Discussione sulle linee generali
Data: 
Lunedì, 11 Aprile, 2016
Nome: 
Barbara Pollastrini

A.C. 2613-D

Grazie, signor Presidente e signori del Governo. Sono pochi minuti e io dirò qualcosa con la modestia del caso. Non ho tutte le certezze del relatore Fiano, che ringrazio, e con lui ringrazio quante e quanti, a sostegno, ma anche in opposizione alla riforma, hanno tenuto vivo il confronto di merito, prima in Commissione e, ancora oggi, qui in Aula, perché alla fine si deve decidere; anch'io decido e voterò a favore. Nella mia scelta contano i decenni di successi alle spalle e la volontà di non bloccare un traguardo troppe volte annunciato e mai raggiunto. Temo che un altro scacco alimenterebbe la distanza tra cittadini e istituzioni, in un Paese dove la politica è considerata sovente malattia e merita spesso giudizi severi. Ma forse, anche perché sono una donna, cerco nelle cose di vedere il buono che si può, sperando senza rassegnazione di correggere il resto domani, perché vedete anche a me, come all'onorevole Scotto, sta a cuore rinnovare i principi e i valori della Resistenza e onorare ciò che tuttora rappresenta nella storia e nel futuro di questo Paese l'associazione nazionale Partigiani d'Italia. Io ho valutato le migliorie tra una lettura e l'altra come il tentativo di rendere più chiara la funzione del nuovo Senato e di allargare funzioni e contrappesi. Poi, certo, nella mia scelta ha pesato l'ascolto e pesano le regole dello stare insieme di un gruppo, nel mio caso il gruppo del Partito Democratico. Ma per le stesse ragioni non sarei sincera se non ribadissi che alla stretta finale vivo questa come una riforma dovuta, che raggiunge il suo traguardo, ma in parte incompiuta, come un obiettivo in parte sciupato, che non avrà quella portata storica e di longevità che avrebbe potuto avere. E credetemi lo sciupio fa rabbia a tutti, quando vediamo le difficoltà del Paese sul fronte dell'economia, della vita delle famiglie e delle imprese, quando ci misuriamo con una perdita di stima verso la democrazia da parte di milioni di persone, di giovani, qui e in un'Europa dove risorgono i muri e i fili spinati. 
Per tutto questo, care colleghe e cari colleghi, io avrei osato di più nel coraggio e nell'innovazione: un modello simil Bundesrat, come alcuni di noi avevano sollecitato, un ridisegno delle regioni, con il superamento di alcune specialità, oppure – perché «no» ? anche questa sarebbe stata un'opzione più radicale – con l'abolizione del Senato. Forse, dobbiamo dircelo, per correggere dopo, l'ambizione all'inizio era più alta, innanzitutto perché pensavamo a un'intesa più larga in Parlamento, cosa che interessava a tutti. Inoltre, si discuteva – e stiamo discutendo – di un progetto organico, superamento del bicameralismo, Titolo V, regolamenti, legge elettorale, un progetto organico in grado di rispondere a un'esigenza di governabilità, ma insieme di rappresentanza dei cittadini, insomma di rispondere a una necessità di democrazia decidente, ma dentro un disegno rinnovato di partecipazione e di una cittadinanza attiva da stimolare. Lo so, ora va costruita la legge per l'elezione dei senatori, che nella formula bizantina trovata, allarghi la possibilità di scelta degli eletti.  Aggiungo che serviranno norme per ridurre i contenziosi futuri e servirà riprendere il tema dell'accorpamento delle regioni esistenti. Peraltro, la questione delle aree vaste e il decollo faticoso delle città metropolitane è lì a dirci che i nodi tornano al pettine con la conseguenza di generare ritardi e disfunzioni, se non sappiamo vederli per tempo. 
Allora, care colleghe e cari colleghi, con sincerità dico che è capitato anche a me, come ad altre ed altri in questa legislatura, di esprimere un dissenso e votare talvolta in modo diverso dal mio gruppo e l'ho fatto con qualche sofferenza. È avvenuto sull'articolo 2, proprio di questa riforma, è avvenuto dopo, spingendomi, come altri, fino a negare la fiducia al Governo sulla legge elettorale. Poco prima, ero stata tra le colleghe e i colleghi sospesi dai lavori in Commissione, ma vedete queste mie convinzioni sono poca cosa: a me interessa capire se ancora oggi ci sono i margini, non all'interno del gruppo del PD – cosa che ovviamente mi interessa moltissimo – ma in quest'Aula per recuperare insieme e rilanciare il senso profondo del progetto riformatore e se un punto critico – come ho cercato di dire – è nella rappresentanza, nella rappresentanza dei cittadini, ma anche nella rappresentanza di possibili coalizioni, su questo io credo che si debba e si possa lavorare ancora e dunque lo chiedo nuovamente da qui: è davvero impossibile correggere e migliorare la legge elettorale nella direzione indicata poc'anzi in quest'Aula dal collega Meloni ? Io la riterrei una necessità, nell'interesse di tutti e sento il dispiacere e il limite personale nel non aver avuto la capacità di convincere, prima di tutto, la mia parte che un'altra via era possibile. Mi chiedo cos’è mancato: solo una ristrettezza di numeri al Senato ? Io penso di no, penso che siano mancate due parole: fiducia e in parte ambizione, più fiducia nel Parlamento e meno interventismo dell'Esecutivo proprio su una materia, rispetto alla quale i padri e le madri costituenti ritenevano che il Governo dovesse lasciare spazio alle Camere, più delega alla ricerca di mediazioni sagge. C’è stato un momento, quando il patto del Nazareno sfumava, che andava colto secondo me con quella prontezza che è l'arte della politica. Ma ecco, onestà per onestà, non tutto può essere lasciato sulle spalle del partito maggiore, che ora vuole tagliare il traguardo di questa riforma. 
Vedete, colleghe e colleghi, la notte dell'abbandono dell'Aula, quella divisione del mondo tra chi attenterebbe alla Costituzione e chi vorrebbe salvarla è stata una frattura, che non ha aiutato e che potrebbe non aiutare in futuro. Soprattutto – vorrei dirlo all'onorevole Baldelli – non aiuta da parte di chi, fino al giorno prima, aveva difeso un accordo blindato. 
Allora, signora Presidente, non le sembri fuori luogo che io termini il mio intervento con un appello: innanzitutto, io rivolgo questo appello al Presidente del Consiglio, che ha talenti e intelligenza – spero – per capirne il senso. Gli rivolgo un appello perché l'uso del referendum recuperi il suo significato costituzionale: non una conta sul Governo o sul Premier, ma una consultazione di merito, da incitare a svolgere in libertà, spirito aperto e senza il fardello di condizionamenti sull'Esecutivo. Chiediamoci tutte e tutti quale sarà il day after quel passaggio, l'esibizione di uno scalpo o la ripresa, come vorrei io, di un dialogo, con associazioni, studiosi costituzionalisti e quella parte contraria, che esiste anche nel popolo della sinistra, che noi abbiamo il dovere e l'onere di rincontrare. 
Se si utilizza la spada comunque rimarranno le ferite. Questo vale per i favorevoli, ma vale anche per chi oggi si oppone senza riconoscere un tratto di verità nelle ragioni dell'altro. Ho ascoltato interventi acuti, anche ora, da colleghi che stimo, ma anche a loro chiedo di ascoltare noi, perché la battaglia delle idee resterà, sono il mondo e la crisi a dircelo. Io vorrei affrontare il tempo che tutti abbiamo davanti con un Partito Democratico ancorato al centrosinistra, alla solidarietà e vorrei farlo in un Paese meno frantumato, con qualche virtù civica in più, e una politica credibile, perché si metta alla testa di un'etica pubblica rigenerata e condivisa. Anche per questo, quando tutto sembra compiuto, io rinnovo da qui l'invito ostinato a pensare al giorno dopo, che vuole dire costruire ponti, riallacciare il dialogo e alzare lo sguardo verso una realtà che alla politica chiede riforme – certo – ma nel segno dei diritti e della giustizia sociale. Richiede la cosa oggi più difficile da dare: rispondere a una domanda di senso, perché poi, come la storia insegna, quando molto si è consumato, a parlare sono soprattutto le coerenze e gli esempi. Io credo che la grande forza di queste istituzioni sia nel riconoscere, nelle differenze, quella quota di verità che esiste e in nome di quella quota di verità, dopo l'asprezza del confronto politico, saperci rincontrare in nome di un'idea di bene comune e di valore di quella democrazia che credo sia la cosa più importante per la storia e per il futuro dell'Italia.