai rifiuti di lavorazione che, evidentemente, venivano scaricati lì e non trattati come dovevano essere, immissioni incontrollate di varie sostanze e ricaduta degli inquinanti. 
E quindi davvero un modo di fare industria che speriamo il nostro Paese non debba più vedere, e ci auguriamo non debba ripetersi in altre aree del mondo. 
Che cosa ci dice la relazione molto approfondita che la Commissione ha approvato all'unanimità ? Secondo la lettura che ne ho provato a dare, ci offre due lezioni essenziali. La prima è che la bonifica di Marghera sta incontrando delle difficoltà che portano a non averla ancora completata, nonostante sia iniziata dal 1995: nel 1995 il Consorzio Venezia Nuova assume l'impegno di realizzare gli interventi necessari alla messa in sicurezza della laguna di Venezia e al ripristino delle condizioni minime ambientali nell'area della zona di Porto Marghera. La prima considerazione quindi che mi sento di fare è che l'intreccio perverso tra corruzione, mancato controllo, gestione in qualche modo assoluta da parte del Consorzio Venezia Nuova del sistema dei subappalti, ha messo a serio rischio e continua a mettere a serio rischio la stessa possibilità di realizzare in modo efficace e tempestivamente la bonifica dell'area di Marghera; così come la funzionalità del sistema Mose, che conosciamo meglio, forse, che è stato più descritto dai giornali, perché naturalmente è l'intervento che ha una maggiore dimensione di carattere finanziario. 
L'omissione di qualunque controllo è stata confermata nelle audizioni alla Commissione da parte del Provveditorato interregionale per il Veneto, Trentino-Alto Adige, Friuli-Venezia Giulia. L'omissione del controllo ha portato a far sì che il presidente del Consorzio Venezia Nuova, Giovanni Mazzacurati, fosse di fatto il capo assoluto nella gestione e nell'affidamento dei subappalti, che venivano assegnati senza nessuna gara; e tanto meno veniva rispettata la clausola che prevedeva che per il 16 per cento di quota in valore delle opere queste dovessero essere assegnate ad imprese che non facevano parte del Consorzio Venezia Nuova, clausola che non è stata mai rispettata. In particolare (questo è all'esame della procura, all'esame della magistratura) la relazione segnala come la vicenda delle assegnazioni fuori quota chiami in causa anche responsabilità politiche di chi allora era Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio, tra 2001 e 2006, e poi Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, tra 2008 e 2011, cioè in particolare del senatore Matteoli. La prima lezione, quindi, è che naturalmente quando il sistema di corruzione diventa un sistema e rende impossibile la realizzazione di opere pubbliche, ne deriva un danno immediato anche per le attività di bonifica. 
La seconda lezione – e lo sottolineava già il presidente Bratti nella sua relazione introduttiva – è che ci troviamo ancora di fronte all'opera principale che non è stata completata, quei marginamenti a cui faceva riferimento e che sono un sistema di barriere impermeabili, di palancole metalliche con sigillatura in resina del giunto, corridoio-sommitali in calcestruzzo, opere accessorie ed integrazione che ne assicurino la tenuta e rete di captazione delle acque meteoriche: questa breve descrizione ci serve a capire di che cosa stiamo parlando. Il completamento delle opere di marginamento – di nuovo lo ricordava bene il presidente, ne manca il 5-6 per cento, che però non ci deve indurre nell'errore di ritenere che manchi soltanto una quota marginale, perché mancano ancora interventi di un certo rilievo – è essenziale perché si possa avere intanto il completamento dell'azione di bonifica, e c’è il concreto rischio che la mancata realizzazione di queste opere metta a repentaglio tutto il lavoro che è stato fatto in precedenza; ma poi il non aver completata l'opera di bonifica non ci consente di trarre importanti benefici economici: ci sono diverse imprese, diversi complessi industriali che sono interessati alla reindustrializzazione di quell'area, naturalmente sotto altri criteri, sotto altri parametri di tutela ambientale, e che però hanno necessità che l'opera di bonifica e di messa in sicurezza sia completata, affinché i loro progetti possano diventare effettivamente operativi. 
Quindi rischiamo di perdere opportunità di reindustrializzazione dell'area; e rischiamo anche di avere delle azioni risarcitorie, perché sulla base della sacrosanto principio «chi inquina paga» le imprese che sono attive a Porto Marghera... E l'elenco delle imprese attive a Porto Marghera è lunghissimo, è sconfinato: il polo chimico del Paese lavorava a Porto Marghera, l'ENI lavorava a Porto Marghera, lavora ancora a Porto Marghera; ci sono quindi grandissime imprese che sulla base del principio «chi inquina paga» hanno realizzato a loro spese interventi di messa in sicurezza di emergenza e di bonifica delle proprie aree inquinante. Naturalmente questi interventi, che sono stati in buona parte realizzati, diventano efficaci solo se viene completata l'opera primaria di bonifica, vale a dire quelle opere di marginamento che non sono state realizzate: non è quindi da escludere anche la possibilità che lo Stato incorra in azioni risarcitorie. Da ultimo segnalo, come segnalava anche il presidente, questo sistema dei collaudi, che ci è sembrato davvero un elemento da mettere in evidenza, perché di fatto c’è stata una frammentazione ed una moltiplicazione del sistema dei collaudi che a prima vista sembra non avere alcun senso: se non che poi risponde ad una logica molto stringente, purtroppo. Il collaudo è stato effettuato frammentandolo, moltiplicandolo su piccoli pezzi di opera, decine e decine di collaudi; naturalmente nessun collaudo poteva essere realizzato sull'opera terminata, semplicemente perché l'opera non è terminata, e anche perché è impossibile realizzarlo su un complesso di opere, se viene frammentato in così tante parti. E naturalmente il collaudo realizzato in questo modo non può riguardare la funzionalità dell'opera, perché si può vedere la funzionalità di un sistema solo se lo si affronta nel suo complesso, ma si limitava a verificare la rispondenza di quanto fatto rispetto al progetto. 
Di fatto che cosa ci ha detto l'avvocato Fiengo, che ora è amministratore del Consorzio Venezia Nuova ? Ci ha detto testualmente che questa frammentazione dei collaudi serviva a garantire dei premi a pioggia, a dirigenti ministeriali, a dirigenti locali; serviva a garantire una sorta di lasciapassare implicito a questo tipo di azione, che aveva poco a cuore il bene comune e la salvaguardia dell'ambiente, e molto a cuore il mantenimento di un proprio potere personale, piccolo o grande, e il poter far lavorare le imprese che si riteneva opportuno di far lavorare. 
Allora, Presidente, e concludo queste osservazioni sulla relazione che abbiamo in esame: credo che questa relazione ci dica innanzitutto che è molto importante che noi come Paese riusciamo ad avere accesi i riflettori sulle situazioni che sono più a rischio, e che sono però allo stesso tempo quelle più vicine ad una soluzione possibile. Qui si tratta di un intervento che certamente è ancora importante, ma che è il 5-6 per cento dell'intero intervento di bonifica realizzato: davvero su questo occorrerebbe la massima attenzione, per poter finalmente completare l'azione di bonifica e consentire la nuova reindustrializzazione. Seconda considerazione, Presidente, e concludo: il buon funzionamento delle opere pubbliche, il buon funzionamento del sistema pubblico, la riforma che abbiamo approvato sul codice degli appalti affidando al Governo una delega importante, finalmente un sistema-Paese che guarda al buon funzionamento delle opere pubbliche e che mette al centro onestà, rigore e competenza, ci consentiranno di affrontare al meglio anche situazioni ancora così difficili nel nostro Paese.