Discussione
Data: 
Lunedì, 15 Febbraio, 2016
Nome: 
Alessandro Bratti

Doc. XXIII, n. 9

 

Grazie, signor Presidente. Signor Presidente, onorevoli colleghi, voglio, in primo luogo, esprimere soddisfazione e anche gratitudine – quella di tutti i componenti della Commissione parlamentare d'inchiesta – per l'odierno dibattito, questo perché non è regola generale che una relazione di una Commissione d'inchiesta sia oggetto di discussione presso l'Aula di Montecitorio. Ringrazio, quindi, per questo motivo, sia la Presidenza della Camera, che la Conferenza dei presidenti dei gruppi parlamentari anche perché questo consente una discussione più ampia e noi crediamo anche una maggiore trasparenza rispetto ad alcune situazioni, purtroppo anche gravi, complesse e problematiche che sono sul territorio nazionale. 
La Commissione – ci tengo a ribadirlo – ha iniziato la propria attività nel mese di settembre 2014, e sta sviluppando la propria inchiesta sotto un duplice profilo. Da un lato, sono in corso approfondimenti a carattere territoriale (la relazione sulla Liguria è già stata approvata, a breve sarà esaminata e approvata quella sul Veneto e sulla Sicilia, mentre nella prossima primavera sarà la volta della Campania e del Lazio).  Dall'altro, stiamo facendo approfondimenti di carattere tematico. 
Oltre a queste due relazioni all'ordine del giorno, la Commissione – come è noto – ha già approvato quella sulla gestione dei rifiuti radioattivi, un primo stralcio di un lavoro molto complesso, su cui domani alle ore 10 avrà luogo un convegno proprio qui, nella sala Aldo Moro. La Commissione si sta concentrando, in particolare, sul tema delicatissimo delle bonifiche, dove l'interesse della criminalità è molto alto. Anziché un'unica relazione ricognitiva, che vedrebbe luce solo a fine legislatura, la Commissione ha preferito esaminare i singoli siti più importanti mediante appositi approfondimenti: è il caso della situazione di cui discuteremo oggi relativamente al sito di interesse nazionale di Porto Marghera e anche di quella che discuteremo successivamente, del cosiddetto Quadrilatero della chimica, ma non mancherà anche un approfondimento specifico sul caso, ad esempio, di Bussi in Abruzzo. 
Sono inoltre in corso approfondimenti su temi rilevanti, come il traffico transfrontaliero dei rifiuti, la gestione e lo smaltimento dei rifiuti che provengono dai poligoni militari, e strutture analoghe che hanno proiezione marina. Un altro tema a cui noi teniamo in maniera particolare è quello del mercato del riciclo, degli impianti di depurazione, del trattamento dei fanghi e delle cosiddette navi a perdere. 
La Commissione infine sta concentrando la propria attenzione su altre questioni sensibili, a partire da quella dei danni erariali relativi all'ambiente. Infatti, nella giurisprudenza recente della Corte dei conti, si evidenzia il riconoscimento di responsabilità per violazione della normativa in materia di raccolta differenziata dei rifiuti, nonché per disorganizzazione e insufficienza o interruzione dei servizi di raccolta dei rifiuti. 
Altri temi attenzionati sono, tra gli altri, quelli delle procedure di infrazione dell'Unione Europea, in materia appunto di gestione dei rifiuti, i siti contaminati da amianto e l'evasione della tassa sui rifiuti, quindi diciamo che la carne al fuoco non manca. 
La relazione in discussione, che è stata approvata all'unanimità dalla Commissione nella seduta del 10 dicembre 2015 e frutto di un lavoro già iniziato nel 2014, come ricordavo prima, riguarda il sito di porto Marghera. Sono stati raccolti complessivamente, nell'archivio della Commissione, oltre 117 documenti, per un totale di 4.500 pagine. 
Come dicevo, il sito di Marghera fa parte, dal punto di vista produttivo, di un quadrilatero importante; il sito di Marghera è stato sicuramente uno dei siti industriali più importanti per il nostro Paese, per quanto riguarda la chimica e la chimica – come è noto – ha dato tanti indirizzi positivi, ma ha lasciato anche delle eredità complesse con cui oggi noi dobbiamo fare i conti. Non è un caso che il sito di Porto Marghera diventa sito di interesse nazionale già nel 1998, con la legge n. 426. Originariamente, era un perimetro che comprendeva oltre 3.200 ettari di aree di terra, 350 ettari di canali portuali e interessava 2.200 ettari di area lagunare, quindi una dimensione veramente straordinaria. Oggi, questo SIN, in base a tutta una serie di interventi e di riperimetrazioni è di circa 1.620 ettari. Lo spettro dei contaminanti che sono stati trovati è purtroppo frutto di un'eredità, del modo di produrre in passato, è uno spettro impattante e problematico che va da ciò che è stato trovato nei suoli (sono state rinvenute varie tipologie di metalli), alle acque di falda, dove, oltre ai metalli, sono stati trovati anche idrocarburi policiclici aromatici. La genesi di tale inquinamento è fondamentalmente dovuta a tre questioni. La prima è che nel tempo l'avanzamento della linea di costa, che è stata ottenuta impiegando rifiuti derivati dalla prima zona industriale, prodotti di scarto di molteplici lavorazioni dell'industria chimica e del trattamento dei metalli, che sono di fatto stati utilizzati come terreno di riporto. Parti intere di quelle isole, che oggi sono oggetto di bonifica, sono il frutto in realtà di rifiuti che, invece di essere smaltiti, venivano utilizzati, un tempo nel quale la normativa non era quella di oggi, per costituire proprio il substrato su cui costruire poi altri impianti. 
Si tratta di emissioni incontrollate di varie sostanze, principalmente cloroderivati, tra i quali il triste e famoso cloruro di vinile, sia nei terreni che nelle acque sotterranee, e, inoltre, anche di numerose concentrazioni di inquinanti ricadute dall'attività dei camini, quindi, ricadute dall'atmosfera. È, quindi, di un processo di inquinamento molto forte che ha visto impegnati fin dal 1998 diversi enti nel tentativo di bonificare. È stato fatto un primo accordo di programma nel 1998 che, in realtà, ha definito le linee di intervento su come bonificare e mettere in sicurezza quell'area così importante, poi, è stato fatto un masterplan nel 2004 che coinvolgeva un po’ tutti gli attori istituzionali e che prevedeva la messa in sicurezza permanente di Porto Marghera, mediante una procedura che proverò, poi, succintamente, a descrivere. Infine, vi sono stati altri accordi di programma come quello firmato nel 2006; un accordo di programma importante, perché all'articolo 6 faceva riferimento al Magistrato delle acque di Venezia, tramite il proprio concessionario, il Consorzio Venezia Nuova; anche questo è noto alla triste cronaca per altre questioni legate al MOSE, d'altronde basta leggere attentamente la relazione, si capisce come le due questioni della bonifica del sito di Porto Marghera e, in realtà, i lavori sul MOSE si intreccino, purtroppo, in maniera molto, molto forte. Non ultimo ricordo l'accordo di programma del 2012 sulla bonifica e la messa in sicurezza, firmata allora dal Ministro Clini. Cosa abbiamo ravvisato ? Poi, lo ripeto, chi vuole approfondire, credo che la relazione sia molto dettagliata ed è già stata, anche, ampiamente discussa dalla stampa e nelle situazioni locali. 
Dal punto di vista ambientale, quello che abbiamo verificato non è stata tanto la procedura transattiva con cui lo Stato ha ricavato oltre 500 milioni di euro per poter procedere alle bonifiche, quanto le problematiche di natura ambientale; inoltre, abbiamo messo un riflettore su tutto il tema dei collaudi dell'opera. Per quanto riguarda la problematica ambientale l'operazione di messa in sicurezza costituiva nel dividere in una serie di isole quest'area molto, molto ampia e queste isole venivano, di fatto, circondate, attraverso delle palizzate, dei cosiddetti, tecnicamente, marginamenti, per impedire agli inquinanti di uscire in laguna. Era, poi, era previsto un sistema di pompaggio e di drenaggio che togliesse l'acqua dalla falda profonda e pulisse quest'acqua per poi riutilizzarla. Allo stato dell'arte, sinora, lo Stato ha sostenuto una spesa complessiva di oltre 780 milioni di euro, lo ripeto, più di 500 milioni di euro derivano dalle transazioni fatte con le imprese che più hanno inquinato, e, di fatto, è stato realizzato il 94 per cento delle opere previste, risultano ancora da eseguire 3 chilometri o tre chilometri e mezzo. A una lettura un po’ superficiale, anzi, in sostanza, parrebbe mancare un 5 o 6 per cento, se si misura la percentuale di queste opere, ma, in realtà, questo 5 o 6 per cento ha un costo di circa 250 milioni di euro che sembrerebbe assolutamente sproporzionato rispetto al costo degli altri marginamenti, ma è giustificato dal fatto che mancano tutte le aree più complesse, dove passano le sottostazioni, immaginiamo un catino; queste aree hanno dei varchi di 50, 60 metri che non sono state marginate, per cui l'opera che è stata fatta, che è stata un'opera imponente, non raggiunge l'obiettivo di isolare queste isole dalla laguna, appunto perché c’è la presenza di questi varchi; è come se si avesse un colabrodo, per cui gli inquinanti, di fatto, continuano ad uscire e il sistema drenante diventa assolutamente inefficiente e inefficace.
In più siamo in una situazione dove se non si interviene, così noi abbiamo scritto, in maniera puntuale, precisa e anche in tempi rapidi, si corre il rischio che anche il lavoro fatto si ammalori e che quindi quelle palancole, quei marginamenti realizzati poi non tengano più e, quindi, il rischio che il loro scarso funzionamento possa contribuire ad aumentare l'inquinamento è molto forte. Noi abbiamo segnalato, da un punto di vista ambientale, questa situazione che riteniamo di una delicatezza estrema e che chiama tutti a un senso di responsabilità, al di là di quelle che sono le colpe di chi non ha realizzato in maniera adeguata quell'opera, perché il rischio, appunto, che continui l'inquinamento e che si possa riaprire un contenzioso tra lo Stato e le imprese che hanno pagato attraverso le transazioni il corrispettivo per addivenire all'emergenza delle bonifiche è molto, molto forte. I fondi a disposizione, ci viene detto oggi, non ci sono, sono assolutamente insufficienti. È previsto che le transazioni con le diverse imprese terminino circa nel 2023, ma si presume che questi soldi possano arrivare al massimo a circa 30 milioni di euro, assolutamente insufficienti per terminare quell'opera. Teniamo presente un'altra cosa: qualsiasi opera di reindustrializzazione venisse mai realizzata in quell'area, e ci sono tanti interessi manifestati, non può non considerare la bonifica e la messa in sicurezza. Quindi, bonifica e messa in sicurezza e rilancio dall'area produttiva vanno assolutamente di pari passo. Questo è un elemento che noi abbiamo segnalato e che riteniamo molto importante. 
L'altro tema che noi abbiamo giudicato meritevole di attenzione, anche se, forse, da un punto di vista amministrativo – lo dico così e scusatemi la generalizzazione – può sembrare un percorso legale, è il tema dei collaudi. Sono stati pagati, per queste opere, circa 2 milioni di euro di collaudi, distribuiti a diverse commissioni, a decine di commissioni che hanno collaudato pezzi dell'opera; non c’è mai stato, però, un collaudo più generale, quindi, ci troviamo in una situazione in cui sono stati spesi oltre 2 milioni di euro per collaudare pezzi di opera, senza avere mai il collaudo definitivo. Per cui si tratta di 2 milioni di euro che, a nostro avviso, sono stati spesi, non male, ma di più. Abbiamo, poi, anche verificato tutta una serie, come ho detto, di connessioni rispetto a questo utilizzo assolutamente improprio del Consorzio Venezia Nuova.
Ho finito, signor Presidente, attraverso, tra l'altro, una dichiarazione da parte dell'attuale Provveditorato delle opere pubbliche di non controllo delle opere realizzate. Anche questo a noi è sembrato molto curioso. In realtà i lavori sono stati assegnati senza gara, in barba a qualsiasi tipo di normativa europea, e non vi sono stati neanche una verifica e un controllo sullo stato dei lavori in essere. 
Questo, signor Presidente, onorevoli colleghi, è il lavoro, in breve sintesi, che è stato realizzato dalla nostra Commissione e che oggi è a disposizione per tutte le considerazioni del caso delle diverse forze politiche, auspicando – perché questo è anche il lavoro che noi abbiamo messo in calendario e l'obiettivo che ci siamo dati come Commissione – che poi queste denunce si trasformino per chi di dovere in atti concreti, per cercare di risolvere il problema.