Esame e votazione di questioni pregiudiziali
Data: 
Martedì, 1 Dicembre, 2015
Nome: 
Paolo Petrini

A.C. 3446

 

Presidente, questo è stato un anno davvero importante per la riforma del settore creditizio italiano: prima le banche popolari, con la trasformazione per le maggiori di loro in società per azioni e l'abbandono del voto capitario; poi il decreto-legge cosiddetto fallimenti, dove oltre a dimezzare i tempi di esecuzione si modifica la disciplina fiscale delle svalutazioni e delle perdite su crediti delle banche, consentendone la deducibilità in un unico esercizio; qualche settimana fa il decreto-legge sul risanamento e la risoluzione degli enti creditizi; e, speriamo tra breve, oltre alla riforma delle banche di credito cooperativo, anche una bad bank, o comunque una soluzione per alleggerire il peso dei crediti deteriorati. Una serie interventi che dimostra la volontà di portare a termine il progetto di Unione bancaria europea, garantendo certamente la stabilità finanziaria ma garantendo pure che il sistema bancario nel suo complesso continui a fornire un'adeguata erogazione di prestiti all'economia reale. Del resto, nel Fondo unico di risoluzione, con la mutualizzazione del rischio di cui abbiamo parlato in quest'Aula la scorsa settimana, ci sono più che semplici tracce di quella solidarietà tra Stati che invochiamo da tempo in Europa, mentre altri la derubricano a cessione di sovranità. 
Ma oltre all'Unione bancaria ed ai benefici che ne conseguono, cogliamo attraverso questi provvedimenti un obiettivo in Italia ancor più importante per il buon funzionamento del settore bancario, perché da un sistema basato sulle relazioni passiamo un sistema basato sulle regole. Da Siena alle Marche, da Ferrara a Genova passando per Spoleto, l'Abruzzo, il Veneto ed altri, ci sono quasi sempre élite locali per le quali le fedeltà interne, il credito concesso sulla base di un'amicizia, il controllo in una cerchia sulle poltrone e sui bilanci prevalgono su tutto. Questi valori dei circoli chiusi troppo spesso hanno avuto la meglio sulla logica economica, sul buonsenso, sull'interesse collettivo e sulla trasparenza. 
Nelle banche, Presidente, ci vogliono le regole, perché senza di queste la scarsa efficienza decisionale, così come le cattive intenzioni, possono danneggiare tutti tranne i loro dirigenti ! Ed invece sono proprio loro, gli amministratori, i sindaci, i revisori, che devono pagare le conseguenze del disastro economico, della distruzione di ricchezza che le loro scellerate azioni hanno prodotto in tanti territori. Questa è la situazione nella quale si inserisce il decreto-legge di cui si eccepisce la costituzionalità, con l'estrema urgenza di dare risposte all'ansia crescente dei territori, delle istituzioni, delle famiglie, degli imprenditori e degli investitori delle quattro banche oggetto del decreto-legge. 
Appare per questo stavolta davvero stucchevole la critica al ricorso alla decretazione d'urgenza; tant’è che una delle domande più appropriate che si sono ripetute in questi giorni è stata se si poteva intervenire prima, perché non è stato fatto prima. Non è stato fatto prima perché non sono stati trovati partner per operare una fusione, né soggetti interessati all'acquisto di queste banche; né – al contrario di altri Paesi – esisteva già una normativa per il risanamento e la risoluzione delle crisi bancarie, e certamente non avrebbe prodotto risultati migliori una liquidazione coatta amministrativa. Si poteva intervenire forse un paio di mesi fa con il Fondo interbancario di garanzia dei depositi, ma questo non avrebbe salvato azionisti e obbligazionisti subordinati, i cui titoli erano già carta straccia. 
Per evitare l'azzeramento c’è chi indica l'utilizzo dei «Tremonti bond», davvero senza vergogna, senza senso del ridicolo ! Dopo averne condannato l'utilizzo finalizzato a salvare le banche con i soldi pubblici, e pur chiedendo l'intervento dello Stato, disapprovano l'intervento fiscale che ha attenuato il pressante impegno delle banche italiane, mantenendo peraltro un diritto delle vecchie banche nelle nuove e rendendo deducibile ai fini IRES i contributi anticipati al Fondo di soluzione. 
Questa operazione, Presidente, ha permesso di salvare depositi e obbligazioni senior per 27,8 miliardi di euro; gli azionisti e gli obbligazionisti junior, che avevano assunto un rischio imprenditoriale nessuno sa quanto consapevolmente, hanno perso tutto. Certamente una catastrofe, ma certo non si può riportare in auge quel principio inaccettabile di privatizzazione dei profitti, quando la banca è in vita, e di socializzazione delle perdite nei casi di insolvenza.

Non saremo noi a mettere a carico del contribuente il costo dei fallimenti delle banche, non saremo noi a far pagare ai pensionati e ai lavoratori italiani i disastri di banchieri senza scrupoli