Discussione generale
Data: 
Lunedì, 4 Agosto, 2025
Nome: 
Silvio Lai

A.C2551

Grazie, Presidente. Intervengo in quest'Aula con la consapevolezza che stiamo discutendo su un provvedimento profondamente sbagliato sotto tutti i profili: sul metodo, sui contenuti, sull'impostazione politica.

Al di là del titolo, che già in sé alimenta l'idea di una confusione, questo viene chiamato sinteticamente decreto Economia, che, però, più che economia, sembra un atto di sopravvivenza politica, non certamente uno strumento per affrontare le reali urgenze del Paese.

Questi decreti, voi li fate ogni tanto, sono decreti omnibus, ogni 2-3 mesi; partono in un modo - questo era già partito male, con 12 Ministri che lo firmavano, quindi già su questo era così -, poi diventano una sorta di svuota frigo, cioè una cosa a cui ci attaccano tutte le cose che i Ministeri si sono dimenticati di mettere nel decreto giusto oppure che hanno messo, ma per la fretta hanno messo male.

Ecco, il decreto Economia è anche un po' una speranza: suggerirebbe una strategia, una visione, un piano, per rispondere alle tante criticità che colpiscono le famiglie, i lavoratori e le imprese. In realtà, quello che abbiamo davanti è un collage confuso di misure disomogenee, che però hanno un tratto comune: non vogliono disturbare le rendite consolidate, non vogliono sfiorare chi ha il potere economico, ma vogliono scaricare ad ogni costo sulle fasce più deboli. Io lo avrei chiamato “decreto Rendite”, perché le difende e le consolida, oppure “decreto Immobilismo”, perché non riforma, non investe, non distribuisce riforme in modo equo. Si limita a rinviare, a rattoppare e, soprattutto, a tutelare l'esistente.

Non lo diciamo noi, che siamo cattivi, l'opposizione; lo afferma addirittura il Comitato per la legislazione del Senato, che segnala che il decreto non ha alcuna motivazione dell'urgenza e non ha elementi per valutare la coerenza e neanche l'efficacia delle norme, perché mancano le analisi fondamentali della regolamentazione e tecnico-normativa. Manca la motivazione dell'urgenza e lo si vede, perché non c'è un'emergenza che richiedeva un decreto di questo genere; c'è soltanto una rincorsa continua, una sorta di ricerca infinita di un equilibrio interno alla maggioranza: siccome un partito mette una cosa, l'altro ne deve mettere un'altra; una maggioranza che ha bisogno di produrre norme più per apparire che per agire concretamente. E così le norme vengono redatte in modo approssimativo, molte sono duplicate, altre ritirate da altri provvedimenti e ripresentate qui, senza alcun coordinamento.

La stessa Corte costituzionale ha già più volte denunciato questo abuso di decreti omnibus, chiamandoli come una lesione della funzione parlamentare e una minaccia alla coerenza dell'ordinamento. Tanto è vero che questo decreto, rispetto al quale avevate minacciato anche emendamenti piuttosto pericolosi, che poi riprenderò, ad un certo punto, è stato portato in Aula senza relatore, senza tempo per un confronto, blindandolo con il voto di fiducia, perché vi eravate dimenticati che scadeva il 30 agosto e che, quindi, non si poteva aggiornare, se non approvandolo immediatamente in questo modo.

Doveva essere un decreto strategico, invece è diventato un atto burocratico, da convertire in fretta, senza alcun elemento di urgenza, senza alcun elemento di necessità o di risoluzione dei problemi dei cittadini e delle imprese del sistema economico-sociale, che non sono mai entrati nei contenuti.

Eppure, ci sarebbe la necessità di un decreto Economia. La settimana scorsa l'Istat ci ha comunicato che la crescita del PIL sta rallentando in modo significativo; il carrello della spesa è aumentato del 3,4 per cento rispetto all'anno scorso, quindi, sta riprendendo il fattore inflattivo, ed è un dato pesante, perché colpisce i beni essenziali. Tra l'altro, come stanno andando le entrate fiscali? Certo, l'Irpef aumenta - segno che c'è un carico fiscale sui redditi da lavoro che cresce -, però cala l'IVA, e questo perché i consumi si contraggono, cioè c'è chi lavora e paga di più e chi consuma riduce la spesa.

Per questo l'economia sta rallentando, al di là dei numeri sull'occupazione che richiamate sempre, che, però, sono numeri di un'occupazione provvisoria, precaria. Basta chiedere in giro al sistema del commercio per capire come stanno andando, in qualche modo, gli affari in questo momento: le vacanze si riducono, le persone concentrano una volta al mese quello che prima facevano una volta alla settimana. Ma il Governo tace e presenta questa roba qui: nessuna misura sul cuneo fiscale, nessun intervento sui salari - anzi, guai a parlare di salario minimo -, nessuna azione per rilanciare la produttività, guai a parlare di norme che possano consolidare il lavoro, renderlo meno precario, renderlo utile per costruire fiducia rispetto al futuro.

Eppure, ci sarebbe anche lo spazio per agire, perché voi state perdendo l'occasione dei 7 anni che abbiamo, come Italia, in base al nuovo piano di bilancio europeo, per programmare investimenti e fare riforme strutturali; una finestra che viene totalmente ignorata soltanto per fare misure spot e poi, alla fine, per cedere alle richieste di investimenti in armi e in altre cose assolutamente indicibili, come nel caso dei dazi.

Tre decreti in tre settimane, zero coerenza. Sì, perché non c'è soltanto questo decreto: in queste settimane abbiamo discusso di un decreto sul fisco e di un decreto sulle piccole e medie imprese, ma, se uno cerca un po' di coerenza politica tra questi testi, non ce n'è. Ogni decreto è un'occasione per fare quello che ho chiamato prima lo “svuota frigo”, per accontentare qualcuno o qualche pezzo di Paese che, magari, vi ha votato o pensate che vi voterà, se voi lo soddisferete. Ora, quello che colpisce di più è che, in questo momento in cui esaltate la vostra azione di Governo, in realtà, quello che è evidente quando ci si guarda fuori dall'Italia è che l'Italia è silenziosa. Sì, per esempio, uno dei fallimenti più gravi da questo punto di vista è come questo Governo si è proposto sulla questione dei dazi imposti dagli Stati Uniti.

Questi dazi sono un costo enorme per l'economia italiana, anche qui non lo dice la cattivissima opposizione. Per esempio, Stellantis ha detto che questa roba costerà 1.500.000.000 di euro, per il 2025, per il comparto di auto in Italia; la Confartigianato ha parlato di rischio di chiusura di decine di migliaia di piccole imprese orientate all'export. Eppure, quale è la reazione del Governo Meloni? Il silenzio, la tranquillità, il sopire. Addirittura, qualcuno ha parlato di possibilità positiva, persino di una possibilità di reazione, una grande occasione. Sì, salvo che in tutta Europa, invece, la pensino diversamente, anche quelli che sono i vostri compagni di strada - i centristi francesi oppure il centrodestra tedesco -, che hanno dichiarato con nettezza quale è il giudizio su questa azione di Trump. Solo che dall'altra parte c'è l'amicizia, il rapporto speciale, quello che ha portato la Premier a stare in quarta fila alla presentazione di Trump, all'avvio della sua attività. Quarta fila in cambio del silenzio, del silenzio di un Paese, che è il secondo Paese manifatturiero d'Europa e che questa azione ha portato ad essere anche uno dei Paesi più isolati d'Europa. Altro che azione politica, altro che incidenza nell'estero: noi non contiamo niente, siamo soli, isolati, e qui c'è una responsabilità precisa del Governo che voi sostenete.

Io vorrei parlare di tre cose di questo decreto in maniera particolare, tre cose che sembrano più marginali, ma che sono tutte indicative di quanto ho affermato sino a questo momento sull'atteggiamento del Governo in termini di rendite. Primo: la sugar tax. C'è una responsabilità di tutti su questo aspetto, però, negli ultimi tre anni, il Governo è il vostro. Quest'anno, rimandare la sugar tax costa esattamente 142 milioni, 142 milioni che sono scritti nella relazione tecnica. Dal momento in cui è entrata in vigore obbligatoriamente, è costata 800 milioni di euro. Insomma, siamo al paradosso: una legge dello Stato sistematicamente sospesa, mai attuata, con costi enormi per le casse pubbliche e benefici certi solo per alcune grandi imprese. Alla fine, noi abbiamo regalato 800 milioni di euro - 142 soltanto con questo decreto - alle multinazionali del beverage rinunciando a risorse che potevano essere investite in educazione alimentare, mense scolastiche sane, prevenzione sanitaria, contrasto all'obesità infantile.

Come hanno reagito queste multinazionali? La Coca-Cola ha minacciato il taglio di 200 posti di lavoro nello stabilimento di Catania in caso di attivazione della sugar tax: un vero e proprio ricatto. Questo ricatto è stato accettato senza reagire. Poi i dati reali, però, sono altri. L'impatto che la Coca-Cola, nel bilancio 2024, ha stimato per la sugar tax in Italia comporterebbe una riduzione dei margini operativi dello 0,5 per cento, cioè parliamo di 7 milioni di euro su 1.400.000.000 di fatturato. E, quindi, per difendere questi 7 milioni di euro della Coca-Cola, lo Stato decide di regalare a tutte le multinazionali 142 milioni di euro solo nel 2025. Su 27 Paesi europei, 24 applicano già da tempo la sugar tax: per esempio, il Regno Unito ha ridotto significativamente - così dice la scienza, le verifiche e tutti gli studi - il consumo di zuccheri, senza impatto negativo sull'occupazione e sul mercato.

L'Italia cosa fa? L'Italia è al quarto posto in Europa per obesità infantile, tanto è vero che avete approvato, come primi firmatari, una legge sull'obesità, però l'avete approvata senza risorse, come un manifesto di impotenza. Il 40 per cento dei bambini, per i quali avete fatto la legge, tra i 7 e i 9 anni, è in sovrappeso o obeso, e tende ad aumentare, nei prossimi 15 anni, sino al 50 per cento. I costi sanitari corredati al consumo eccessivo di zuccheri supera i 10 miliardi di euro l'anno: questo secondo il Ministro della Salute che voi guidate.

Allora, il tema è: da che parte sta questo Governo? Dalla parte della sanità, del bene dei nostri bambini, della cura e della prevenzione dell'obesità, oppure dalla parte delle multinazionali che fanno utili miliardari e che riescono a piegare, con i ricatti, la politica? Ecco, questo è un caso simbolico di rendita che non si tocca.

Un altro caso simbolico, il lavoro. Si è evitato, ma soltanto perché eravate in ritardo, di fare danni gravissimi sul tema del lavoro, due in particolare, sono stati denunciati dal Partito Democratico al Senato e li ridenunciamo anche noi: il tentativo di allungare per 48 mesi - non per esigenze straordinarie, non in situazioni di emergenza, ma come normale prassi aziendale - la possibilità di un lavoro precario, un lavoro usa e getta, così il lavoratore diventa semplicemente una variabile di costo, senza alcuna prospettiva di stabilità, altro che lotta alla mancanza di sviluppo delle famiglie; la seconda cosa sono i contratti di zona. I contratti di zona richiamano una vecchia cosa che nel nostro Paese è stata già abolita, ed è un tentativo di ritorno - quello delle gabbie salariali - che non capiamo che senso abbia per garantire la pari dignità al lavoro, indipendentemente dal luogo di residenza, come sarebbe. Il tema è: chi trarrebbe vantaggio da questo modello? Soltanto le imprese meno virtuose, quelle che hanno interesse ad avere “contratti pirata” a livello territoriale per abbattere i costi, abbattendo anche i diritti. Insomma, da una parte, dite “no” al salario minimo dicendo che ci pensa la contrattazione collettiva, dall'altra, svuotate la contrattazione, la rendete debole, frammentata, priva di forza vincolante, se si fanno i contratti di zona.

Quindi, a prima vista, sembra una contrattazione ma, in realtà, mi sembra coerente con chi pensa che bisogna mantenere bassi i salari, evitare le regole minime e consentire una competizione al ribasso tra i lavoratori, a cui i lavoratori italiani stanno rispondendo emigrando, andando via da questo Paese, soprattutto quelli più giovani e quelli che hanno più competenze, più cultura, più risorse culturali per poter fuggire da un luogo dove vengono schiacciati verso il basso. Purtroppo, il rischio che abbiamo è questo: abbiamo più precarietà, meno salari, meno diritti e meno giovani.

Terzo elemento, payback sanitario. Quello che avete fatto in questo decreto lo giudicano le aziende coinvolte. È un vero pizzo di Stato - questo sì - sulle piccole e medie imprese sanitarie, perché l'idea che si possa pagare il 25 per cento, entro 30 giorni, di quello che era stato previsto nel periodo 2015-2018 va bene solo alle grandi aziende. Le piccole aziende, quelle che, in qualche modo, vivono semplicemente del trasferimento delle grandi tecnologie verso il sistema ospedaliero, verso il Sistema sanitario, non hanno le risorse in bilancio per fare questo tipo di lavoro, tant'è vero che noi avevamo chiesto di intervenire attraverso delle modifiche, che erano l'introduzione di una franchigia al di sotto della quale le imprese, le piccole imprese, quelle che non hanno avuto un fatturato altissimo, sarebbero state esenti, una rateizzazione decennale per permettere alle imprese di sopravvivere e anche la sospensione delle esecuzioni coattive, almeno per un certo periodo.

Tutte queste proposte sono state respinte. Perché? Perché, alla fine, è più conveniente premiare le grandi multinazionali piuttosto che andare a cercare le piccole e medie imprese. C'è una scelta politica chiara: si scarica una cosa che pare uguale per tutti, ma in realtà è molto diversa, perché, quando fai pagare tutto alle stesse condizioni a soggetti che sono dimensionalmente differenti, fai delle grandi suddivisioni e fai delle grandi differenze.

Fai delle grandi disuguaglianze, con un rischio, che è quello che un sistema di migliaia di aziende, 1.400 aziende, rischia il fallimento, con un impatto su oltre 190.000 addetti, che, peraltro, sono addetti di un settore che è un'eccellenza per il nostro Paese. Noi abbiamo tentato in qualche modo di fare degli emendamenti: oltre a questi sul payback, abbiamo tentato in qualche modo di porre dei vincoli alla sugar tax, per esempio destinare le risorse alla sanità e alla scuola, quindi all'educazione e al sistema sanitario, per dare un vincolo etico, sociale, anche per motivare maggiormente a un sistema diseducativo che deve diventare educativo.

Così come abbiamo chiesto di far diventare più trasparente il rapporto semestrale sul PNRR, perché in questo decreto voi intervenite anche su questo, anche lì in maniera disordinata, minacciosa, non di accompagnamento per gli enti locali. Abbiamo chiesto risorse straordinarie per la rigenerazione urbana. Abbiamo chiesto di stare più attenti a quello che è una dimensione pericolosa, per la quale voi prendete quelle che sono iniziative che hanno una dimensione grande e iniziate a sbriciolarla; per esempio, ne dico una: avete finanziato la diga foranea di Genova, togliendo risorse al sistema del trasporto ferroviario.

Se c'è una cosa che aveva bisogno di essere aiutata, data anche la cattiva gestione che sta facendo in questo momento, è proprio il trasporto ferroviario: togliere quelle risorse da là è una scelta molto precisa, secondo me assolutamente dannosa, cioè pericolosa sotto ogni aspetto. Eppure prendete cose che hanno una loro infrastruttura stabilita e lì togliete, lì distogliete, perché non si possono toccare altre cose politicamente più rilevanti tipo il ponte sullo Stretto? Noi abbiamo tentato di dire che era meglio preservare 300 milioni sul sistema ferroviario piuttosto che togliere a un ponte dello Stretto che avrebbe tempi lunghi, per quanto noi lo consideriamo un'infrastruttura certamente non strategica.

Comunque, tutti questi emendamenti, ce ne sono molti altri che abbiamo presentato, sono stati tutti respinti, perché in realtà potevano rappresentare un consolidamento di alcuni elementi di giustizia e di alcuni elementi di correttezza, piuttosto che semplicemente delle rendite che sono in qualche modo quelle che voi volete proteggere e che sono la base del vostro consenso. C'è un ultimo aspetto ora che voglio segnalare e che è questo: questa frammentazione normativa non solo è chiaramente un aspetto elettorale, che priva di una visione di sviluppo, di una visione prospettica il nostro il nostro Paese, produce anche una frammentazione normativa che è un caos per i cittadini, per le imprese, per i comuni.

Noi insomma non possiamo sottovalutare il fatto che questo metodo legislativo sta dando ai comuni, alle imprese, sia in termini di certezza del diritto, sia in termini anche di tenuta delle istituzioni democratiche, di legittimità dello Stato, e cioè che ogni decreto è una specie di cantiere che, anziché risolvere i problemi, apre nuovi contenziosi, nuove incertezze, crea nuovi oneri amministrativi. Le leggi non sono più strumenti di governo dei processi sociali ed economici, ma solo strumenti di gestione di un consenso politico e territoriale che serve soltanto per distribuire risorse selettive e non per costruire un quadro stabile. Questo lo stanno pagando moltissimi comuni, le amministrazioni locali, che si trovano sommersi da decreti che assegnano fondi con vincoli assurdi, con scadenze impossibili e con obblighi di rendicontazione che cambiano in 3 mesi. Anche in questo decreto ci sono questi danni. Abbiamo tentato di attenuarli, non avete colto i nostri suggerimenti.

Voglio concludere, perché mi sembra che sia evidente come qui siamo di fronte a un'assenza di una strategia utile per il Paese. Sì, perché da un decreto economia, quello che ci saremmo aspettati è anche una strategia, una strategia economica, una strategia politica e industriale, e una strategia politica industriale che deve essere, nello stesso tempo, nazionale e possibilmente contribuire anche a quella europea. Noi abbiamo molti settori che oggi sono colpiti da fattori critici, che meritavano una riflessione e un'elaborazione.

Abbiamo una concorrenza globale aggressiva, con Paesi terzi che abbassano i costi con il dumping ambientale, sociale e salariale; abbiamo i dazi degli Stati Uniti, di cui abbiamo parlato; abbiamo una transizione energetica e digitale che richiede investimenti e riconversione; abbiamo una debolezza fortissima della domanda interna che frena gli investimenti. Ecco, questo avremmo dovuto affrontare con un decreto che voleva essere un decreto che si occupava di economia.

Invece, noi abbiamo avuto soltanto un decreto confuso, impossibile da applicare, impossibile da comprendere, che ha solo un filo rosso: quello di non disturbare le rendite, di non intaccare gli interessi forti e di scaricare ogni costo su famiglie, lavoratori, giovani e piccole medie imprese. Questo non è governo dell'economia è solo governo della rendita. Per questo noi diamo un giudizio negativo e lavoreremo per contrastare questa iniziativa di Governo.