A.C. 1298-A
Grazie, Presidente. Faccio una premessa, perché giustamente stiamo cercando tutti quanti di dialogare, di discutere per un impegno a cui anche la maggioranza dice sempre di essere disposta, per capire come fare a tutelare il nostro sistema sanitario nazionale. Vorrei partire da qui, dal sottolineare, in quest'Aula, come il nostro sistema sanitario nazionale sia una grandissima risorsa, sia un sistema di grande qualità, sia un patrimonio di democrazia pensato per garantire equità ed uguaglianza e rappresenta tuttora un patrimonio di dedizione, di impegno e di competenza, grazie alla professionalità di quanti e quante ogni giorno si prendono cura di chi ha necessità di cura, di accoglienza e di ascolto.
Per il Partito Democratico, per tutti noi, continuare a investire per garantire il sistema sanitario nazionale è una priorità imprescindibile: garantire il diritto alla salute è un imperativo ed è un instancabile impegno quotidiano. Per questo motivo, ringrazio il collega Quartini che, con questa proposta, ci dà l'opportunità, ancora una volta, di portare in quest'Aula un dibattito importante sulla sanità pubblica, per decidere insieme se, davvero, la tenuta del sistema sanitario nazionale sia una priorità che richiede non solo l'attenzione delle opposizioni, ma di tutto il Parlamento, nonostante - devo dire - il disinteresse al dialogo, all'ascolto e al confronto del Governo e di questa maggioranza.
Ho ascoltato con attenzione le parole del Sottosegretario, del collega Ciocchetti e del relatore di maggioranza, ma è indubbio che le cose in questi anni non siano migliorate, non solo perché mancano risorse, ma perché manca il personale, mancano le prestazioni sanitarie, le liste di attesa sono lunghissime e, rispetto a questi problemi ormai strutturali, Governo e maggioranza non hanno fatto nulla di concreto per reperire risorse aggiuntive. Non parlo di risorse necessarie a garantire una sorta di galleggiamento del sistema sanitario nazionale, ma di risorse straordinarie, urgenti. Questa maggioranza è stata abilissima, con la Premier in testa, a gettare fumo negli occhi della nostra opinione pubblica, con provvedimenti vuoti, senza dare alcuna risposta vera ed efficace ai problemi che davvero affliggono il nostro sistema sanitario nazionale.
Sulla sanità, infatti, sono state fatte molte promesse sulla pelle dei cittadini e ogni volta, di fronte ai propri fallimenti, si è sempre cercato qualche capro espiatorio. Ormai ci siamo abituati: è sempre colpa degli altri. Che gli interventi messi in campo siano insufficienti lo dicono i dati, lo dicono i freddi numeri: nel 2024 - lo voglio ricordare anch'io, perché la situazione è drammatica -, un italiano su dieci (parliamo di quasi 6 milioni di cittadini) ha riferito di avere rinunciato, negli ultimi 12 mesi, a visite o ad esami specialistici, specialmente a causa delle lunghe liste di attesa o per la difficoltà di pagare prestazioni sanitarie. Il dato che cito viene dal rapporto annuale dell'Istat del 2025, che certamente non può essere tacciato di parzialità, come la destra è abituata a fare, quando gli osservatori indipendenti, quali GIMBE, che spesso utilizziamo, registrano i suoi fallimenti.
Le ultime rilevazioni dell'Istat confermano come le condizioni di grave affanno siano endemiche e, in queste, versa la nostra sanità pubblica. La rinuncia a prestazioni vitali per la prevenzione e la cura è in crescita sia rispetto al 2023, quando era al 7,6 per cento, sia rispetto al periodo pre-pandemico, quando era al 6,3 per cento. Oggi, siamo quasi al 10 per cento e - ahimè - questi non sono numeri, ma sono persone, sono vite di persone che dovrebbero chiamare in causa, con la massima responsabilità, chi governa in primis, ma tutti noi che in questo Parlamento siamo stati eletti per riportare e rappresentare i bisogni dei nostri cittadini. È del tutto evidente che più le persone rinunciano a curarsi, più ci saranno conseguenze sulla salute pubblica, ma non solo, sulla tenuta del sistema sanitario, sulla sicurezza di un Paese che smette di curare e di fare prevenzione, e un Paese che non è in salute, è un Paese che non genera né benessere, né felicità, né competitività.
C'è anche un evidente impatto sul sistema sanitario, perché trascurare prevenzione e cure tempestive porta inevitabilmente ad un maggiore utilizzo di servizi di emergenza, a ricoveri in ospedale che sono molto più onerosi. So che condividiamo tutti questa affermazione, ma non ci intendiamo: siamo tutti consapevoli che investire in prevenzione e in salute riduce, in misura importante, il rischio di sviluppare patologie croniche, oncologiche, cardiovascolari, ma soprattutto genera benessere, perché investire in salute e in prevenzione è senza dubbio il più importante investimento che uno Stato democratico può fare sui suoi cittadini.
I lunghi tempi di attesa, per sottoporsi ad esami di laboratorio e visite specialistiche, sono la principale causa di rinuncia alle cure: il 6,8 per cento delle persone ha rinunciato alle cure, perché bisogna aspettare troppo tempo. La quota di queste persone che rinunciano a curarsi è aumentata: l'abbiamo già detto. È per questo motivo che crollano i castelli di carta costruiti e raccontati dal Governo in questi mesi. Del resto, il decreto Liste di attesa si è rivelato una scatola vuota, un bluff. L'abbiamo sempre denunciato, fin dall'inizio: fatto sulla pelle e a spese dei cittadini, che non hanno ottenuto alcun beneficio, perché la situazione - è un dato oggettivo - è peggiorata, perché per risolvere i problemi veri non basta uno spot, ma servono scelte chiare e maggiori risorse, che, ovviamente, non sono state stanziate, serve un pensiero lungo per un modello nuovo, organizzativo, tecnologico e digitale, che sappia investire in ricerca e sul personale, a partire dal superamento del tetto di spesa. Sto parlando di finanziamenti ingenti, importanti, per il personale, per riforme coraggiose, che non sono mai state all'ordine del giorno.
Il Governo - perdonatemi - non è stato neppure in grado, a un anno di distanza, di emanare tutti i decreti attuativi per il DL Liste di attesa, per poi prendersela con le regioni per le proprie incapacità organizzative. Avete creato un vero e proprio cortocircuito normativo che, di fatto, paralizza il sistema con regioni e aziende sanitarie che rimarranno, ancora per alcuni mesi, in attesa di interventi per far fronte da sole a liste di attesa e a un peggioramento del sistema delle prestazioni sanitarie. Tra l'altro, nelle prossime settimane, arriverà in Aula anche il DDL sulle prestazioni sanitarie che prevede altri 12 decreti attuativi, di cui due senza scadenza, e nessun investimento strutturale sul personale. Il personale è un punto di debolezza, ma di grande attenzione, perché c'è un malessere diffuso, dovuto a carichi di lavoro eccessivi, a carenza di personale, a mancato riconoscimento delle professionalità, a retribuzioni inferiori rispetto alla media di molti Paesi europei. Sappiamo benissimo che questo divario retributivo è un fattore che contribuisce alla fuga all'estero dei professionisti, ma anche verso il privato. La carenza di personale endemica è preoccupante e richiede un intervento tempestivo.
Chi rinuncia alle cure - ha fatto bene il collega Grimaldi -, lo fa perché non può più permettersi di scegliere. Da un lato, un sistema sanitario che arranca, dall'altro, l'impossibilità di pagarsi una prestazione.
Si tratta del fenomeno della povertà sanitaria, attentamente monitorata dall'Osservatorio, appositamente istituito, sulla povertà sanitaria dalla Fondazione Banco Farmaceutico, anche in questo caso un Osservatorio importante e indipendente. La percentuale di persone che dichiara di avere rinunciato alle cure per motivi economici è pari al 5,3 per cento, ed è un dato aumentato. Nel 2024 aumenta anche il dato delle persone che si affidano ai privati senza alcun rimborso delle assicurazioni sanitarie, ma non tutti possono permetterselo.
Nel nostro Paese, lo sappiamo bene, le retribuzioni sono ferme da 30 anni, il costo della vita è aumentato, le bollette sono cresciute anche per colpa delle scelte infelici di questo Governo. È calato il potere di acquisto, cresce la povertà e chi ha bassi redditi non ha la possibilità di scegliere, di fronte - lo dicevo - a un sistema che arranca e che non riesce più a dare risposte tempestive ed efficaci. Ricordo che, negli ultimi dati da pochi giorni pubblicati, nel 2023 solo 13 regioni sono state promosse sui LEA, 8 sono state bocciate.
Significa che non si riescono più a garantire uniformità ed equità nell'accesso alle cure, con divari importanti non solo tra Nord e Sud, ma anche all'interno delle stesse regioni, tra aree urbane e aree interne. Questi cittadini sono costretti, in mancanza di alternative, a rinunciare alle cure, e per questo stiamo facendo da mesi una battaglia anche sul salario minimo, perché solo così potremo affrontare e contrastare sacche di povertà in aumento e ridare dignità e una prospettiva di vita civile ai nostri cittadini più fragili.
In questi mesi abbiamo fatto tante proposte, le abbiamo fatte con la consapevolezza che la responsabilità deve essere di tutti noi, ma non abbiamo avuto la possibilità di dialogare veramente, in profondità, con attenzione, semplicemente perché, pregiudizialmente, le proposte fatte dalle opposizioni vengono sempre bocciate. Vengono bocciate se chiediamo di aumentare le risorse, se proponiamo modifiche sul tetto del personale, se proponiamo assunzioni straordinarie, se proponiamo di lavorare insieme sulle liste di attesa.
Non c'è la possibilità di dialogo e lo abbiamo chiesto.
Abbiamo chiesto risposte concrete anche rispetto al tema del personale, tanto che il Ministro Schillaci ha promesso un piano straordinario di assunzioni di medici e di infermieri. Peccato che quel piano, poi, non abbia mai visto la luce. E non si è accettato di discutere nemmeno dell'abolizione del tetto di spesa del personale. Abbiamo ascoltato con piacere che il Ministro Schillaci abbia fatto un'apertura sul tema dei gettonisti. Ha dichiarato, pochi giorni fa, che la spesa per i loro contratti può essere usata per le assunzioni. Bene, anzi, benissimo.
Ci pare un interessante punto di partenza, anche se lascia spazio a dubbi e interrogativi, perché non chiarisce in che modo questa cosa si potrà fare. Le risorse, infatti, per i gettonisti non rientrano fra quelle del personale, ma rientrano tra quelle per i servizi e non incidono sul tetto di spesa del personale. I contratti con i medici a gettone scadono il 31 luglio, tra circa un mese, ed è urgente decidere come fare ad attuare le intenzioni del Ministro Schillaci. Altrimenti, come faremo a tenere aperti i servizi, che oggi funzionano con i gettonisti, dal 1° agosto?
Come faremo a tenere aperti i pronto soccorso? Il Ministro Schillaci sa bene che l'unico modo per dare attuazione alle sue idee è togliere il tetto di spesa alle assunzioni, cosa che abbiamo sollecitato più volte, aumentando le retribuzioni, smettendo di incrementare le prestazioni aggiuntive a risorse invariate. Peccato che sia esattamente quello che questo Governo persegue da quando si è insediato.
Sentiamo, tra l'altro, l'urgenza in questa sede di sottolineare anche le tante crisi che ci sono rispetto alle professioni sanitarie e anche sociosanitarie: dalla professione infermieristica agli OSS, a cui il Governo non ha dato nessuna risposta, nonostante i bisogni crescenti, anche per attuare la nuova assistenza territoriale, la nuova assistenza domiciliare integrata, che è uno degli obiettivi del PNRR. Il numero degli infermieri, come degli OSS, è largamente insufficiente e le iscrizioni al corso di laurea sono in continuo calo, con sempre meno laureati.
Ma come faremo a reggere? Come faremo a dare servizi efficaci e prestazioni sanitarie tempestive ai nostri cittadini? È necessario ed urgente non solo fare l'indagine conoscitiva, come abbiamo fatto nella XII Commissione, ma aprire una discussione ampia nel Paese su un tema cruciale che riguarda la tenuta del nostro welfare e della nostra coesione sociale, che è un patrimonio di democrazia e di sicurezza per il nostro Paese. Noi siamo pronti al dialogo e abbiamo una serie di proposte che abbiamo depositato per rendere il confronto vivace, attivo, costruttivo, e rendere questa, come tutte le altre professioni, più attrattiva.
Al di là, però, dei proclami, mi sembra evidente che il Governo Meloni non abbia nessuna voglia di procedere con l'assunzione di nuovo personale. Basta ricordare, come dicevo prima, il decreto sulle liste di attesa, rimasto lettera vuota, oppure quello sulle prestazioni sanitarie che ci apprestiamo a deliberare, dove si citano nuovamente i Cococo, pensate un po': non lavoratori a tempo indeterminato, dei Cococo per la nostra sanità. E si pensa di risolvere tutti i problemi aumentando le risorse solo al sistema dell'accreditamento privato.
Trovo abbastanza incomprensibile, se non vergognoso, avere trasferito, con il prossimo decreto Prestazioni sanitarie, ulteriori 190 milioni dal Fondo sanitario nazionale alla sanità privata. E anche in questo caso non stiamo parlando di risorse aggiuntive, ma di risorse sottratte al Fondo sanitario nazionale, già insufficienti per coprire le necessità attuali. In aggiunta, avete anche ridotto del 50 per cento le risorse destinate in via esclusiva al personale medico dirigente del Servizio sanitario, per remunerare le stesse prestazioni svolte dagli specialisti ambulatoriali interni, vanificando tutti gli sforzi compiuti fino ad oggi per rendere più attrattivo il lavoro negli ospedali.
Insomma, è evidente a tutti, anche ai cittadini italiani: ogni scelta che fate rappresenta un colpo inferto al sistema sanitario nazionale e un indebolimento del sistema pubblico, un disinvestimento in qualità, in competenza, in innovazione, in competitività, in formazione. Indebolire il pubblico è una scelta precisa, per dimostrare quanto poi sia inefficace rispetto al privato e, di conseguenza, legittimare altri tagli. Un orientamento chiaro ed evidente.
Purtroppo, al di là dei vostri proclami populisti su inesistenti investimenti record, c'è un elenco di fatti, e i fatti sono questi: crisi motivazionale del personale, stipendi inadeguati, prospettive di carriera limitate, casi di violenza, aumento esponenziale della spesa a carico delle famiglie o per chi può permettersela; quasi 6 milioni di cittadini italiani che hanno rinunciato alle cure; chi è costretto a spostarsi da una regione all'altra, con una mobilità sanitaria enorme, soprattutto verso alcune regioni, tra cui la mia, l'Emilia-Romagna; pronto soccorso affollati, disagi enormi causati dalle liste di attesa, fuga dei giovani specialisti e dei medici dalla medicina d'urgenza, mancanza di medici di base, di infermieri, di OSS, per fare alcuni esempi; alcune difficoltà evidenti che le regioni hanno per rispettare i LEA.
E non sarà solamente colpa delle regioni, che non hanno gli strumenti adeguati per reggere ai nuovi indicatori, per garantire quindi uniformità delle prestazioni. Insomma, ritardi e tagli, rimodulazione del PNRR per rafforzare una medicina territoriale, che dovrebbe essere un vanto per il nostro Paese. È l'elenco di un fallimento. Lo dico perché i fatti sono questi. E lo dico - tramite lei, Presidente - al collega Ciocchetti, e so bene quale sia la sua attenzione sulla sanità pubblica, perché questo elenco è impietoso e i cittadini stanno peggio di prima.
I fatti, purtroppo, sono testardi come la verità, e voi state cancellando la sanità pubblica; e a pagare saranno, purtroppo, i cittadini e i pazienti, soprattutto quelli indigenti, a cui lo Stato dovrebbe per primi garantire cure gratuite. L'accesso alle cure è l'urgenza del nostro tempo e non si risolve certamente con qualche norma pensata in modo frettoloso. Abbiamo bisogno di un pensiero lungo, coraggioso, necessario per invertire la marcia.
Parliamo - e mi avvio alle conclusioni, Presidente - di una vera e propria emergenza nazionale. Siamo a un punto di non ritorno per quei principi fondanti di universalismo, equità, uguaglianza, che sono ormai stati traditi, ed è nostra responsabilità tutelarli. State lentamente ed inesorabilmente distruggendo il diritto costituzionale alla salute, alla tutela della salute, in particolare per le fasce socioeconomiche più fragili, per gli anziani, per i fragili, per chi vive nel Mezzogiorno e nelle aree interne e disagiate.
Nei mesi scorsi - lo ricordo volentieri -, il nostro Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha ricordato pubblicamente che il sistema sanitario nazionale costituisce una preziosa risorsa ed è un pilastro essenziale per la tutela del diritto della salute, nella sua duplice accezione di fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività. State facendo di tutto per spazzare via un diritto.
Chiudo, Presidente. Il sistema sanitario nazionale non è un lusso e non può essere neppure un peso, ma deve essere un investimento sul futuro del nostro Paese e richiede risorse, intelligenze e anche riforme. È il momento di fare qualcosa e di metterci tutti quanti la faccia e, in primis, lo devono fare il Governo e la sua maggioranza. Per questo è così importante discutere la proposta del collega Quartini - che ringrazio -, per discutere veramente e prenderci insieme un pezzo di responsabilità. Noi siamo pronti a prendercela oggi, perché domani sarà già troppo tardi.