Dichiarazione di voto
Data: 
Martedì, 16 Febbraio, 2016
Nome: 
Andrea Martella

Doc. XXIII, n. 9

Grazie, signora Presidente. Onorevoli colleghi, vivo con forte senso di responsabilità l'occasione di poter portare, oggi, all'attenzione di quest'Aula un pezzo centrale della storia industriale del nostro Paese, che si lega a doppio filo con le vicende umane e sociali di un territorio cresciuto e sviluppato attorno ad una delle città più belle del mondo. Sto parlando di Porto Marghera e di Venezia. È un legame dai forti contrasti tra il fumo delle ciminiere e, a poca distanza, lo splendore dei capolavori dell'arte, tra l'andamento placido di una città nata sull'acqua e la frenesia dei ritmi operai. Il petrolchimico è nato solo a 4 chilometri, in linea d'aria, dalla città storica di Venezia. Oggi sarebbe impossibile realizzare simili impianti in prossimità di qualsiasi città, figuriamoci di una città come Venezia. 
Sto parlando di un legame che, con tutto il suo carico contraddittorio, è comunque storia. Ed è proprio dalla storia che voglio partire per poi meglio ricondurmi al presente e alle contingenze attuali che noi tutti siamo chiamati a prendere in considerazione. Marghera nasce negli anni Venti e si sviluppa nel corso dei decenni successivi fino a raggiungere il suo massimo storico di espansione a metà degli anni Settanta: 35 mila operai per un'area che dava lavoro al 10 per cento dei veneti. Era uno dei siti industriali più importanti d'Europa. Poi, la fase discendente, segnata dall'emergere di nuovi mercati concorrenziali, da oggettivi problemi di natura ambientale e da un lungo dibattito politico ed istituzionale che vide le due sponde del partito della chimica e del partito dell'ambiente fronteggiarsi aspramente, ma con un esito del tutto insufficiente per far nascere davvero una nuova Porto Marghera, una Porto Marghera cioè sostenibile sia dal punto di vista ambientale che sotto il profilo della competitività produttiva. 
Oggi, certo, il peso occupazionale di quest'area è sicuramente di gran lunga inferiore a quello di un tempo, ma non è inferiore il suo peso specifico in termini di potenzialità innovative e di prospettiva industriale; fattori che rimangono ancora intatti e che ancora devono essere valorizzati appieno. In quest'ottica ho voluto compiere questo breve excursus, richiamando all'importanza della relazione prodotta dalla Commissione parlamentare d'inchiesta sul ciclo dei rifiuti, al cui presidente e ai cui componenti va dato atto con merito dell'importante lavoro svolto. 
La relazione conclusiva ci riporta le criticità della situazione del SIN di Marghera sia per quanto riguarda le attività di bonifica, affidate alle società che vi operano, sia per quanto riguarda l'esecuzione delle opere di marginamento e di rifacimento delle sponde delle macroisole lagunari, suddivise nelle competenze tra l'ex magistrato alle acque, la regione Veneto, l'autorità portuale di Venezia e che risultano non ancora completate, nonostante gli oneri economici siano stati – come è stato ricordato – a carico del Ministero dell'ambiente. Per i marginamenti delle macroisole di Porto Marghera, sinora, lo Stato ha sostenuto la spesa complessiva di ben 781 mila milioni di euro, con la realizzazione di circa il 94 per cento delle opere previste. È una cifra enorme, ma risultano ancora da eseguire circa 3,5 chilometri di marginamenti e di rifacimento di sponde, per i quali occorrerebbero non meno di 250 milioni di euro. Parliamo dei tratti più complessi, quelli che riguardano le aree in corrispondenza dei sottoattraversamenti con tubazioni delle società Edison, Syndial, Sapio/Crion, dell'oleodotto e dell'impianto antincendio dell'Ies di Mantova, nonché i marginamenti relativi alle aree dove sono attive produzioni chimiche con residui di lavorazioni particolarmente inquinanti (l'ex Montecatini e l'Agrimont), che risultano tuttora non ancora protetti. 
L'obiettivo fissato dal piano di bonifica è quello di impedire lo sversamento nei canali lagunari delle acque provenienti dai terreni inquinati del SIN. 
Riemerge, quindi, in maniera urgente la necessità di reperire i fondi necessari per completare le opere previste dall'accordo di programma del 16 aprile 2012, proprio in funzione della bonifica; presupposto imprescindibile anche per il processo di riconversione e di reindustrializzazione dell'area. La preoccupazione maggiore è legata al fatto che il mancato completamento di tale opere rischia, come conseguenza principale, quella di indebolire e vanificare anche le opere già realizzate, mettendo a rischio la bontà complessiva degli interventi eseguiti. Esiste, inoltre, una questione circa i possibili contenziosi che potrebbero aprirsi nel caso in cui lo Stato non dovesse adempiere agli obblighi assunti nell'ambito del processo di bonifica con i soggetti privati, che potrebbero rivalersi con ulteriori esborsi di denaro pubblico. 
La relazione conclusiva si configura, quindi, come una sorta di trama di un film in cui si intrecciano molte vicende che hanno riguardato e riguardano Venezia: grovigli burocratici, conflitti di competenze, incertezza sulle attribuzioni, mancanza complessiva di governance, che, nel corso degli anni, ha sedimentato veleni, anche nella dimensione amministrativa. Le criticità riportate ci dimostrano quali costi hanno per la collettività i corto circuiti istituzionali, gli ambiti di incertezza amministrativa, quelli nei quali è più facile istituzionalizzare rendite di posizione, con gravi rischi anche in termini di questione morale, come testimoniano le vicende giudiziarie che hanno interessato questo territorio, da ultime quelle relative alla realizzazione del MOSE e al Consorzio Venezia Nuova. 
Ciò è palese quando si legge che l'unica ragione che avrebbe sorretto la nomina di decine di commissioni di collaudo per singoli manufatti o per gruppi di manufatti realizzati sarebbe stata quella del preminente interesse dei collaudatori e non vi è dubbio che le somme erogate dall'Erario, pari a 17 milioni di euro, avrebbero potuto e avrebbero dovuto avere una destinazione diversa nell'interesse dell'avanzamento del processo di bonifica. Questi lavori – è giusto ricordarlo ancora una volta – hanno una loro rilevanza per due ordini di motivi: il primo è legato alla messa in sicurezza di un territorio compromesso e segnato da un processo di industrializzazione pesante e il secondo alla capacità di attrarre nuovi investimenti. 
Non dimentichiamo che lo scorso gennaio 2015 è stato siglato, presso il Ministero dello sviluppo economico, un fondamentale accordo di programma per la riconversione e la riqualificazione economica dell'area industriale. È un atto politico finalizzato a riconciliare ambiente e lavoro. Con questo accordo di programma sono stati resi disponibili quasi 200 milioni di euro. Purtroppo, ci sono dei ritardi, ad esempio il mancato decollo della società che dovrebbe gestire i 100 ettari ceduti da Syndial. È responsabilità del comune di Venezia e della regione Veneto, che continuano a perdere tempo preziosissimo a discapito del territorio. 
È una fase non semplice quella che sta vivendo questo sito industriale, anche in relazione – avremo occasione di parlarne anche prossimamente – alle vicende che riguardano, in queste settimane, il futuro di Versalis e di ENI nel settore della chimica. Ci sono impegni per il segmento della chimica verde, che hanno origine in quell'accordo di programma, che non possono essere pregiudicati ed è, quindi, necessario che il Governo presti la massima attenzione e difenda un assetindustriale strategico per il Paese. È una questione, peraltro, che va oltre Marghera, che riguarda i siti di Ravenna, Ferrara, Mantova, Gela, Priolo, Ragusa, Brindisi. Parliamo di 6 mila occupati diretti. Lo abbiamo detto e ribadito in Commissione attività produttive lo scorso mese di dicembre, quando, con una risoluzione, abbiamo impegnato il Governo su una serie di punti per il rilancio della chimica. 
Oggi Venezia e Marghera sono incamminate in un percorso di cambiamento. Si sono avviati un processo importante di rigenerazione urbana, che va sostenuto e rafforzato, e, al contempo, un processo di riconversione industriale, che va accompagnato e supportato da parte delle istituzioni pubbliche, naturalmente a cominciare dal Governo. La risoluzione della Commissione richiama il legislatore alle proprie responsabilità, non solo in termini di risorse, ma soprattutto di governance, viste le conclusioni di questo documento. Ne abbiamo consapevolezza. Sono primo firmatario, insieme ad altri colleghi, di una proposta di legge, sottoscritta da molti deputati, finalizzata a riconoscere una nuova specialità per Venezia. Si tratta di una necessità che sarà ancora più evidente quando anche le opere per la realizzazione del MOSE saranno terminate e quando il nuovo assetto istituzionale e la dimensione della città metropolitana porterà necessariamente a ripensare agli strumenti di governo del territorio. 
Per queste ragioni, per tutti questi motivi che ho cercato di richiamare, con la risoluzione che andiamo votare chiediamo che il Governo assuma ogni iniziativa utile, in raccordo con i soggetti coinvolti, per superare le criticità evidenziate, adottare un programma sia per reperire le risorse necessarie per il completamento del processo di bonifica sia per monitorare, con la dovuta attenzione, le attuali dinamiche di sviluppo, preservando uno dei più importanti siti industriali del Paese, che ha pagato nel tempo un pesante tributo in termini ambientali e occupazionali.