Grazie, signor Presidente. Colleghe e colleghi, oggi siamo chiamati a discutere un parere, che apparentemente è tecnico, ma, in realtà, è profondamente politico, e lo è per una ragione molto semplice: riguarda la nostra capacità, come Paese e come Unione europea, di affrontare con serietà la crisi climatica e la tutela del nostro patrimonio più prezioso e più fragile, ossia il mare.
Parliamo, infatti, di biodiversità marina, di aree oceaniche fuori da qualsiasi giurisdizione nazionale, di aree che rappresentano oltre due terzi delle acque del nostro pianeta. Eppure, meno di un centesimo di queste zone è protetto. Sono territori senza legge, vulnerabili, perché esposti allo sfruttamento selvaggio, all'inquinamento, alla corsa alle risorse, agli effetti del cambiamento climatico. E proprio perché meno dell'1 per cento di queste zone è attualmente protetto, la comunità internazionale ha firmato, sotto l'egida dell'ONU, l'Accordo BBNJ, citato anche dai colleghi, il cosiddetto Trattato dell'alto mare, adottato nel 2023, dopo ben vent'anni di negoziati. La comunità internazionale si è data l'obiettivo ambizioso di proteggere almeno il 30 per cento degli oceani entro il 2030: un cambiamento indispensabile a fronte di tutto ciò che accade nel nostro pianeta.
L'Unione europea ha deciso giustamente di giocare d'anticipo, adottando norme comuni per garantire coerenza e omogeneità tra gli Stati membri, ridurre la frammentazione normativa e rafforzare l'impatto delle misure di tutela. Ha fatto un passo avanti per arrivare pronta all'entrata in vigore dell'Accordo. L'Italia no: l'Italia è ferma, in attesa, prigioniera delle solite ambiguità.
Allora, nel parere approvato dalla XIV Commissione emerge chiaramente la volontà di rallentare, di tirare il freno, di prendere tempo. Si parla, certo, di oneri amministrativi, si invoca il principio di sussidiarietà come alibi per giustificare l'inerzia, ma la verità è che questo Governo, ancora una volta, vuole sfilarsi dagli impegni europei e internazionali in materia ambientale. Il Partito Democratico non condivide, né nel merito né nel metodo, questo parere motivato. Come espresso già nel nostro voto contrario in XIV Commissione, riteniamo che non vi siano elementi concreti di violazione del principio di sussidiarietà o di proporzionalità tali da giustificare questo parere. È una scelta miope e regressiva che rischia di indebolire l'azione dell'Unione europea proprio quando invece serve più integrazione, più coordinamento, più ambizione. Non si può andare al G7 in Puglia a firmare dichiarazioni solenni sulla tutela degli oceani e poi, a Roma, fare marcia indietro; non si può sventolare la bandiera dell'ambiente a parole e poi bocciare ogni norma concreta che lo difende.
Al contrario, sostenere la direttiva significa rispettare gli impegni presi, tutelare i nostri mari e costruire una governance degli oceani all'altezza delle sfide ambientali globali; significa rafforzare l'Europa e il suo ruolo guida in campo ambientale, in coerenza con il Green Deal e l'agenda per la governance internazionale degli oceani. So che parlare di Green Deal è mettere le dita negli occhi in qualcuno in quest'Aula. Noi, invece, crediamo che la transizione ecologica sia una battaglia decisiva, non solo per salvare gli ecosistemi marini, ma per difendere il nostro modello di sviluppo, la credibilità delle istituzioni e il futuro delle giovani generazioni.
In conclusione, ci opponiamo ad ogni tentativo di indebolire le politiche ambientali comuni, perché la sostenibilità non può essere considerata un lusso o una zavorra burocratica: è la condizione necessaria per lo sviluppo, la sicurezza e il benessere delle generazioni future. Per questo motivo noi voteremo contro questo parere e continueremo anche a farci sentire, in Parlamento e nel Paese, ogni volta che la destra proverà a rallentare il passo dell'Europa e a smontare, pezzo per pezzo, i pilastri della sostenibilità.