Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale
Data: 
Mercoledì, 9 Marzo, 2016
Nome: 
Paolo Gentiloni Silveri

Grazie, signora Presidente, onorevoli colleghi, l'informativa del Governo sulle scelte dell'Italia a proposito della crisi libica naturalmente si incrocia con la vicenda drammatica del sequestro dei nostri connazionali in Libia; vicenda che, come tutti sappiamo, si è conclusa, tra l'altro, con la tragica morte di Salvatore Failla e di Fausto Piano. Quindi, l'informativa non può innanzitutto che cominciare, rinnovando il cordoglio del Governo e certamente di tutta l'Aula parlamentare nei confronti delle famiglie di Failla e di Piano. La vicenda si è conclusa anche fortunatamente con il ritorno a casa di altri due tecnici sequestrati, Calcagno e Pollicardo, e da questo io partirò nel riferire gli elementi attualmente disponibili, attualmente noti, fermo restando il fatto che, dopo le prime informazioni che il sottosegretario Minniti ha già reso al Copasir, nelle prossime settimane, nei prossimi giorni, immagino sempre attraverso il Copasir, continueremo a cercare di fornire tutte le informazioni disponibili, anche sui numerosi punti oscuri, poco chiari, che restano attorno a questa vicenda. 
La vicenda, come ricorderete, si è originata lo scorso 19 luglio alle ore 20,45 di sera, a sette chilometri dal complesso della Mellitah Oil and Gas, che è un impianto frutto di una joint venture tra l'ENI e la National Oil Corporation libica. E in quella serata un gruppo di quattro connazionali, composto da Salvatore Failla, Filippo Calcagno, Fausto Piano e Gino Pollicardo, impiegati presso la ditta Bonatti di Parma, provenienti a bordo di un minivan dal confine libico-tunisino di Ras Agedir, è stato raggiunto, questo gruppo, e fermato da due SUV. 
Dai SUV sono scesi uomini armati, a volto coperto, alcuni dei quali avrebbero indossato uniformi militari. Costoro hanno sequestrato i nostri quattro concittadini, lasciando sul posto l'autista libico originario di Sabrata, che lavorava da circa un anno per la ditta Bonatti. 
Non sono emersi elementi di riconducibilità a formazioni di Daesh in Libia. Non è mai giunta alcuna rivendicazione e, tra le principali ipotesi in corso, la più accreditata è quella di un gruppo criminale filoislamico operante tra Mellitah, Zuara e Sabrata. L’intelligence italiana ha tempestivamente attivato tutte le risorse disponibili, umane e tecnologiche, e ha avviato ovviamente ogni collaborazione con i partner regionali e internazionali per il coordinamento a livello centrale e sul posto, con un raccordo costante con l'unità di crisi della Farnesina. Nell'ambito dell'attività condotta dall’intelligence, sono state acquisite informative da fonti umane e approfondimenti di natura tecnica, senza, però, mai riuscire a localizzare con sicurezza e precisione i possibili luoghi di detenzione. 
Nel pomeriggio del 2 marzo, una settimana fa, nell'ambito di quotidiane azioni di controllo del territorio condotte dalle forze locali, facenti capo alla municipalità di Sabrata, un convoglio composto da due o tre pick up (tipo Toyota Tundra), nell'area a sud di Sorman, è stato ingaggiato in un conflitto a fuoco, che ha provocato nove vittime, tra cui i nostri due connazionali Salvatore Failla e Fausto Piano, prelevati dal nascondiglio dove erano detenuti insieme agli altri due probabilmente allo scopo di spostarli in due momenti separati, differenti. Due giorni dopo, nelle prime ore del mattino del 4 marzo, Gino Pollicardo e Filippo Calcagno, lasciati incustoditi nel luogo di prigionia, sono riusciti a fuggire e a raggiungere la municipalità di Sabrata, mettendosi in contatto con le famiglie e con le autorità tripoline e italiane. 
Sulla base delle evidenze emerse, i quattro connazionali sono stati nelle mani dello stesso gruppo durante tutta la durata del sequestro, cambiando, prima degli eventi citati, solo una volta il luogo di prigionia. Per proprie finalità, il gruppo dei sequestratori ha lasciato intendere che gli ostaggi fossero stati separati o passati di mano ad altri gruppi; fatto che si è rivelato non essere vero. 
Voglio, infine, chiarire che non era stato pagato alcun riscatto, che non risulta fosse imminente la liberazione degli ostaggi, che non risulta siano stati trovati nel nascondiglio passaporti appartenenti a elementi di Daesh. Lo dico, onorevoli colleghi, perché credo che la ricerca della verità su questa vicenda sia assolutamente doverosa e, come sapete, vede impegnata, innanzitutto, la procura della Repubblica di Roma. Il Parlamento giustamente esige e ha il diritto-dovere di esigere la verità. Ma esigere la verità da parte nostra non vuol dire avallare voci e insinuazioni che provengono da un contesto, come è ovvio, interessato a ogni strumentalizzazione. 
È in circostanze come queste, onorevoli colleghi, che il Parlamento è chiamato a mostrare il volto di un'Italia coesa, che si stringe attorno alle famiglie delle vittime, che saluta i connazionali che si sono salvati, che si unisce agli apparati di sicurezza impegnati sul campo, ancora in queste ore, per il rientro delle salme. Un grande Paese si comporta così; almeno in questi casi, lasciandosi alle spalle bagarre e contrapposizioni di parte. Il sequestro e perfino le modalità penose del rientro dei nostri connazionali, il giocare sullo strazio delle famiglie ripropongono alla nostra attenzione la criticità e la gravità della situazione in Libia. 
A cinque anni dalla caduta di Gheddafi, il Paese è diviso, frammentato, attraversato da un'altissima conflittualità, con una presenza di Daesh e di altre formazioni terroriste jihadiste, che deve – credo – innanzitutto proporci un interrogativo, come parlamentari e come Governo. Credo, cioè, che, nel rispondere a questa situazione difficile e critica, dobbiamo partire dall'individuazione del nostro interesse nazionale. Qual è l'interesse dell'Italia ? Qual è il nostro interesse nazionale di fronte a questa situazione ? La mia risposta è molto semplice: l'interesse dell'Italia è evitare una ulteriore degenerazione di questa situazione, evitare che questa disgregazione in atto si accentui, evitare, insomma, un collasso definitivo della Libia, evitare un collasso che la trasformerebbe stabilmente in una polveriera a poche centinaia di chilometri dalle nostre coste, oltre ad accentuare una crisi umanitaria che è già incipiente. 
Gli Stati falliti sono ormai più pericolosi degli Stati canaglia, ci ha ricordato il Presidente Obama nell'Assemblea delle Nazioni Unite nel settembre scorso. Evitare il collasso, dunque. Evitare la definitiva degenerazione della situazione e lavorare, con pazienza e con ostinazione, nello sforzo di ritessere la sovranità di quel Paese. Serve un Governo legittimo, capace di riconciliare le diverse aree del Paese (la Tripolitania, la Cirenaica, il Fezzan, ma anche tantissime altre sottozone, sottoaree, in cui si divide), capace di riprendere gradualmente il controllo del territorio, capace di prosciugare l'acqua nella quale nuota il terrorismo di Daesh, capace di interloquire con noi nel contrasto ai trafficanti di esseri umani e, quindi, nella riduzione dei flussi di migrazioni illegali, capace di valorizzare le tante risorse del Paese. 
L'obiettivo della formazione di questo Governo è emerso, a metà dicembre, dalla conferenza diplomatica organizzata dall'Italia e dagli Stati Uniti proprio qui a Roma. Da questa conferenza sono scaturiti gli accordi di Skhirat e successivamente, a fine dicembre, la risoluzione n. 2259 delle Nazioni Unite. Credo che dobbiamo lavorare – ed è quello che il Governo sta facendo – con convinzione e con costanza per perseguire questo obiettivo, che, anche grazie alla nostra iniziativa, all'iniziativa italiana, è diventato possibile dopo un anno e mezzo di un percorso diplomatico sostanzialmente in stallo. 
Certo, non abbiamo raggiunto ancora questo obiettivo di un Governo unitario, capace gradualmente di riprendere il controllo del Paese e, dal primo momento, io non ho mai nascosto al Parlamento le difficoltà, la fragilità del percorso in atto in Libia. Ma, per quanto fragile, dobbiamo anche dirci che questa è la sola base sulla quale è possibile lavorare. 
C’è una maggioranza nell'organismo della Camera dei rappresentanti di Tobruk che, secondo l'accordo raggiunto dalle Nazioni Unite, è l'organismo deputato a riconoscere e a dare legittimità, anche poi per la comunità internazionale, al Governo di accordo nazionale. C’è una maggioranza di 101 componenti della Camera di rappresentanti di Tobruk, che non è riuscita ad esprimersi, pur avendo sottoscritto un documento di sostegno al nuovo Governo per le minacce fisiche, la prevaricazione di cui questa maggioranza è stata oggetto negli ultimi giorni. 
La scorsa settimana, cinque o sei giorni fa, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha discusso esattamente su questo punto e, cioè, come riuscire a dare a questa maggioranza di questo organismo – certo usare i nostri termini, come se ci fosse una democrazia parlamentare compiuta, sarebbe un po’ una forzatura –, della Camera dei rappresentanti di Tobruk, la possibilità di esprimersi, nonostante le intimidazioni, nonostante le minacce, nonostante le prevaricazioni. 
Noi questi tentativi, di cui ha parlato il Consiglio di sicurezza la scorsa settimana a New York, li stiamo sostenendo e li sosterremo. Devo dire che, ieri, nell'incontro che abbiamo avuto a Venezia con il Governo francese, è emersa questa come una posizione assolutamente condivisa tra Italia e Francia e, nei prossimi giorni, in un incontro che avremo con i miei colleghi degli Stati Uniti, della Germania, del Regno Unito, della Francia e dell'Unione europea, verificheremo un'intesa di tutti attorno a questo obiettivo, cioè come consentire di fare questo passo ulteriore e, cioè, di dare alla maggioranza la possibilità di esprimersi per un primo passo di legittimazione di questo Governo. 
Insisto: anche qui non dobbiamo raccontarci un mondo diverso dal mondo che tutti noi vediamo giorno per giorno in Libia. Anche questo sarà un primo passo e servirà, sulla base di questo primo passo, consolidare poi la capacità di questo Governo di rappresentare forze diverse, anche forze che oggi non sono dentro l'intesa che è stata raggiunta a Skhirat nel mese di dicembre; poi servirà lavorare certamente in una missione non facile, che sarà la missione di trasferire quanto prima questo Governo a Tripoli, missione sulla quale già è al lavoro, da parecchie settimane, un generale italiano per conto delle Nazioni Unite, il generale Paolo Serra, perché ovviamente un Governo di accordo nazionale in Libia deve essere insediato a Tripoli. 
Questo Governo legittimato farà le sue richieste ed è sullo scenario di queste richieste, anche in termini di sicurezza, che stiamo lavorando, che sta lavorando la comunità internazionale e che stanno lavorando i Ministri della difesa coordinati dall'Italia e dal Ministro Roberta Pinotti nella loro attività di pianificazione. Lavoriamo per rispondere a eventuali richieste di sicurezza del Governo libico – niente di più e niente di meno – e lo facciamo nel rispetto della Costituzione, visto che, ovviamente, c’è una risoluzione dell'ONU, la n. 2259, che esattamente questo prevede e dice e, ovviamente, lo faremo soltanto dopo il via libera del Parlamento, come ha ricordato qualche giorno fa naturalmente il Presidente del Consiglio.
So bene che questo percorso, che è un percorso a ostacoli che io non voglio descrivere in modo diverso da quello che è, può apparire troppo lento e vedo benissimo il rischio del consolidarsi di Daesh e della minaccia terroristica in Libia, perché non c’è dubbio che perfino i successi che abbiamo ottenuto – e penso all'Iraq, dove la coalizione anti-Daesh ha recuperato il 40 per cento del territorio che l'organizzazione terroristica aveva occupato nel 2015 – possono spingere alcune componenti, combattenti e terroristi, a spostarsi verso la Libia. Sappiamo che la presenza di combattenti di Daesh oggi in Libia ammonta a circa 5 mila unità; sappiamo che tali unità sono concentrate nella zona di Sirte e nella zona costiera attorno a Sirte; sappiamo, tuttavia, che soprattutto nelle ultime settimane dal luogo in cui sono insediati, hanno cercato di estendere la loro minaccia in diverse direzioni, in primo luogo verso la mezzaluna petrolifera, cioè verso est rispetto a Sirte, nella zona di Ras Lanuf e degli impianti petroliferi storici della Libia, e, in secondo luogo, Daesh e altre formazioni jihadiste nella zona del nord-ovest della Libia, verso il confine con la Tunisia. 
Avete visto, l'altro ieri, un attacco gravissimo che è stato condotto all'interno dei confini della Tunisia da alcune decine di combattenti terroristi jihadisti. 
Abbiamo quindi, credo, sotto gli occhi il rischio della crescita di questa minaccia e abbiamo anche sotto gli occhi il fatto, tuttavia, che una parte consistente delle milizie libiche e delle milizie islamiste, in particolare, combatte contro Daesh, ma sappiamo, perché abbiamo visto succedere cose di questo genere in altre zone del Mediterraneo e dell'Africa, che il rischio di un macabrofranchising tra Daesh e altre formazioni islamiste è sempre presente ed è molto difficile poterlo escludere. 
Quindi, la minaccia terroristica in Libia resta molto presente alla nostra analisi e alla nostra attività. Dalla minaccia terroristica dobbiamo difenderci e ci difenderemo e lo faremo esattamente come deve essere fatto, perché questo prevede la nostra Costituzione all'articolo 52. È un nostro dovere difendere l'Italia dalla minaccia terroristica. L'Italia si mobilita contro la minaccia terroristica in diverse aree e teatri del Mediterraneo e certamente lo farà anche in Libia. Del resto, è questa la ragione per la quale il Parlamento, a dicembre, ha deciso che operazioni di intelligence in certi casi possano richiedere condizioni di sicurezza assicurate dal supporto di unità militari e che di tali operazioni il Parlamento sarà informato attraverso il Copasir, come prevede la legge n. 124 del 2007, e mi fa molto piacere che stamattina, nella discussione al Senato, proprio il Presidente del Copasir abbia sottolineato l'importanza virtuosa di questo meccanismo informativo. 
Una cosa deve essere chiara, onorevoli colleghi: il contrasto al terrorismo, di cui sto parlando, deve basarsi innanzitutto su uno straordinario impegno informativo; deve basarsi, quando è necessario, su azioni circoscritte, su risposte proporzionate alla minaccia effettiva e condivise tra alleati e, tuttavia, stabiliti i confini e i contorni della nostra risposta alla minaccia del terrorismo, che certamente deve esserci, c’è e ci sarà, dobbiamo sapere che non è dalla nostra attività di contrasto al terrorismo che possiamo attenderci la stabilizzazione della Libia. Confondere la legittima difesa con la stabilità della Libia non aiuta, anzi può perfino complicare la situazione che abbiamo davanti.
A chi agita la minaccia, reale certamente, di Daesh per invocare soluzioni militari, io rispondo che gli interventi militari non sono la soluzione e talvolta possono perfino aggravare le dimensioni del problema. A chi snocciola cifre di soldati pronti a partire, magari perché gli italiani non possono sottrarsi, visto che così fan tutti, ricordo che la Libia è un Paese grande sei volte l'Italia, che, al suo interno, ha 200 mila uomini armati tra le diverse milizie ed eserciti di varie bandiere e che, dunque, non è proprio assolutamente un teatro adatto a facili esibizioni muscolari. 
Insomma, il Governo non è sensibile al rullare di tamburi e non si farà influenzare da radiose giornate interventiste. Il Governo difenderà il Paese dalla minaccia terroristica e lo farà assieme ai nostri alleati. Il Governo interverrà sul piano militare se e quando sarà possibile rispondere a richieste di sicurezza di un Governo legittimo e impegnato a riprendere il controllo del territorio e lo farà su decisione del Parlamento e coordinando la nostra attività con le forze alleate. 
Il Governo non si farà trascinare in avventure inutili e perfino pericolose per la nostra stessa sicurezza nazionale; contiamo sul sostegno del Parlamento ad una linea che deve sforzarsi di combinare fermezza, prudenza e responsabilità.