Discussione generale
Data: 
Lunedì, 5 Giugno, 2023
Nome: 
Emiliano Fossi

A.C. 1114-A

Grazie, Presidente. Colleghe, colleghi, Governo, la pubblica amministrazione è alle prese da anni con una spaventosa carenza di organico. Le amministrazioni italiane hanno perso oltre 213.000 impiegati a tempo pieno dal 2008 al 2021. Il personale stabile è calato in tutti i comparti. Oggi, è noto, molti settori amministrativi vanno avanti, infatti, anche senza il numero di addetti previsti dal Piano integrato di attività e organizzazione, e in media nelle pubbliche amministrazioni mancherebbero quasi 1 milione di statali. Questa carenza di organico ci pone indietro rispetto ad altri Paesi europei. Infatti, il nostro Paese registra, ad oggi, il dato più basso nel rapporto tra numero di residenti e lavoratori pubblici, con una percentuale del 5,6 per cento, minore rispetto ad altre nazioni, per esempio all'8,4 per cento della Francia, al 7,8 per cento dell'Inghilterra e al 6,8 per cento della Spagna. Va da sé che la mancanza di organici sia omogenea su tutto il territorio nazionale e coinvolga tutte le amministrazioni, anche se è inevitabile che i disagi siano maggiori nei piccoli centri e nelle aree marginali. L'attuazione del PNRR ha, in questi mesi, reso ancora più evidenti queste carenze e queste criticità. Non ci deve sfuggire che investire nella pubblica amministrazione significa contribuire a creare una società migliore, con maggiori servizi e con prestazioni efficaci, costruendo rapporti di fiducia stabili e proficui tra cittadino e Stato, quindi alimentando quel circuito della fiducia così pesantemente indebolito nel nostro Paese in questi ultimi anni. La pubblica amministrazione non ha, infatti, solo un ruolo nello sviluppo economico ed occupazionale del Paese, ma riveste anche una funzione rilevante nella tenuta sociale della Nazione ed è un presidio irrinunciabile.

Negli scorsi anni lo sblocco del turnover e i nuovi concorsi nel settore pubblico, promossi ed attuati pur con le numerose ed oggettive difficoltà legate al lockdown e alla pandemia - lo dico anche da ex sindaco, che, in quegli anni e in quei mesi difficili, nella propria amministrazione comunale, con altre amministrazioni, promosse concorsi in quel periodo complicato, e non fu affatto facile -, sono stati un primo significativo segnale, da accompagnare però con nuove risorse e nuove assunzioni.

Da tempo il Ministro della Pubblica amministrazione, Paolo Zangrillo, ha annunciato un piano di assunzioni nella pubblica amministrazione: 150.000 mila all'anno fino al 2026. Come Partito Democratico abbiamo, quindi, accolto con interesse questa proposta, perfettamente consapevoli però che, quando si parla di conti pubblici, le promesse devono avere risorse adeguate per essere attuate. Faccio questo inciso perché il tema del provvedimento che stiamo discutendo oggi, rispetto ad altre discutibili scelte dell'Esecutivo, non ha mai avuto preclusione da parte nostra. L'annuncio, il 6 aprile scorso, che il Consiglio dei ministri, su proposta della Presidente Giorgia Meloni e del Ministro Zangrillo, aveva approvato un decreto-legge che rafforzava le pubbliche amministrazioni, centrali e territoriali, aveva alimentato speranze: nel Paese, nei cittadini e nelle imprese, che avrebbero avuto una “macchina-Stato” rapida ed efficace; negli impiegati, oggi in numero insufficiente per erogare servizi adeguati; negli amministratori locali, che speravano in una struttura con nuove risorse umane; nei giovani e nei disoccupati, che potevano avere una speranza con nuovi concorsi per ottenere posti di lavoro. Purtroppo, è bastato poco per spegnere questi entusiasmi. È bastata la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del provvedimento ed è stato evidente a tutti che gli interventi e le risorse previsti nel decreto non avrebbero risolto le attuali criticità, che le promesse erano rimaste promesse e che gli annunci erano rimasti annunci.

Le assunzioni disponibili sono lontane dal recupero del fabbisogno necessario per tutte le pubbliche amministrazioni, soprattutto considerata l'età media elevata e il ridimensionamento costante di personale che ha interessato alcuni comparti. Allora il Partito Democratico ha lavorato, in queste settimane, su tre interventi prioritari per migliorare il decreto: un piano nazionale di assunzioni, il rinnovo dei contratti collettivi nazionali, la stabilizzazione dei precari. Purtroppo, nessuna di queste misure è stata approvata. Nonostante nel 2026 siano previsti comunque 300.000 dipendenti in meno, che saliranno a 700.000 nel 2030, nonostante il vuoto normativo lasciato dalla recente legge di bilancio sul rinnovo dei contratti collettivi, nonostante il 15 per cento dei lavoratori della pubblica amministrazione sia attualmente precario, la destra, sia al Governo che in Parlamento, ha precluso ogni nostra iniziativa sul merito che riguardasse un aumento dei diritti dei lavoratori e di nuove assunzioni.

Nonostante questo, siamo riusciti comunque a far approvare alcune norme, alcune di carattere simbolico, ma di grande valore. Mi riferisco all'emendamento del collega Arturo Scotto, che prevede che nei documenti della pubblica amministrazione la parola “razza” sia sostituita dalla parola “nazionalità”: dovrebbe essere un atto dovuto, a garanzia della dignità umana e del rispetto dei diritti delle persone, ma in questo contesto lo rivendico come un risultato eccellente. Senza dimenticare altre norme di carattere amministrativo, come l'emendamento della collega Bonafe', che proroga per ulteriori 5 anni i contributi straordinari previsti per le fusioni dei comuni attuate dal 1° gennaio 2014. O come l'emendamento della collega Maria Cecilia Guerra, che prevede la possibilità di prorogare da 24 a 36 mesi la durata dell'incarico temporaneo dei vice segretari comunali ai funzionari che ne abbiano i requisiti. O all'obiettivo ottenuto, grazie all'impegno del collega Casu, sullo scorrimento delle graduatorie Ripam.

Se la discussione del decreto si fosse mantenuta nel merito delle assunzioni della pubblica amministrazione, pur rimarcando la non sufficienza delle misure e delle risorse introdotte, avremmo potuto considerare la possibilità di valutare un voto di astensione. Poco - nonostante le solite mirabolanti promesse del Governo, nell'attuale drammatico quadro nazionale - è infatti sempre meglio di niente. Non possiamo, però, non condannare con assoluta fermezza i colpi di mano che il Governo ha avuto sferrare al decreto negli ultimi giorni di discussione: interventi non necessari, autoritari e gravi, nel merito e nel metodo. Mi riferisco prima di tutto all'emendamento del Governo, presentato in piena notte e che avrebbe dovuto rivedere completamente l'organigramma del Ministero della Difesa, consentendo al Ministro Crosetto nomine indiscriminate ed aprendo ai civili ruoli apicali. Tutto questo a pochi giorni dal richiamo del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, a non snaturare i decreti inserendo materie differenti (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico-Italia Democratica e Progressista). Questo primo blitz è stato bloccato dalle opposizioni, grazie soprattutto alla ferma opposizione del Partito Democratico. Il Governo, con la coda tra le gambe, ha ritirato l'emendamento, ma rimane l'indegno atteggiamento di una destra, che vuole comandare a colpi di decreto e nemmeno alla luce del sole, ma nel buio o nella penombra. Patrioti col pigiama, potremmo dire (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico-Italia Democratica e Progressista)!

Se il primo blitz è miseramente fallito, il secondo è andato purtroppo a segno: ancora una volta, l'obiettivo sono le istituzioni imparziali, prima il Capo dello Stato, adesso la Corte dei conti. La destra ha tolto ad un organo giurisdizionale indipendente, alla magistratura contabile, la funzione di controllo sulla corretta attuazione del Piano. È ormai evidente che, all'interno del Governo e della maggioranza, le divisioni sul PNRR, dalla revisione dei progetti, alla possibilità di non spendere tutte le risorse, siano insormontabili ed abbiano portato a pericolosi ritardi, che rischiano di compromettere le prossime quote dei finanziamenti. La destra, invece di cambiare passo, ha individuato nella Corte dei conti il capro espiatorio dei suoi fallimenti e della sua incapacità. Nonostante le proteste del PD, la norma è passata. Il Parlamento non potrà più audire la Corte dei Conti sul corretto avanzamento del Piano. La mancanza di ogni organo terzo di controllo ha allarmato giustamente anche l'Europa. Ma il Governo crede di risolvere i problemi mettendo a tacere ogni verifica, ignorando gli allarmi giustificati e non rendendo conto di evidenti e prolungati errori ai cittadini. Anche questo è un comportamento da veri patrioti. Siete riusciti a trasformare un provvedimento marginale in un decreto dannoso e pericoloso per il futuro del Paese. Il vento della destra sembra essere ancora evidente, ma non vi legittima a cambiare, a vostro piacimento, le regole della democrazia. La Presidente del Consiglio - come amano ripetere esponenti di questi banchi - ha portato il suo partito e la sua coalizione di Governo al Governo, dopo 20 anni di coerenza, però in questi 6 mesi vi siete rimangiati tanto, governando esclusivamente con le promesse e gli annunci e, quando non bastava, mettendo a tacere i controllori imparziali. Noi pensiamo che, nel breve e medio periodo, vi potrebbe bastare, ma i cittadini sono più attenti di quello che pensate: oggi vi fanno credito, ma domani vi presenteranno il conto e sarà salato.