Discussione sulle linee generali
Data: 
Lunedì, 11 Aprile, 2016
Nome: 
Alan Ferrari

A.C. 2613-D

Grazie Presidente intervengo anch'io perché penso che il dibattito di questi giorni, in quest'ultimo passaggio parlamentare, della riforma costituzionale sia un dibattito importante e credo che sia una questione di rispetto verso quest'Aula, queste Aule, questa e quella del Senato, e verso gli italiani, arricchirlo e portare il punto di vista di chi l'ha vissuta questa riforma sulla propria pelle con tante ore di lavoro. 
Ma prima di entrare nel merito, Presidente, mi consenta di rivolgere due messaggi a coloro che mi hanno preceduto, per primo rivolgendomi a chi siede alla destra di questo Parlamento. Ho sentito parlare poco fa di notte della democrazia, di modo unilaterale di governare la fase politica, di rispetto delle istituzioni. Ebbene, onorevole Baldelli, sempre per il suo tramite, signor Presidente, qui non si tratta di una curiosa fase politica. È curioso il fatto che venga dai banchi di Forza Italia questo richiamo. Allo stesso modo, è curioso che chi siede alla sinistra dei banchi del Partito Democratico abbia detto che noi con questa riforma lasciamo il Paese nel caos. Noi dal caos questo Paese lo abbiamo ereditato. E avremmo anche voluto che chi si siede alla sinistra del Partito Democratico contribuisca, caricandosi una parte di responsabilità, di farlo uscire da questo caos. 
Detto questo, come è stato ricordato, siamo un passo dalla storia. Siamo a un passo dalla storia – e lo dico senza presunzione perché, lo ripeto, stiamo parlando di una materia complessa e di un provvedimento che toccherà direttamente la vita dei cittadini, il cuore della nostra democrazia – perché per la prima volta nella storia della Repubblica, nel nostro Paese, questo Parlamento è in grado di portare a termine la doppia lettura e soprattutto di portare a termine un obiettivo su cui le tre bicamerali precedenti avevano fallito (lo ha ricordato questa mattina l'onorevole Fiano, quella Bozzi del 1983, De Mita-Iotti del 1992 e D'Alema 1997), ovvero l'obiettivo della fine, del superamento del bicameralismo perfetto. E siamo a un passo dalla storia perché abbiamo immaginato, studiato, discusso, amato discuterne, che superare il bicameralismo perfetto era una delle condizioni per modernizzare questo Paese, a maggior ragione via, via, che è passato il tempo. L'appesantimento legislativo e procedurale del bicameralismo perfetto lo abbiamo interpretato come una delle condizioni limitanti della nostra capacità di rispondere rapidamente alle esigenze dei cittadini. E siamo a un passo dalla storia perché la storia aveva affidato tutto ciò a questa legislatura. Lo stiamo mantenendo perché è con questa condizione di partenza che ha accettato lo straordinario secondo mandato il nostro Presidente Napolitano. E siamo a un passo dalla storia, e mi fa piacere dirlo, mentre si apre il mese in cui celebreremo il 25 aprile, una parte di quella storia a cui tanti di noi, e io mi auguro tutto questo Parlamento, sono fortemente legati. Riprendo le parole del Presidente Mattarella lo scorso anno, nel corso delle celebrazioni per il 25 aprile, settantesimo del 25 aprile di Milano, quando disse: i nostri padri ci hanno dato moltissimo, onorarli comporta l'onere di compiere nuovi passi. Io credo che vada in questa direzione quello che stiamo per approvare: compiere nuovi passi, nel miglior modo possibile, senza avere la presunzione che siano passi perfetti, ma avendo la consapevolezza che è il miglior passo possibile in questa legislatura. Il richiamo al 25 aprile non è casuale e credo che non debba essere lasciato, quanto meno è nelle intenzioni del Partito Democratico, neanche un briciolo di spazio affinché si pensi che non sta a cuore di questa forza politica la difesa di quei valori e di quei principi scritti nella nostra Costituzione che non vengono toccati minimamente e intaccati da questa riscrittura, perché chi siede da questa parte del Parlamento quella storia attraverso i propri padri l'ha vissuta direttamente. 
Tra l'altro, voglio anche rassicurare gli italiani rispetto a quella che sembra essere una deriva autoritaria che questo Paese sembra prendere guidato dal suo Governo e dal suo Presidente del Consiglio: l'Italia non si è macchiata neanche di una vittima del Mediterraneo e questo a testimonianza che quei valori sono ancora fortemente incarnati nei cittadini italiani a qualsiasi livello, siano esse persone che siedono nelle istituzioni, siano esse al servizio del Paese in altre forme. Dicevo che con questo passaggio si chiude la seconda lettura e io credo che dobbiamo prestare attenzione a un aspetto: è da due anni che lavoriamo su questo provvedimento, ma la politica gioca delle trappole molto particolari, dà sensazione che tutto sia concentrato nel momento in cui accade un fatto e spesso porta a dimenticare quello che abbiamo alle spalle. Questi sono stati due anni molto lunghi e quando abbiamo iniziato, nell'autunno del 2014, la discussione in quest'Aula tanti di noi, io compreso, richiamavamo l'importanza di legare questa riforma della Costituzione con le altre riforme. Era vero perché è ovvio – è ovvio – che all'assetto istituzionale sono legate la riforma della pubblica amministrazione, della giustizia e quant'altro. Oggi però abbiamo un elemento che possiamo aggiungere perché nessuno, nessun cittadino italiano, deve dimenticare che se fosse fallito uno dei passaggi intermedi prima di arrivare qui oggi, le riforme che sono state fatte in questo anno e mezzo non sarebbero state fatte. Restando in un campo che la sinistra ha molto a cuore, di quei 10 miliardi investiti sulla scuola, per esempio, e sulla riduzione del cuneo fiscale, non ne avrebbero beneficiato i cittadini. Questa era la conseguenza, perché un passo falso in una delle quattro letture, o in una delle sei letture, a seconda da che parte la si prenda, avrebbe determinato l'instabilità di questo Paese, l'impossibilità per quel Governo che in quel momento e in questi anni sta guidando questo Paese di poter promuovere le altre riforme. 
Venendo al merito, molto rapidamente, è già stato ricordato, noi promuoviamo un'ampia revisione della Parte II, in particolare chiudiamo la stagione, lunga stagione, del bicameralismo perfetto per aprirne una inedita, e sottolineo inedita, tutta da scrivere nei fatti, di bicameralismo differenziato. 
Si è detto già ampiamente, oggi, quale sia il significato di introdurre una procedura legislativa molto più snella e molto più capace di rispondere alle urgenze che un Paese come il nostro, una tra le principali potenze del mondo, presenta quotidianamente. A ciò si aggiunge il fatto che, per la prima volta, in Italia, si riesce a costituire quella Camera di rappresentanza delle autonomie locali di cui questo Paese sentiva il bisogno addirittura durante la seconda guerra mondiale e, poi, la scrittura della Costituzione. Abbiamo detto che con questo provvedimento abbiamo rivisto il Titolo quinto e, al di là di una messa in ordine di quelle che erano le competenze che a mio avviso, e a avviso di tanti, hanno indubbiamente affaticato il modo di interagire, in particolare tra Stato e regioni, io credo che andiamo a toccare, nel cuore, uno degli aspetti su cui il nostro Paese, in questi settant'anni di storia repubblicana, ha mostrato più lacune. C’è un dialogo molto illuminante tra Sturzo e Salvemini nell'estate del 1946, e cioè appena prima che la scrittura della Costituzione prendesse forma, ed è un dialogo in cui i due ragionano su tante cose, venendo da culture diverse, una cattolica e l'altra laica socialista, come si sa; ebbene, Sturzo dice a Salvemini che la nostra Costituzione avrebbe dovuto avere un cuore, avrebbe dovuto avere un grande obiettivo che era lo sviluppo della persona umana e che per garantire un reale sviluppo della persona umana l'ordinamento dello Stato non sarebbe stato irrilevante, ma che avrebbe dovuto prevedere una diffusione di potere e di responsabilità laddove il cittadino era più vicino. Ebbene, i due finiscono questo loro scambio dando per scontato che questo sarebbe avvenuto naturalmente, che l'Italia avrebbe avuto la forza, dopo aver fatto la battaglia per l'unità, dopo aver riconquistato la democrazia, dopo la fase fascista, avrebbe naturalmente avuto la capacità di diffondere potere e responsabilità politica. D'altra parte, dicono i due, se così non andrà, ci sarà al centro del Paese un'eccessiva concentrazione di potere e un inevitabile degrado della politica. Ahimè, rileggendo quei dialoghi sembra davvero di rileggere qualcosa di fortemente premonitore. Ma io cito questi dialoghi per dire che se abbiniamo questa parte, e cioè gli assetti istituzionali che sono stati formalizzati in questa Carta costituzionale – la maturità con cui si pensava a come dovesse evolvere l'assetto istituzionale era molto relativa all'ora ed è per quello che abbiamo pagato le conseguenze di quell'immaturità per tutti questi anni –, con altro, identifichiamo ciò che la storia ha assegnato anche a questa legislatura e cioè di trovare il modo di abbinare una riforma dell'assetto istituzionale alla riforma della pubblica amministrazione, di trovare il modo affinché quei diritti e quei principi che vengono mantenuti tali e quali nella nostra Costituzione siano agibili con un funzionamento dello Stato più in grado di garantirli di quanto non sia accaduto in tutto questo tempo. Ebbene, concludendo Presidente, abbiamo ricevuto molte critiche e abbiamo anche cercato, nel nostro lavoro, di rispondere, in più di un'occasione, a queste critiche. Ci è stata rivolta la critica che il Governo aveva avuto un ruolo troppo significativo e io voglio ricordare a questo Parlamento e agli italiani che ci seguono – e che avranno l'onere, probabilmente, di rileggere questo dibattito, il dibattito in quest'ultimo passaggio – che non solo un ruolo significativo da parte del Governo non è inedito, ma, come è già stato ricordato prima, è un ruolo che noi riscontriamo anche recentemente nel passaggio del 2005 con il Governo Berlusconi, ma, aggiungo, che, senza, lo ripeto, senza quell'appoggio, quel sostegno, quel contributo che il Governo ha dato, questo Parlamento non avrebbe avuto la forza di portare a compimento quella riforma di cui stiamo parlando, che come conseguenza avrebbe avuto la impossibilità di produrre le altre riforme. Aggiungo a questo che, per quanto questo ruolo di accompagnamento sia stato significativo, il testo che esce da queste Camere è un testo che tiene fortemente conto del lavoro di queste Camere, ampiamente conto del lavoro di queste Camere.
Ci è stato detto che in questi lavori parlamentari non è stato possibile costituire o avere un clima costituente che accompagnasse la riscrittura di questa Costituzione e io devo dire che sarà solo la storia, con la sua capacità di lavorare su tempi più lunghi, ad indicare esattamente quali sono le motivazioni perché, anche questa volta, il clima costituente che dovrebbe essere alla base di una riscrittura della Costituzione non c’è stato. Io penso che, come ha ricordato l'onorevole Tabacci questa mattina, affinché ci possa essere un clima costituente serve che ognuno sia disposto a cedere una parte, una parte dei propri interessi, una parte di ciò che ha in gioco nel rappresentare una parte del Paese e questa disponibilità non c’è. Quello che agli italiani va ricordato è che le opposizioni che in questo momento criticano questo provvedimento non hanno mai mostrato, fin dall'inizio di questa vicenda, una minima disponibilità a scrivere qualsivoglia Costituzione; non era nella disponibilità di questo Parlamento e di questa maggioranza una collaborazione che portasse ad una riforma della Costituzione diversa da quella stiamo per approvare. E, infine, ci sono state rivolte molte critiche rispetto alle garanzie e rispetto ai ruoli di garanzia, in particolare, a quello del Presidente della Repubblica; io voglio dire, a questo proposito, in relazione alla legge elettorale che abbiamo approvato, che contano i numeri. Per eleggere il Presidente della Repubblica – e questa è una delle novità introdotte da questo ramo del Parlamento – nei primi tre scrutini servono 486 voti, ovvero, 146 voti in più, quindi, 40 voti in più del numero intero dei senatori, rispetto ai 340 che avrà il partito che vincerà le elezioni con l'Italicum. Dalla quarta alla sesta votazione ne serviranno 438, praticamente i 340 di chi vincerà con l'Italicum più l'intero Senato. Questo sta a dire che il principale ruolo di garanzia di questo nostro impianto democratico rimane esattamente con gli stessi poteri che la nostra Costituzione gli ha affidato fino ad oggi, senza nemmeno uno in meno. Mi avvio a concludere, signor Presidente, rivolgendo un ultimo messaggio a chi mi sta a sinistra, non mi rivolgo esclusivamente a coloro che siedono alla sinistra del Parlamento, ma mi rivolgo anche a coloro che con me hanno condiviso una cultura politica e un pezzo di storia di questo Paese e lo dico senza presunzione, lo dico perché è corretto ribadire che quanto noi stiamo per approvare è profondamente nel solco di quanto maturato nella storia della sinistra di questo Paese. Era, infatti, il 10 dicembre del 1981 quando su l'Unità, a pagina 7, veniva presentata la proposta economica del Partito Comunista, era un documento molto ampio, un documento in cui si diceva che il bicameralismo perfetto era, ormai, da considerare un ostacolo ed un appesantimento dei lavori del Parlamento e che era inevitabile procedere verso un forte, significativo rafforzamento dei poteri del Presidente del Consiglio. Ebbene, la forza di queste affermazioni va ben oltre l'assetto proporzionale che in quel momento sedeva in quel Parlamento e la prima firma di quel documento era quella di Enrico Berlinguer.