Intervento del Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazional
Data: 
Giovedì, 7 Luglio, 2016
Nome: 
Paolo Gentiloni

Grazie, signor Presidente, onorevoli colleghi, l'informativa di oggi credo che sia prima di tutto per noi l'occasione per rendere un ulteriore omaggio dell'Aula della Camera a Nadia Benedetti, a Claudio Cappelli, a Vincenzo D'Allestro, a Claudia D'Antona, a Simona Monti, a Adele Puglisi, a Maria Riboli, a Cristian Rossi e a Marco Tondat (L'Assemblea si leva in piedi – Applausi). 
Sono nove nostri concittadini, nove vittime del terrorismo, che l'Italia non dimenticherà. Venerdì scorso, alle 21,10, la nostra ambasciata è stata informata dell'attacco in corso all'Holey Artisan Bakery. A chiamare era Gian Galeazzo Boschetti, il marito di Claudia D'Antona. Boschetti informava, dopo essersi allontanato dal tavolo verso il giardino che era davanti al locale, di aver visto irrompere nel ristorante quattro o cinque individui armati. Una mezz'ora dopo si metteva in contatto con l'ambasciata un altro connazionale, Jacopo Bioni, chef di cucina, che, attraverso la scala dietro alla cucina, aveva raggiunto il tetto e da lì il giardino, ed era riuscito ad allontanarsi e a trovare rifugio presso un'abitazione privata. 
Il primo intervento della Polizia si era concluso con un fallimento, con l'uccisione di due ufficiali e il ferimento di una ventina di altri poliziotti, per effetto di un lancio di granate. Successivamente, Boschetti comunicava che dalla posizione in cui si trovava, nascosto in giardino, vedeva due o tre membri del commando terroristico sorvegliare l'area, sia dal terrazzo del secondo piano che dalla sala del piano terreno, dove erano stati raccolti gran parte degli ostaggi, e sentiva, dalla sua posizione, ad intervalli irregolari, raffiche di mitra. Alle 7,42 del mattino seguente, sabato 2 luglio, è scattata l'operazione condotta dall'esercito, con il dispiegamento di ben quindici mezzi corazzati, due dei quali hanno sfondato la rete di recinzione e la parete d'ingresso del locale, e questa operazione è durata una decina di minuti, mentre l'operazione nel suo insieme, che ha comportato anche la bonifica, con il brillamento degli esplosivi, del teatro dell'attacco terroristico e della presa degli ostaggi, è durata circa quaranta minuti. 
Il giorno stesso, sabato 2 luglio, alle 18, ore locali, è avvenuto il riconoscimento delle nove vittime italiane, oltre che delle sette vittime giapponesi e delle altre tre vittime di altre nazionalità. Questo riconoscimento confermava, anche in questa primissima fase, quello che è poi emerso anche dall'autopsia, cioè che alcune vittime erano decedute per colpi di arma da fuoco, mentre per le altre il decesso era dovuto a colpi dimachete, inferti al collo, alla nuca e al volto. 
È stata, dunque, una lunga notte di orrore e di agonia, nel corso della quale l'ambasciata è stata in continuo contatto con l'unità di crisi della Farnesina, che ringrazio, e quest'ultima con le famiglie, di cui nel frattempo si sapeva, si conosceva la presenza dei loro congiunti nel ristorante, e che, naturalmente, per tutta la notte e anche fino al riconoscimento hanno continuato a sperare che la presenza non significasse quello che invece, poi, alla fine, si è verificato. 
Gli autori di questo massacro infame erano giovani istruiti, appartenenti a famiglie della classe media e, in qualche caso, dell’establishment del Paese, non per la prima volta smentendo così qualche interpretazione sociologica troppo facile. 
Sappiamo che la manovalanza del terrorismo può certamente attecchire tra i diseredati delle periferie del mondo o delle periferie delle nostre città, ma sappiamo anche che il fanatismo può spesso armare le mani – e non è la prima volta, basti ricordare l'11 settembre – di persone istruite e facoltose. 
Gli autori di questo massacro, secondo le autorità locali, sarebbero aderenti al gruppo islamista Jamaat-ul Mujahideen, ma le nostre prime valutazioni, che abbiamo anche condiviso con i colleghi delle diplomazie e dell’intelligence del Giappone e di altri Paesi con presenze storiche in Bangladesh, ci portano comunque a ritenere attendibili le rivendicazioni della strage fatte da Daesh in alcuni siti del sedicente Califfato. 
Onorevoli colleghi, questi fatti tragici credo che propongano alla nostra attenzione alcune valutazioni, anzitutto sulle caratteristiche della minaccia. 
Dobbiamo avere la consapevolezza di trovarci di fronte davvero ad una minaccia globale: dall'Africa occidentale al Sud-Est asiatico, dal Golfo di Guinea al Golfo del Bengala, 10 mila chilometri di distanza, forme diverse, Daesh, Al-Qaeda, gruppi locali, ma un comune denominatore, che è il fondamentalismo terrorista, e una capacità di attrazione, tutta particolare, di Daesh e della sua insorgenza. 
E noi credo dobbiamo lavorare perché la risposta a questa minaccia globale sia altrettanto globale, e questa è una delle cose su cui l'Italia da mesi lavora per attuarla nella comunità internazionale, perché sappiamo tutti quali sono le divisioni e le distinzioni tra i diversi Paesi, ma, di fronte a un nemico comune così feroce e insidioso, credo che le diverse espressioni della comunità internazionale, non solo i circa sessanta membri della coalizione anti Daesh, ma anche Paesi che non ne fanno parte, penso alla Russia, penso all'Iran, debbano e possano trovare dei punti di iniziativa comune. 
Contro chi si rivolge questa minaccia globale ? Ci si è molto chiesti, in questi giorni, se gli italiani fossero, in quanto italiani, il bersaglio di questi attacchi. In questo caso, si può dire senz'altro che le vittime sono state in prevalenza italiane e giapponesi; in altri casi, più in generale, ci sono state vittime straniere, occidentali, comunque considerate infedeli dalla barbarie terroristica. Ma spesso sappiamo bene che il terrorismo colpisce Paesi a maggioranza islamica, colpisce nel mucchio, e non ci è sfuggita la circostanza che ha portato proprio in quel ristorante di Dacca il giovane del Bangladesh, Faraaz Hossain a perdere la vita per difendere alcune sue amiche indiane che erano minacciate dei terroristi. 
Quindi, è una minaccia che certamente colpisce gli italiani in quanto occidentali, in quanto infedeli, nell'assurda visione del mondo dei terroristi, ma che, in generale, colpisce tutte le presenze occidentali e spara nel mucchio anche contro il mondo islamico. 
Credo che, oltre a valutare la minaccia, si debba utilizzare questa occasione triste anche per valutare la nostra risposta, le caratteristiche della nostra risposta, che devono essere, a mio avviso, ad avviso del Governo, innanzitutto caratteristiche di unità. 
Il Governo, il Parlamento, tutte le istituzioni coinvolte, le forze sociali, culturali del nostro Paese, credo abbiano il dovere di rispondere unite a un fatto di questo genere. Quando si uccidono nove connazionali, un Paese come l'Italia e qualsiasi grande Paese reagisce unito. La risposta deve essere, inoltre, oltre che unitaria, decisa. Daesh, il terrorismo fondamentalista, a maggior ragione dopo la brutale strage di Dacca, deve sapere che da parte nostra non avrà tregua. 
Si dice che rispondono con gli attentati perché sono in difficoltà sul terreno in Siria e in Iraq; ed è vero che sono in difficoltà sul terreno, anche con il contributo molto rilevante delle nostre Forze armate, della nostra attività di co-leadership del gruppo nella coalizione antiterrorismo che si occupa di tagliare i finanziamenti a Daesh, perché Daesh non sta solo perdendo terreno, sta finalmente anche perdendo soldi ed è sempre più in difficoltà nel mantenere, senza soldi, la rete del terrore. 
È vero che sta perdendo terreno, ma questo deve indurci a una mobilitazione crescente per la sconfitta definitiva sul terreno, perché dobbiamo contribuire a cancellare l'attrazione che questa presenza sul terreno e la sua avanzata vittoriosa, anche se ormai risale a due anni fa, ha provocato in diverse parti del mondo. 
Che si tratti di cellule organizzate o di lupi solitari, di gruppi locali o di cani sciolti, spesso compiono i loro gesti criminali in nome del richiamo a questo sedicente Stato islamico. Abbattere questo simbolo, vincere definitivamente nei loro confronti è, dunque, un obiettivo fondamentale del Parlamento e del Governo. Non basta naturalmente vincere sul piano militare – l'Italia lo ribadisce da mesi, nell'ambito della coalizione internazionale –, perché sappiamo che il contrasto alla radicalizzazione fondamentalista sarà un impegno di lunga durata. Sconfiggere Daesh sarà un passo decisivo ma non sarà un passo definitivo. 
Qui credo che dobbiamo rivolgerci alla comunità islamica e ai Paesi a maggioranza di religione islamica, offrendo solidarietà e chiedendo impegno. 
Offrendo solidarietà, perché sappiamo che, molto spesso, sono loro gli obiettivi e i bersagli del terrorismo (pensiamo all'ultima delle stragi, la più sanguinosa degli ultimi anni, che ha portato alla morte di oltre 200 persone a Baghdad), ma chiedendo impegno, perché, come ha ripetuto spesso uno dei leader del mondo arabo, re Abdallah di Giordania, che cito: «tocca a noi, a noi arabi, a noi di fede islamica vincere la battaglia contro gli infedeli». Ed è vero, è assolutamente quello che pensiamo anche noi (Applausi). È per questo che ci rivolgiamo anche dall'Aula della Camera alla nostra comunità islamica, comunità numerosa che vive in pace nel nostro Paese, dicendo che è importante anche in Italia, in modo unitario e a viso aperto, che si manifesti la volontà di questa grande comunità che vive in pace contro le minoranze terroriste e fondamentaliste che strumentalizzano e deturpano la loro religione. 
Onorevoli colleghi, concludo tornando per un attimo al ricordo dei nostri nove connazionali, e voglio anche associare al loro ricordo Cesare Tavella, un altro cooperante italiano ucciso in Bangladesh nello scorso mese di settembre (Applausi). I nove nostri connazionali massacrati in quel ristorante a Dacca non erano in un nuovo Eldorado, tanto meno erano in vacanza in un paradiso tropicale (non c’è niente di male ad essere in vacanza), ma erano lì per lavorare. Avevano scelto di lavorare in Bangladesh, un Paese che, specie nel settore in cui queste persone lavoravano, cioè il settore del tessile, è un Paese caratterizzato da grandi potenzialità ma anche da grandi contraddizioni, da sviluppo impetuoso con numeri impressionanti ma anche da livelli di povertà e di sfruttamento altrettanto impressionanti. Qualcuno di voi ricorderà quello che accadde nel 2013, quando crollò l'edificio del Rana Plaza, e, sotto le macerie di quell'edificio, furono trovate 1.129 persone, la stragrande maggioranza delle quali erano lavoratori, probabilmente in condizioni clandestine, del settore tessile, in particolare. 
Questi italiani lavoravano in un contesto così difficile, anche sapendo della crescente instabilità che caratterizzava il Bangladesh per le tensioni politiche interne e per la prima insorgenza di episodi, attentati, che hanno colpito singole persone negli ultimi mesi, e che continuano, perché anche stamani c’è stato un attentato in Bangladesh, come forse avrete visto. Alcuni lo avevano fatto per spirito d'impresa, altri semplicemente per trovare in Bangladesh quel lavoro che non riuscivano a trovare in Italia. Persone diverse, accomunate tuttavia da spirito di iniziativa, da creatività, da capacità di stare con gli altri, da generosità, da attaccamento alla famiglia e ai nostri valori. Abbiamo perso nove persone di questa qualità, abbiamo perso nove italiani (Applausi).