A.C. 2741-A
Signora Presidente, onorevoli colleghi, come sappiamo, la Costituzione, all'articolo 11, afferma che l'Italia ripudia la guerra. Ora, ripudiare significa allontanare da sé, facendogli fare un passo indietro, qualche cosa che ci è appartenuto, qualche cosa che era nostro diritto esercitare. Conosciamo bene i motivi per cui quell'articolo è stato redatto in quel modo: perché la guerra ha fatto parte, inevitabilmente, della storia d'Italia.
Chi ha scritto quell'articolo aveva in mente primariamente quella che noi definiamo la seconda Guerra mondiale. Noi, oggi, stiamo applicando quell'articolo a un passaggio particolarmente doloroso della prima Guerra mondiale; guerra che ha fatto parte costitutiva della costruzione della nostra identità nazionale, nel male, naturalmente, nel dolore infinito, nella sofferenza indicibile di quattro anni di tensione, quattro anni di sangue, quattro anni di violenza. Nella Prima Guerra mondiale lo Stato moderno ha raggiunto il massimo della propria capacità di comando sopra le popolazioni, ha raggiunto l'apice della propria capacità di spingere gli uomini a vivere e a morire, della propria capacità di inquadrare, irreggimentare, motivare i cittadini verso un fine politico che a quei cittadini sfuggiva.
Una prova di forza che si è rivoltata contro lo Stato stesso, il quale, dopo la prima Guerra mondiale, ha cambiato profondamente la propria natura, diventando uno Stato ora democratico, ora totalitario, a seconda delle circostanze, e uscendone in qualche modo sfigurato. In quella immane sofferenza, da cui è nato il XX secolo con le sue caratteristiche peculiari, ciò di cui questa proposta di legge si occupa raggiunge veramente il diapason. Qui siamo davanti a una violenza di Stato che non consiste nello spingere le masse nazionalizzate alla guerra verso il nemico esterno.
Qui siamo davanti ad una violenza comminata dallo stesso Stato nei confronti dei propri concittadini; comminata, ed è un'aggravante, secondo norme giuridicamente valide dal punto di vista della loro legalità formale. Una violenza esercitata dallo Stato stesso verso i propri concittadini a scopo intimidatorio, come avete sentito; a scopo non di giustizia, ma di propaganda.
Una delle forme attraverso le quali veniva realizzata la nazionalizzazione delle masse, l'irreggimentazione del popolo era, oltre alla propaganda recitata, la propaganda detta, la propaganda scritta, questa sorta di propaganda armata, realizzata in forme pseudo-legali dalla stessa autorità dello Stato. Essere uccisi dalle pallottole austriache, ed essere uccise dalle pallottole italiane, è per certi versi la stessa cosa. Ma, sotto un profilo specifico, essere uccisi dalle pallottole di un plotone d'esecuzione italiano è molto peggio. Molto peggio, perché vuol dire che in quella bufera, in quella tragedia, che è stata la Prima Guerra mondiale, si perdeva, come infatti è successo, la capacità di distinguere il giusto dall'ingiusto, l'amico dal nemico. Il che vuol dire che in quella violenza collettiva era stata perduta la ragione. Ora noi, attraverso queste proposte di legge facciamo sì che la politica si riappropri del proprio primato, della propria capacità di governare e di dirigere le cose umane, le cose della nostra Repubblica, in questo caso, attraverso un atto supremamente politico, come è l'atto che si compie in quest'Aula, l'atto della legislazione ad opera dei rappresentanti del popolo sovrano.
Noi, oggi, ripudiamo non la guerra in generale, non solo la guerra in generale, ripudiamo quella guerra all'interno della guerra, che è stata il sistema della messa a morte pseudo-legale dei soldati italiani per motivi disciplinari a scopi intimidatori. L'Italia, in questo modo, mentre allontana da sé questa parte di quella guerra, si riappropria della sua storia, è in grado, in questo modo, di riconoscersi, rifiutando quella pagina specifica, con minore difficoltà, nel proprio passato. Noi oggi facciamo un'operazione politica – sottolineo – perché attraverso la nostra forza politica, la forza del potere legislativo, modifichiamo le norme del codice militare di pace, del codice penale, per quanto riguarda l'ammissibilità del procedimento di riabilitazione. Non interveniamo, ovviamente, sui casi specifici, perché non vogliamo interferire con l'ordine giudiziario e la sua capacità di decidere caso per caso, e facciamo un'operazione altamente politica, in questo caso altamente simbolica, perché nel momento in cui non scegliamo di perdonare queste persone fucilate, ma le vogliamo riabilitare, ci rendiamo conto, dimostriamo e dichiariamo che di perdono, semmai, ha bisogno lo Stato italiano e non questi suoi sventurati cittadini. Dico questo perché le forme della riabilitazione dei soldati fucilati per motivi disciplinari sono piuttosto complicate. Nel mondo anglofono si è perseguita la linea del perdono, cioè si è dato per scontato che esistesse una colpa, che esistesse un reato, che viene perdonato oggi per ieri. Noi abbia scelto un'altra via, quella della riapertura dei casi, dei singoli casi giudiziari. Questo – ripeto – ha un valore politico estremamente alto, perché significa che non ci mettiamo al di sopra di questi cittadini, ci mettiamo quanto meno alla pari e vogliamo dare ad essi, una volta tanto, veramente giustizia, non per grazia, ma perché a loro è dovuto, restituendogli l'onore.
Non sarà semplice, ma non sarà nemmeno difficilissimo. La ovvia concomitanza di questo nostro atto legislativo con il centenario dell'entrata dell'Italia nella Prima Guerra mondiale è il motivo contingente che ci fa essere qui con tanta urgenza. La nostra capacità di riconciliare noi stessi con la nostra storia passa, in modo assolutamente inequivocabile, attraverso la nostra capacità di conciliare questi nostri cittadini che ci chiedono giustizia, con la nostra idea di politica che è evidentemente assai lontana da quella autoritaria, spietata, irrispettosa dei diritti del cittadino prima ancora che dell'uomo, che informò quella pagina tragica, che noi oggi vogliamo voltare definitivamente (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico e Sinistra Ecologia Libertà).