Discussione generale
Data: 
Lunedì, 20 Ottobre, 2025
Nome: 
Rachele Scarpa

A.C. 1866-A

Grazie, Presidente. Colleghi, oggi discutiamo un provvedimento che tocca il cuore della nostra responsabilità pubblica: proteggere i bambini e le bambine quando la loro famiglia attraversa una crisi. Lo facciamo dentro un quadro costituzionale e internazionale chiaro, ovvero la Convenzione dell'ONU sui diritti dell'infanzia e dell'adolescenza e, sul piano interno, lo statuto dei diritti del figlio all'articolo 315-bis del Codice civile che impone a noi - Stato e istituzioni - il dovere di rendere effettivo il diritto del minore a crescere in un ambiente familiare idoneo.

Parto da un punto di merito. Il disegno di legge del Governo pone l'accento sul monitoraggio degli allontanamenti e istituisce registri e un Osservatorio dedicato. L'obiettivo dichiarato è condivisibile: conoscere per intervenire meglio, prevenire i collocamenti impropri e promuovere la qualità delle accoglienze. Su questo terreno, come Partito Democratico, c'è disponibilità a lavorare, ma c'è un limite evidente. Si costruisce un'architettura pesante, duplicata e senza risorse che rischia di fare più burocrazia che protezione.

Sul tema dei registri e interoperabilità, oggi il testo prevede un registro nazionale presso il Dipartimento per le politiche della famiglia e in parallelo registri presso i tribunali per i minorenni e i tribunali ordinari. Chi lavora ogni giorno nei servizi sociali e nella giustizia minorile ci ha avvertito del rischio di duplicazioni di banche dati che non si parlano e di oneri amministrativi che ricadono sul territorio. Esiste già un patrimonio informativo - penso al SIOSS e alle rilevazioni nazionali - costruito con anni di formazione e interoperabilità applicativa. Replicarlo non rende più forte la tutela, la rende forse più lenta e confusa.

La nostra proposta è semplice e concreta: un unico registro presso l'autorità giudiziaria competente per minorenni, pienamente interoperabile e con le banche dati nazionali e regionali, alimentato una sola volta dai comuni e dai servizi e accessibile, con adeguate garanzie di protezione dei dati personali, alle amministrazioni legittimate. Un registro unico che rispetti il principio di minimizzazione dei dati, standardizzi i tracciati informativi e organizzi le informazioni per tipologia di affidamento, per anno, per durata e per eventuale intervento della forza pubblica. Così si monitora davvero il fenomeno, si individuano le situazioni che superano la fisiologia temporale dell'affido e si decide se e come sostenere il rientro in famiglia.

Per quanto riguarda invece l'Osservatorio nazionale, il Governo istituisce un nuovo Osservatorio sugli istituti di assistenza, sulle comunità e sulle famiglie affidatarie aggiuntivo rispetto all'Osservatorio per l'infanzia e l'adolescenza e al tavolo nazionale già previsto per i minori fuori famiglia. Tre tavoli rischiano di essere troppi. È indispensabile chiarire funzioni e coordinamento, evitando sovrapposizioni, e va evitata un'impostazione ispettiva fondata su meri dati quantitativi. Le situazioni dei minorenni non si leggono con un semplice algoritmo. Noi per questo proponiamo di sopprimere la previsione che attribuisce all'Osservatorio poteri di segnalazione e di collocamenti impropri basati sul solo screening dei numeri. Al contrario, proponiamo di rafforzarne il ruolo di supporto tecnico, valutazione, indirizzo e diffusione delle buone pratiche, con la presenza di rappresentanti degli enti locali. Non stanziare risorse in questo provvedimento è un cortocircuito.

L'articolo 3 sancisce l'invarianza finanziaria. Lo dico con rispetto, ma con fermezza: senza personale formato, senza équipe multiprofessionali stabili, senza mediazione linguistica dove serve, senza sostegno economico alle famiglie vulnerabili e alle famiglie affidatarie i registri restano e resteranno scatole vuote. Non si previene un allontanamento per povertà con un modulo in più: lo si previene con un sussidio mirato, un educatore in più, un progetto domiciliare.

Per questo presenteremo un emendamento per istituire, presso la Presidenza del Consiglio, un Fondo strutturale di almeno 50 milioni di euro annui destinato al sostegno alle famiglie d'origine in difficoltà economica e ai servizi di supporto alle famiglie affidatarie, come la tutela psicologica ed educativa, la mediazione, il sollievo, il rafforzamento dei servizi comunali e dei percorsi di prevenzione. Se diciamo che il diritto del minore a crescere in famiglia è un diritto soggettivo, allora dobbiamo finanziarlo.

La legge 184 dell'83 e le linee di indirizzo nazionali (aggiornate nel 2024) parlano chiaro: l'affido ha natura assistenziale e temporanea, e l'istituzionalizzazione è comunque sempre l'extrema ratio. La riforma Cartabia ha precisato i presupposti per l'affidamento al servizio sociale e ha fissato importanti incompatibilità per evitare conflitti di interessi. In coerenza con questo impianto, noi proponiamo che il testo richiami espressamente all'articolo 1 il diritto del minore a crescere nella propria famiglia, con rinvio all'articolo 315-bis del codice civile; che si chiarisca che cosa si intende per collocamento improprio, escludendo in modo netto gli allontanamenti motivati dalla sola indigenza; e che si preveda, nei casi di vulnerabilità economica, l'attivazione prioritaria di misure di sostegno alla famiglia, per evitare l'allontanamento o per favorire il rientro. Troppi affidamenti oltrepassano la soglia temporale fisiologica e si trascinano in una terra di mezzo che logora i bambini e le famiglie: chiediamo che tra le funzioni dell'osservatorio - o meglio, della cabina di regia unificata - sia inserito il monitoraggio specifico degli affidi scaduti, con protocolli condivisi tra autorità giudiziaria, servizi sociali, sanitari e comuni, per valutare il reinserimento nella famiglia d'origine quando le condizioni saranno mutate. La transitorietà dell'affido non è un auspicio, è un obbligo da rendere a tutti gli effetti operativo.

Abbiamo oggi sul tavolo degli strumenti importanti: linee di indirizzo per l'affidamento familiare e per l'accoglienza nei servizi residenziali 2024, il quinto Piano nazionale sull'infanzia, il Piano d'azione nazionale per la garanzia infanzia, gli investimenti PNRR nei servizi sociali e territoriali. Insomma, usiamoli. Rendiamoli omogenei su tutto il territorio nazionale, evitiamo che il codice postale determini la qualità e il livello della tutela. Proponiamo di inserire nel testo l'adozione di strumenti uniformi per la valutazione delle idoneità delle famiglie affidatarie e del benessere dei minori accolti, il riconoscimento e il sostegno di reti territoriali di famiglie affidatarie, con spazi di ascolto e di mutuo aiuto, misure economiche strutturate e omogenee per gli affidatari, oltre che una clausola di attuazione vincolante delle linee di indirizzo su base regionale, con monitoraggio centralizzato.

Il ruolo dei comuni, Presidente, non è un dettaglio amministrativo. È lì, nei servizi sociali e comunali, che si decide se un allontanamento è davvero inevitabile oppure se, con prevenzione e accompagnamento, la famiglia può essere sostenuta. Dobbiamo valorizzare il lavoro integrato dei sistemi sociale, sanitario, educativo e scolastico, superare logiche di controllo verticale e promuovere alleanze tra istituzioni e terzo settore. Se chiediamo ai comuni più reportistica e più alimentazione di registri, meno tempo resterà per la cura delle famiglie. Se invece semplifichiamo e investiamo, i comuni saranno messi nelle condizioni di fare al meglio la loro parte.

Dobbiamo porci a tutela dei bambini nelle situazioni di violenza. È giusto ricordare anche il filone di lavoro che propone di introdurre nel codice civile una norma specifica: penso alla proposta nota come 317-ter, per rendere immediatamente effettivi i principi della Convenzione di Istanbul nei provvedimenti riguardanti i figli nei casi di violenza domestica e di genere, la sospensione delle visite al genitore violento, la protezione immediata, gli affidamenti temporanei a soggetti qualificati, le responsabilità chiare degli enti attuatori. È un cantiere che dobbiamo seguire con la massima attenzione, garantendo che la priorità resti sempre e comunque la sicurezza e il benessere psicofisico del minore.

Quindi mi permetto, qui, in discussione generale, di rielencare brevemente tutte le proposte che abbiamo fatto, in sintesi: un unico registro presso l'autorità giudiziaria per i minorenni, interoperabile con i sistemi esistenti, con dati organizzati per tipologie, anni, durata e indicatori di eventuale uso della forza pubblica; la soppressione delle duplicazioni e il chiaro coordinamento tra osservatori e tavoli esistenti, con un ruolo tecnico, non ispettivo, basato su evidenze qualitative oltre che quantitative; l'inserimento espresso del richiamo all'articolo del 315-bis del codice civile nel corpo del provvedimento; la definizione normativa di collocamento improprio e il divieto di allontanamenti motivati esclusivamente dalla povertà, insieme all'attivazione prioritaria di sostegni economici e domiciliari; l'istituzione di un fondo strutturale da 50 milioni annui per famiglie d'origine in difficoltà, per servizi alle famiglie affidatarie e per il rafforzamento delle équipe territoriali; il monitoraggio degli affidi scaduti, con protocolli operativi per il reinserimento, quando possibile, nella famiglia d'origine; l'attuazione uniforme delle linee d'indirizzo 2024; standard nazionali per la valutazione delle famiglie affidatarie, con sostegni economici omogenei a sostegno delle reti di famiglie affidatarie; la formazione continua degli operatori sociali, sanitari e giudiziari e l'assicurazione che ci siano spazi strutturati anche, ad esempio, per la mediazione linguistica e culturale per i minori stranieri; infine, la piena coerenza con la riforma Cartabia su presupposti, limiti, incompatibilità e attenzione specifica alle situazioni di violenza domestica, secondo i principi della Convenzione di Istanbul.

Abbiamo l'occasione di trasformare un testo, che rischia altrimenti di semplicemente limitarsi a produrre registri, in una riforma che fornisca tutele per davvero. Per farlo servono tre scelte politiche nette: semplificare, investire e responsabilizzare. Semplificare dove oggi aggiungiamo passaggi burocratici, investire dove oggi mettiamo la clausola di invarianza finanziaria, responsabilizzare le istituzioni che ogni giorno incontrano i bambini e le famiglie, dando loro strumenti, competenze e tempi per prevenire, proteggere e accompagnare. Il Partito Democratico porterà in Aula emendamenti costruttivi, nel rispetto del lavoro dei territori e di chi nelle comunità familiari, nelle case famiglia e nelle famiglie affidatarie mette cuore e professionalità al servizio dei più piccoli. Chiediamo al Governo di accoglierli, perché misurare senza curare non è proteggere, perché l'allontanamento deciso per povertà non è tutela ma ingiustizia e perché l'affido deve restare temporaneo e accompagnato da un progetto di rientro, sempre quando possibile, nella famiglia di origine.

Ai bambini e alle bambine che oggi sono in affidamento dobbiamo una promessa semplice e impegnativa: ogni decisione che li riguarda sarà presa sempre nel loro superiore interesse, con competenza, con trasparenza e con risorse adeguate. Spero che nella discussione di questo provvedimento potremo farlo concretamente.