Dichiarazione di voto
Data: 
Martedì, 28 Luglio, 2015
Nome: 
Sandra Zampa

Grazie, signora Presidente. Care colleghe, cari colleghi, dovremmo essere capaci oggi, in quest'aula, di far risuonare, davvero se fossi capace di riuscirci e di richiamare l'attenzione stanca ormai di tutti noi sulle voci di spose bambine che si levano da ogni parte. Dovremmo essere capaci di ascoltare quello che hanno da dirci, l'immensa sofferenza delle loro vite. Le loro testimonianze sono innumerevoli ed è davvero pressoché impossibile sceglierne una. Tuttavia ho deciso di far parlare una di loro, Anita, che ha 15 anni e vive in Tanzania. Anita ha scritto: «Mio padre mi ha detto di non avere abbastanza soldi per mantenermi a scuola. Poi ho scoperto che aveva già ricevuto venti mucche per la mia dote». Ed è stata data in sposa. Nella sua estrema semplicità questa dichiarazione, questa affermazione conferma ciò che noi già sappiamo: i matrimoni precoci servono sostanzialmente o sono promossi dalle famiglie e sono, come le mie colleghe e i colleghi che mi hanno preceduto hanno già ricordato, sono molti e molti di più di quanto non possiamo immaginare. Si stima 37 mila al giorno: una bambina su tre nei Paesi in via di sviluppo. Dicevo che questi matrimoni sono promossi dalle famiglie per liberarsi dal peso delle figlie, merce di scambio, niente altro. Strappate al tempo dei loro giochi per essere infilate nel letto di uomini adulti, spesso anziani. 
  Dovremmo essere capaci oggi di ascoltare la loro richiesta di aiuto. Ci arriva da tante parti del mondo, perché il fenomeno è geograficamente assai più diffuso di quanto non si creda, consapevoli che questo problema colpisce maggiormente Paesi poveri, è vero, ma riguarda anche Paesi ricchi, come gli Stati Uniti, dove, voglio ricordarlo, non è mai stata sottoscritta la Convenzione ONU per i diritti dell'infanzia. Questa iniziativa che oggi prendiamo qui insieme, di cui dobbiamo essere grati all'onorevole Locatelli, che l'ha promossa come prima firmataria, è coerente con decisioni già assunte dal nostro Paese in sede internazionale e non solo: dalla Convenzione ONU sui diritti dell'infanzia del 1989 alla Convenzione che elimina ogni forma di discriminazione della donna, fino alla più recente ratifica della Convenzione di Istanbul sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne, del 2013. L'Italia è sempre stata presente, una ragione di cui dobbiamo andare orgogliosi quando parliamo del nostro Paese. Proprio su questo punto, in particolare – lo ha ricordato la collega Locatelli e anche altre colleghe –, l'Italia, in occasione della sessantanovesima sessione dell'Assemblea Generale ONU, ha promosso un evento dedicato a questo tema, titolato Ending child marriage. D'altro canto – è stato ricordato anche da chi mi ha preceduto – l'abbandono scolastico e la morte di minori fisicamente immature per le riproduzione e il parto non sono un affare privato, riguardano i diritti umani, riguardano le economie nazionali e gli equilibri internazionali. E non è vero – questo lo dico perché tutti ci sentiamo consapevoli di quello che stiamo facendo – che non c’è nulla da fare: molti programmi di istruzione e di informazione hanno fatto sì che venissero convinte le famiglie a ritardare o a eliminare gli impegni presi circa il matrimonio precoce delle proprie figlie, quando addirittura non si è centrato pienamente l'obiettivo di eliminare questa tragica pagina. È il caso, per esempio, di un villaggio, il villaggio di Benisar, nel deserto di Thar, in India, che si è autoproclamato libero dai matrimoni precoci. C’è una forza nella nostra voce, quando si unisce a quella delle spose bambine, a quella delle organizzazioni non governative che si curano di loro, le sostengono e combattono al loro fianco; c’è una grande forza collettiva di cui questa mozione è consapevole nel sollecitare il Governo a un impegno contro un fenomeno odioso e aberrante che condannerà nel prossimo decennio, se non verrà sradicato, circa 100 milioni di adolescenti a matrimoni precoci. Giovani ragazze, bambine, vittime di violenza, spesso familiare, vendute per la riscossione del prezzo della sposa, destinate a vivere recluse, distanti dalle loro coetanee, oppresse come schiave, madri all'età di essere figlie. 
  Approvando questa mozione, queste mozioni, noi chiediamo che siano promosse e rafforzate la tutela dei diritti e la parità di genere, i diritti umani delle donne e delle ragazze e il loro empowerment in tutti i settori, il loro rafforzamento, la loro forza. Non si tratta unicamente, come è tuttavia fondamentale, che siano rispettati e sostenuti finanziariamente e politicamente gli impegni internazionali assunti, da quelli del G8 a Muskoka del giugno 2010 a quella Conferenza internazionale sulla popolazione e lo sviluppo de Il Cairo, fino alla IV Conferenza mondiale ONU sulle donne, di Pechino. Questa mozione chiede un impegno politico, finanziario e culturale per scardinare il principio secondo cui i diritti di una donna, di una bambina, di una minore, delle minoranze etniche valgono meno del diritto di altri. Questa mozione chiede che la politica scelga l'imperativo categorico dell'etica e dell'etica della finanza; chiede la fine di un fenomeno che imprime violenza sul corpo delle bambine e ne segna la vita per sempre, ne determina anche in molti, troppi casi, la morte. 
  Chiede che non ci volgiamo dall'altra parte dinnanzi ai bambini nati da queste unioni violente, perché saranno uomini e donne di domani destinati ad una vita precaria ed infelice. La mozione interpella le nostre coscienze e il nostro senso delle istituzioni e della politica come servizio alla società umana tutta. Non possiamo dunque che chiedere ed attenderci un convinto e forte voto a favore (Applausi dei deputati del gruppo del Partito Democratico).