Discussione - Presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti
Data: 
Lunedì, 12 Settembre, 2016
Nome: 
Alessandro Bratti

 Doc. XXIII, n. 17

Grazie, signor Presidente. Onorevoli colleghi, la relazione sulla gestione del ciclo dei rifiuti in Veneto si basa su 500 unità documentali che si traducono in circa 15 mila pagine di documentazione, di queste pagine 54 sono sottoposte a regime di segretezza. La Commissione ha infine svolto la suddetta attività di indagine sia compiendo audizioni formali presso la sede a Roma, sia svolgendo, come si fa con le altre relazioni, missioni direttamente sul territorio; tre per essere precisi. La relazione sulla regione Veneto pone in evidenza si aspetti positivi, sia alcune criticità che sono state rilevate nel corso dei lavori dell'inchiesta. 
Per quanto concerne i rifiuti urbani si pone in evidenza il grande sviluppo della raccolta differenziata raggiunto in tutte le province della regione Veneto: nel biennio 2013-2014 si attesta una percentuale intorno al 65 per cento, quindi sugli obiettivi europei, con delle punte di eccellenza per la provincia di Treviso, che supera addirittura il 75 per cento. Se per quanto riguarda la gestione dei rifiuti urbani, il Veneto presente una situazione, lo abbiamo visto, di eccellenza (salvo, questo lo voglio sottolineare, poi sarà ripreso credo anche da altri interventi, il caso molto grave e preoccupante dell'eredità dalla vecchia discarica del comune di Pescantina, in provincia di Verona), ben diversa è la situazione dei rifiuti speciali che ha attirato la nostra attenzione. Sul territorio regionale sono presenti 1500 impianti di trattamento dei rifiuti speciali che operano in un diverso regime autorizzatorio. Si tratta di un numero enorme di impianti, molto complicato da controllare, nonostante un buon lavoro – che è emerso – fatto dall'ARPA-Veneto. Ebbene, l'istruttoria svolta dalla Commissione d'inchiesta ha consentito di appurare che, pure in presenza di un numero così elevato di impianti in grado di trattare una moltissima varietà di rifiuti speciali, il fenomeno tipico del Veneto, quale acclarato dalle numerose inchieste giudiziarie di cui sono stati acquisiti di volta in volta gli atti, è quello di un'impresa regolarmente autorizzata che, in violazione delle autorizzazioni e dell'autorizzazione ambientale integrata normalmente concessa per la gestione di particolare rifiuti non pericolosi, addotta, viceversa, una serie di comportamenti devianti rispetto alla struttura normativa e alle prescrizioni fissate in sede amministrativa. Si verifica, cioè, che l'impresa riceva rifiuti anche pericolosi, ovvero comunque non compresi nel codice specifico per cui è stata autorizzata, e provveda alla loro successiva miscelazione con rifiuti per cui è stata autorizzata. 
A un certo punto accade che un numero sempre più consistente di imprese trovano nelle pieghe di una norma o nelle pieghe di alcune prescrizioni, e soprattutto nelle pieghe dei controlli, un chiaro vantaggio economico, che si traduce nell'eliminazione e riduzione dei costi di smaltimento dei rifiuti speciali per cui operano in maniera difforme da quella prevista, sicché il vero problema del Veneto e del sistema industriale rimane una distorsione che avviene sul mercato normale. Tra le modalità con le quali viene effettuato lo smaltimento illegale così ricordato si ricorda la pratica del cosiddetto giro bolla, cioè dell'operazione di sostituzione del documento originario di accompagnamento di un rifiuto contenente un determinato codice con uno riportante indicazioni false e di comodo, tale, però, da poterne accelerare lo smaltimento mediante l'utilizzo di notifiche già in essere ovvero autorizzate presso determinati impianti. 
Il recupero dei rifiuti, correttamente posto quale obiettivo strategico delle stesse norme comunitarie – si ricorda il tema dei principi dell'economia circolare –, diventa, quindi, pericolosamente una potenziale occasione, e in alcuni casi un'attività certa, per introdurre in maniera illecita rifiuti che recuperabili non sono, con la conseguenza di veicolare nei cicli di produzioni contaminanti non presenti nelle materie prime sostituite ovvero nel metterli a contatto con matrici sensibili, suolo e sottosuolo, nel caso in cui le materie recuperate vengano utilizzate, per esempio, nel campo dell'edilizia.
I vantaggi ottenuti con questo tipo di comportamento sono molti e riguardano sostanzialmente il risparmio ottenuto nel non sostenere i costi necessari per un corretto trattamento del rifiuto. Sulla base di quanto emerso dall'indagine della magistratura è possibile concludere che il conferimento illecito dei rifiuti da parte di un numero rilevante di imprese conferenti risulta un fenomeno purtroppo pressoché generalizzato. Altrettanto considerevole è il numero dei destinatari più o meno consapevoli dei prodotti delle successive miscelazioni di rifiuti pericolosi, anche diluiti, con i nomi di fantasia più disparati, Rilcem, Conglogem o Concrete Green, ovvero privi di specifiche diciture. 
Sono stati elencati, poi, nel corso della relazione, con riferimento a ciascuna provincia, l'insistenza di numerosi siti contaminati complessivamente pari al numero 485, come indicato dalla relazione dell'ARPA Veneto. Si tratta di siti in cui le concentrazioni degli agenti inquinanti sono così alte da imporre automaticamente le procedure di messa in sicurezza e bonifica conseguenti all'interruzione dell'attività illecita di trattamento dei rifiuti. Tra questi vorrei citare i casi emblematici come l'ex discarica Corsea di Sarcedo, il sito di Sona e, come ho detto prima, la discarica di Pescantina, che è invasa da percolato e il cui costo di bonifica, a causa della mala gestione di Daneco, la società che aveva in gran parte, in questi anni, i compiti di gestire, rischia di gravare completamente sulle casse del comune. 
In totale, tra siti inquinati e siti potenzialmente inquinati sul territorio regionale se ne contano ben 559, ai quali deve essere aggiunto il sito di interesse nazionale di Porto Marghera, che, come si ricorda, è stato oggetto di una specifica relazione. Di particolare rilevanza, poi, sempre nella regione del Veneto, sono i processi di trattamento delle acque reflue urbane, della loro depurazione, che ha ricadute significative anche nel campo della gestione dei rifiuti per effetto della produzione di grandi quantità di fanghi da depurazione, cioè residui solidi prodotti attraverso lo sviluppo del fango attivo nel corso dell'ossidazione biologica. Tale fango deve essere successivamente separato, disidratato e, infine, destinato al recupero o allo smaltimento.  In particolare, nella regione Veneto insistono 26 impianti di compostaggio e di gestione anaerobica e i fanghi prodotti dalla depurazione biologica delle acque reflue urbane vengono destinati in gran parte al compostaggio e anche all'impiego in agricoltura, con elevate criticità, che sono emerse, connesse all'acclarato eccesso di produzione di tali fanghi, che spesso comporta il loro illecito smaltimento, con conseguente danneggiamento dei territori nei quali vengono distribuiti. In tale contesto si inserisce la vicenda della società Coinpo, sita in Adria, località di Cà Emo, che nella lavorazione dei fanghi faceva ricorso impropriamente all'uso di acido solforico, sicché, come tristemente noto, in data 22 settembre 2014, a seguito di un incidente legato all'uso di questa sostanza in una vasca interrata, si verificava una reazione chimica che provocava la morte di quattro lavoratori. 
La suddetta vicenda ha fatto appunto emergere un problema diffuso in tutte le province venete, posto che i terreni agricoli disponibili sono limitati rispetto alla quantità di fanghi lavorati. Non a caso, proprio nei confronti di questa società è emersa l'ipotesi del reato di cui all'articolo 260 del decreto legislativo n. 152, che riguarda il traffico organizzato di rifiuti. Ancora più grave è la vicenda che attiene alla presenza delle sostanze perfluoralchiliche nel vicentino. Particolare attenzione la Commissione d'inchiesta ha dedicato all'inquinamento di queste sostanze nella Valle del Chiampo, in provincia di Vicenza, che vede un inquinamento della falda estesa per circa 160 chilometri quadrati, con il coinvolgimento di territori delle province di Vicenza, Verona e Padova. 
Sul punto, l'Istituto di ricerca sulle acque del CNR, già nella relazione del marzo 2013, a seguito dei campionamenti delle acque effettuati in oltre 30 comuni, in prevalenza nella provincia di Vicenza, ma anche nei comuni limitrofi di Padova e Verona, sottolineava l'esistenza di un possibile rischio sanitario per le popolazioni che bevono tuttora queste acque prelevate dalla falda. L'origine della contaminazione è stata individuata dall'ARPA Veneto negli scarichi dell'azienda chimica Miteni Spa, posta nel comune di Trissino. L'inquinamento della Miteni non investe solo le acque di falda, ma coinvolge, altresì, l'intero sistema delle acque superficiali, sia attraverso scarichi diretti nel torrente Poscola sia attraverso la rete fognaria della società che confluisce nel depuratore di Trissino, che, a sua volta, scarica nel collettore consortile Arica. 
Non vi è dubbio che il problema degli scarichi della Miteni debba essere affrontato in modo complessivo, e non parziale come avviene oggi; pertanto, appare necessario e urgente intervenire direttamente all'origine del problema. In tale contesto, appare ben difficile non ritenere la sussistenza del reato di cui all'articolo 439 del codice penale, avvelenamento di acque destinate all'alimentazione o distribuite per il consumo, anche nella forma colposa di cui all'articolo 452, ovvero, a partire dal mese di maggio 2015, con l'entrata in vigore della legge n. 68, la cosiddetta legge sugli ecoreati, anche i reati di cui all'articolo 452-quater, comma secondo, n. 2, e 452-quinquies. La vicenda dell'inquinamento dei PFAS, queste sostanze, comunque ancora oggi è ben lungi dall'essere conclusa, e, lo voglio ricordare, la Commissione ha dedicato uno specifico approfondimento su questa vicenda, che sarà a breve concluso. 
Tra le inchieste giudiziarie più significative spicca la vicenda che vede protagonista l'ingegnere Fior Fabio, il quale, nel corso della sua lunga carriera ai vertici dell'amministrazione regionale, ha accumulato una serie ininterrotta di abusi d'ufficio e di falsi, fino alla costituzione di un'associazione per delinquere che traeva alimento proprio dai ruoli dirigenziali ricoperti. Il Fior ha potuto, per tanti lunghi anni, consumare i reati grazie alle coperture politiche e amministrative di cui godeva, e, dopo la condanna subita, ha rassegnato le dimissioni dall'amministrazione regionale a partire dal 1ogennaio 2016. Altra vicenda esaminata nella relazione concerne la realizzazione dell'autostrada A31, cosiddetta Valdastico Sud. Le indagini svolte dalla procura distrettuale antimafia di Venezia hanno posto in evidenza che nei sottofondi rilevati dell'autostrada sono stati utilizzati materiali tossico-nocivi in un contesto di diffusa illegalità e omertà che vede coinvolte moltissime delle imprese fornitrici indagate. 
Non rimane che esprimere l'auspicio che la Valdastico Nord, l'autostrada di 53 chilometri destinata a collegare Piovene Rocchette a Besenello, venga realizzata con materiali primi e secondi diversi da quelli usati per la Valdastico Sud.
Infine, la Commissione d'inchiesta si è occupata delle vicende giudiziarie che hanno investito la centrale termoelettrica Enel di Polesine Camerini, Porto Tolle. La società Enel ha gestito la centrale termoelettrica di Polesine Camerini dal 1980 al 2009. Sulla gestione della centrale, oltre a numerose decisioni dei giudici di merito, è intervenuta la Corte di cassazione che, con la sentenza n. 16.422, in data 11 gennaio 2011, ha confermato l'impianto accusatorio quale delineato dal tribunale di Rovigo, sezione distaccata di Adria, nella sentenza del 2006 e, sebbene con dichiarazione di prescrizione dei reati, ha riconosciuto la responsabilità penale oltre che dei direttori di centrale anche e soprattutto degli amministratori delegati dell'Enel di quel tempo. Quanto al futuro del sito della centrale termoelettrica di Polesine Camerini, come ha dichiarato l'amministratore delegato di Enel Produzione, Giuseppe Molina, la società, a distanza circa di 7 anni dalla chiusura della centrale termoelettrica, ha eseguito la bonifica e la demolizione di un solo serbatoio di olio combustibile denso dei nove che insistono sul sito, mentre per la bonifica degli altri otto, alla data dell'audizione del direttore, 14 dicembre 2015, erano in corso le gare d'appalto. 
In conclusione, signor Presidente, sulla base della documentazione acquisita, delle audizioni svolte, nonché dell'attività d'indagine condotta dalla Commissione, il quadro generale che emerge disvela un grave inquinamento, a macchia di leopardo, anche di carattere storico, su tutto il territorio regionale, determinato soprattutto da illeciti trattamenti e/o smaltimenti di rifiuti speciali. Inoltre, il diffuso comportamento illegale che caratterizza pezzi importanti di imprenditoria del settore, spesso in concorso con funzionari pubblici compiacenti, e di soggetti legati alla politica locale determina una situazione che merita grande attenzione per evitare che, anche in questo settore, eventuali fenomeni di infiltrazione della malavita organizzata si allarghino a macchia d'olio.