Grazie, Presidente. Le mozioni in discussione, in particolare quella a cui io mi riferisco, che è presentata dalle colleghe Lenzi, Miotto e Gelli per il PD, propone al Governo di intervenire non fuori dal contesto delle politiche che il Governo stesso sta conducendo, ma nel contesto; nel contesto, cioè, di una politica di contenimento della spesa, di recupero del debito delle regioni che lo hanno prodotto e di una politica attuata assicurando i livelli essenziali di assistenza e facendo uno sforzo intenso e rapido di qualità nelle prestazioni del sistema, di qualità e di appropriatezza, cosa che si è fatta utilizzando lo strumento della spending review. I colleghi l'hanno già detto e non ci ritorno. Il tentativo è stato quello di intervenire su tutti quei fattori che producono spesa senza produrre risultati di miglioramento nelle condizioni di salute dei cittadini.
L'operazione ha avuto, tuttavia, una dimensione quantitativa importante e pesante per il sistema. È stata, per alcuni versi, una cura da cavallo che il sistema ha ricevuto e non solo nelle regioni in piano di rientro fino all'anno 2013, l'anno in cui c’è stata una diminuzione della spesa sanitaria. Sappiamo che, quando il segno diventa meno, diventa meno al netto dell'inflazione sanitaria, che, essendo determinata anche da riflessi internazionali, non è una variabile del tutto controllabile o affrontabile dal sistema e, quindi, il segno meno è un segno «meno meno», che aumenta la negatività del trasferimento di risorse.
Nel 2014 si registra un aumento lieve. Nel 2015, con la legge di stabilità, è già previsto un taglio di 2,6 miliardi, che dovrà essere discusso operativamente – e ancora questa discussione non è conclusa – nell'ambito della Conferenza Stato-regioni dentro il quadro del Patto per la salute.
Noi abbiamo fatto questa operazione mantenendo e attestando la spesa sanitaria del Paese sotto il 7 per cento del PIL, ma con un PIL in calo, e questo è un altro punto; è un assestamento doloroso anche percentualmente rispetto al PIL.
Sono usciti, pochi giorni fa, i dati della Banca d'Italia che ci danno un quadro sulla redistribuzione di questo sacrificio abbastanza pesante. Ci dicono che il peso del risanamento è stato in gran parte sopportato dal personale sanitario. Dal 2006 al 2014, due quadriannualità, il potere di acquisto degli stipendi del personale sanitario è passato, anche in valori assoluti, da 19,7 euro l'ora a 17,4, quindi un taglio del 13,4 per cento in termini reali. E questo è un dato molto pesante e molto indicativo dell'operazione che abbiamo fatto.
Teniamo presente che questo andamento non sarà toccato – non è stato toccato nemmeno nel 2014, che è l'anno in cui è risalita appena la spesa dello 0,6 per cento –, perché questo aumento di spesa si è concentrato non sugli stipendi, ma sul valore dei beni e dei servizi acquistati dal Servizio sanitario. Opportunamente qualche collega prima ha ricordato che beni e servizi non vogliono dire le famose garze, che costano da una parte 3 e da una parte 300, e quindi c’è da vedere tutto quello su cui giustamente ci siamo esercitati e ci dobbiamo esercitare, ma vuol dire in grandissima parte la spesa per i convenzionamenti, e quindi per i servizi sanitari convenzionati.
Dicevo che, oltre al peso economico, per il personale sanitario c’è il peggioramento delle condizioni di lavoro, l'uso forte, qualche volta, in qualche situazione, estremo del lavoro straordinario. Il blocco del turnover è un'operazione abbastanza efficace nel ridurre la spesa, ma è un'operazione che sbilancia i servizi, perché non si programma l'uscita del personale. Sbilancia i servizi e provoca un ricorso quindi eccessivo, perché i servizi vanno in qualche modo riequilibrati, se si vogliono garantire i LEA, agli straordinari, di cui ho già detto, ma è un lavoro precario più oneroso e negativo per quello che riguarda la qualità dell'offerta. E poi c’è un dato più generale che non dobbiamo sottovalutare: tra gli operatori, tra i medici, tra gli infermieri, si riducono fino ad azzerarsi in molte parti del sistema i margini per l'aggiornamento professionale e per i progetti di ricerca. È un po’ la motivazione della formazione di cui parlava la collega Binetti, ma è in generale una caratteristica fondamentale del nostro sistema, ed è un sistema che non ha rinunciato ad essere competitivo in termini di qualità anche nella ricerca scientifica applicata nelle nostre sedi ospedaliere, nel nostro territorio. Adesso noi abbiamo gli operatori che avvertono che non si investe più su di loro e questo, in un sistema in cui la motivazione è fondamentale, fa male al sistema. La stessa Banca d'Italia ci dice che le regioni in piano di rientro hanno dei risultati importanti di risparmio senza cedere sul piano dei servizi, ma poi, quando si va a leggere, la stessa Banca d'Italia conferma la distanza dalla media nazionale per i risultati del sistema delle regioni in piano di rientro e il prodursi di flussi di fuga verso altre regioni. È importante collegare questi dati ai dati del Censis, perché noi siamo in grado di calcolare bene nelle regioni in piano di rientro la produzione di flussi di fuga verso gli altri sistemi sanitari regionali. Ma quello che fa abbastanza impressione è l'aumento anche nel 2014 di quello che i cittadini spendono da sé, del proprio bilancio familiare, che è 33 miliardi, un miliardo di aumento, 5,6 milioni di persone che sono ricorse a prestazioni private in sanità, tutte a carico del proprio bilancio familiare; e di questi 5,6 milioni, 2,8 milioni quindi la metà, sono meno abbienti. Si produce, si dovrebbe dire «sanità divide», che è basato purtroppo sul non avere le risorse insieme a non avere le informazioni necessarie per accedere al sistema, che è un tratto particolarmente fastidioso della disuguaglianza in sanità. Quindi, siamo adesso in grado, dati questi numeri e dato il successo dell'opera di risanamento, siamo nelle condizioni di operare un intervento deciso sulla variabile capitale umano, dando agli operatori un segnale di attenzione e di condivisione delle problematiche che da tempo ci pongono. In realtà, i tre punti sono stati ripetuti, li cito per titoli, in conclusione di intervento. Si tratta di: governare il turnover senza blocchi, utilizzando la strategia già messa in piedi con la legge di stabilità, ridando spazio ad una programmazione dell'offerta da parte delle aziende sanitarie e delle dimensioni regionali; bisogna bloccare con molta attenzione e con fermezza la spesa per servizi esterni e privilegiare, invece, l'intervento di assunzione a tempo indeterminato, soprattutto sui settori sensibili (l'emergenza-urgenza e alcuni reparti ospedalieri, alcune dimensioni socio-sanitarie sul territorio); terzo punto, bisogna andare verso il rinnovo del contratto del comparto e, in particolare, mentre facciamo questo, costruendo una sede contrattuale della dirigenza medica, che è l'80 per cento – se non ricordo male – dell'intera dirigenza statale, che più che avere diritto, esprime un punto di ragionevolezza quando chiede una sede contrattuale autonoma. Se il Governo, come sta facendo, si incammina rapidamente su questa strada, dà un segnale a questi operatori che anche in questi anni, anni di vacche magre e spesso molto magre, hanno reso un servizio importante per un diritto costituzionale come il diritto alla salute.
Data:
Lunedì, 15 Giugno, 2015
Nome:
Filippo Fossati